Peppe Rinaldi
Vannacci qua e Vannacci là, d’accordo. C’è poi il gran problema dei Berluscones e di Taiani, è vero. C’è pure la rogna del Salvini assediato e c’è stato, ancora, il pistolero Pozzolo, come ci son state le bollicine andate a male per la Santanchè. D’accordo su tutto, ce n’è per (quasi) ogni gusto a volersi sbizzarrire con le «tare» a destra. Ma, a sinistra, si fa irresistibile il richiamo al motteggio, all’idea cioè di chiedersi, divertiti, nelle mani di chi andrebbe a finire l’Italia nel caso – sempre possibile – di un’alchimia elettorale che riconsegni al Campo Largo un potere mai raggiunto per vie normali. Insomma, da chi saremmo governati e sulla base di quale impianto «culturale» se Giorgia Meloni finisse all’opposizione? Da un collettivo studentesco, come da più parti s’è già notato e ampiamente. Ciononostante, dicevamo, il richiamo è irresistibile. C’è, infatti, qualcosa di squisitamente scolastico nella «nuova» sinistra italiana, un odore di gessetti, di ciclostile e di aule magne occupate nei pomeriggi di novembre, quando fuori piove e non si ha voglia di studiare, men che meno la sintassi. A guardare la signorina Schlein muoversi tra le correnti del suo partito con la grazia fluttuante di un’armocromista, si ha l’impressione che l’intero Paese sia stato improvvisamente iscritto a un’assemblea d’istituto permanente. Ci fu un tempo nel quale la cosiddetta sinistra aveva i suoi teologi, gente che citava Marx in tedesco e masticava i bilanci dello Stato con la ferocia di un ragioniere prussiano. Oggi abbiamo i tradizionali studenti fuori corso, fluidi sì ma pur sempre fuori corso. La politica non è più l’arte del possibile e nemmeno la tecnica del compromesso: è una mozione sugli affetti, letta a voce alta davanti a una platea di compagni che annuiscono per non sembrare retrogradi, secondo lo schema tipico della piccola psico-patologia di vita quotidiana (cit.) che ammorba chiunque si definisca o «si senta» di sinistra. Una vita grama, insomma. Ella, cioè Elly, insomma Schlein (copyright Salvatore Merlo) dichiara, dichiarò o ebbe dichiarato: “Giustizia sociale e giustizia climatica si tengono insieme”. Magnifico. Una volta stabilito cosa significhi giustizia in relazione al clima (un’equa distribuzione della pioggia o del caldo tra le nazioni del pianeta?), perché su quella «sociale» qualche idea ce la si può ancora fare, l’espressione della segretaria che vuole andare a Palazzo Chigi incarna la classica frase che non si rifiuta a nessuno, come un bicchiere d’acqua o un distintivo della pace. Si tengono insieme come il fegato e le cipolle, come l’ideale e il reale, come il debito pubblico e la speranza di non pagarlo. Il problema delle sue formule non è che siano false: è che sono incredibilmente comode, in pratica curano l’ansia, non i problemi. Se le si chiede, ad esempio, del termovalorizzatore di Roma, la risposta è un capolavoro di idraulica verbale: si spinge sulla «economia circolare» si guarda al «futuro del ciclo» si «fluidifica il processo». In pratica, l’immondizia c’è ma è da considerarsi come fosse in transizione identitaria. Diceva Longanesi, rivisto oggi con lo sguardo di Flaiano, che in Italia il modo più sicuro per non risolvere un problema è allargarlo fino a farlo diventare un sistema filosofico. Se c’è una buca in mezzo alla strada, la sinistra non cerca un sacco di catrame ma convoca un tavolo intersezionale sui diritti del pedone nel contesto post-industriale. Tutto è diventato «complesso», tutto è «orizzontale». La parola d’ordine è condividere. Si condividono i post, le ansie, le piattaforme, le marginalità centrali e laterali. La tua personale «geometria» erotica, la posizione che assumi sotto le lenzuola diventa fonte di legge; le tue preferenze intime non sono più tali ma diventano lo stendardo di una identità collettiva: ovviamente discriminata a prescindere e, quindi, meritevole di una militanza di principio e intransigente. Soprattutto, si rifiutano le gerarchie patriarcali, preferendo la rassicurante coperta, comprata in bottega equo-solidale, del linguaggio che non vuole ferire nessuno. Tranne la lingua italiana. Si parla per «corpi» e non più per persone; le destre sono sempre «regredite» e al plurale, come i compiti di matematica andati male. Quando la Schlein lancia lo slogan “Sotto i nove euro non è lavoro, è sfruttamento”, l’aula del Parlamento si trasforma magicamente nei gradini del Liceo Tasso, che non manca mai nelle città italiane. Manca solo il megafono che gracchia a causa della batteria scarica e qualcuno che vada a comprare le pizzette. Il punto è che questa classe dirigente che vorrebbe sostituire i gerarchi fascisti incistati nei recessi del potere, soffre, tra molto altro, di una sindrome da giovinezza prolungata: hanno sostituito la rivoluzione (che pure fu un auspicio orribile sebbene un senso, almeno, lo conservasse) con il guardaroba e il carro gaio, e la lotta di classe con l’armocromia e tutto ciò che è «sostenibile». Si ha quasi il timore, un giorno o l’altro, di vederli arrivare alla Camera dei deputati con lo zainetto Invicta e la giustificazione firmata dai genitori per l’assenza al voto di fiducia: è già successo, dite? Sì, ma quelli erano i favolosi “Five Stars”, i Cinque Stelle del «miliardario annoiato» (copyright Giuliano Ferrara) Beppe Grillo e, oggi, del mellifluo Peppe Conte, incarnazione della fase metastatica della politica, già avallata da un alto colle mai trascinato nelle sue responsabilità, che pure sarebbero tante e diffuse. Vorrebbero stare nelle piazze della protesta e contemporaneamente nelle poltrone del governo. È l’illusione tutta giovanile di poter fare la rivoluzione la mattina e incassare il gettone di presenza il pomeriggio. Ma la realtà non è un post su Instagram e nemmeno una mozione della Fgci. La realtà è il pluri-citato «elefante seduto in mezzo al corridoio» del Nazareno: tutti lo vedono, ma nessuno osa parlarne, per il timore che l’elefante non sia abbastanza intersezionale. Insomma, la situazione è grave ma non seria e finché c’è assemblea, c’è speranza, tanto per farsi capire citando: quindi, se proprio le cose dovessero andare male, ci si può sempre iscrivere al prossimo anno accademico. E ricominciare a mobilitarsi per la lotta al nazi-fascismo con al collo una bella kefiah, il suo simbolo moderno.
L'articolo IL COLLETTIVO AL NAZARENO proviene da Le Cronache.
