Alberto Cuomo
“Le strade sono i nostri pennelli / le piazze le nostre tavolozze”. Sono versi scritti nel corso della rivoluzione russa del 1917 da Vladimir Majakovskij e pubblicati nel 1923 nella raccolta “Per la voce”, con copertina del pittore-architetto El Lissitzky, dove è presente anche la poesia “La nostra marcia” in cui è proclamata la totale fusione tra arte e vita da sovvertire entrambe con l’azione rivoluzionaria. Lo scrittore russo si definiva “futurista” e, così come la rivoluzione bolscevica aveva abbattuto gli edifici del potere zarista, egli avrebbe voluto demolire la sintassi e le forme del dire antiquate del passato. Per lui l’arte non doveva restare chiusa nei salotti borghesi ma scendere invece in strada, sporcarsi con le cose dell’esistenza, tant’è che, definendosi operaio della parola, scrive, nel 1926, “la poesia è come l’estrazione del radio / per un grammo, un anno di fatica / per una sola parola, si consumano / tonnellate di materiale verbale.” È noto come, dopo la morte di Lenin, avvenuta nel 1924, Stalin abbia stretto i russi nella politica industriale e degli armamenti, onde rispondere ai paventati rischi di attacchi da parte dei paesi occidentali. Ciò rese necessario smentire la politica economica leninista della Nep che apriva la produzione agricola al mercato affinchè tutti i suoi proventi fossero investiti nell’industrializzazione e nella militarizzazione. Di qui, anche, il sorgere di istituti di controllo per ogni settore, quello stesso dell’arte e della poesia, e la disillusione di Majakovskij il quale metterà fine alla propria vita il 14 aprile 1930, con un colpo di pistola al cuore. Questa modalità, imitata poi da altri autori della nostra epoca (Paoli, Tenco, Pavese) rese più semplice al regime attribuire il suo suicidio ad una delusione amorosa e non ad un gesto critico dell’isolamento cui era stato costretto. L’atteggiamento di Stalin verso i poeti, il volere cioè che fossero al servizio propagandistico della rivoluzione, sarà il medesimo di Togliatti nei confronti degli intellettuali, artisti, pittori, scrittori, dopo la guerra, accogliendo una indicazione gramsciana che si sposava con la visione stalinana a proposito della politica culturale rivoluzionaria. Il Partito comunista italiano finanziò cioè con il medesimo scopo mitopoietico-pubblicitario la rivista “Il Politecnico” diretta da Elio Vittorini e, quando il segretario del partito cominciò a criticare la linea editoriale del periodico affermando fosse perso in ricerche astratte, aliene agli interessi del proletariato, Vittorini rispose – siamo nel 1947 – con un lungo articolo intitolato “Suonare il piffero per la rivoluzione?” in cui respinse con convinzione l’idea dello scrittore asservito alle logiche di partito. In più sostenne che i tempi, lunghi della ricerca, per la cultura, e brevi dell’azione, per la politica, non richiedevano alcuna collimazione. Questa stessa idea, pur nella diffidenza verso le propensioni letterarie di Vittorini, fu alla base della costituzione del Gruppo63 che, rivolto a rivoluzionare il linguaggio, attraverso la penna di Umberto Eco teorizzò a sua volta la distinzione tra i tempi della cultura e quelli della politica. Fu per questo che, con i moti del ’68, incapaci di comprendere se essi fossero l’avvio di una vera rivoluzione, i componenti si divisero tra coloro che avrebbero voluto continuare ad occuparsi del linguaggio (Eco, Barilli, Arbasino) e quanti invece, pur non volendo rasformarsi in “pifferi”, volevano, così come era stato per Majakovskij, affiancare gli studenti (Balestrini, Giuliani) nel loro esercizio creativo della politica. Nel Gruppo63 si ritenevano antiquati e pifferi gli scrittori del realismo, Moravia, Pasolini, Fenoglio, Bassani, Pratolini la cui presenza, naturalmente impossibile, oggi farebbe felici gli organizzatori di Salerno Letteratura. E del Gruppo63 faceva parte Edoardo Sanguineti che, proprio a Salerno, dove insegnava Letteratura Italiana, si esercitava a leggere, rilevandone i criticabili caratteri del “bello stile”, l’allusivo, l’indefinitezza, l’atmosfera sospesa, intimistica, i poeti ermetici e, tra questi, Alfonso Gatto. Anche per Gatto però, come per Majakovskij e per lo stesso Sanguineti, la ricerca della parola giusta, ma anche dell’interpunzione (il punto interrogativo eliso da SL) era un lavoro minerario faticoso. E su questo tema i due poeti, non solo nella militanza politica, entrambi iscritti al Partito Comunista, erano sicuramente d’accordo sì che i loro incontri, presso la galleria “Il Catalogo” di Elio Schiavone, sebbene giocati sulla contrapposizione delle idee, erano piacevoli tanto da concludersi in allegre bicchierate, oggi riflesse nella vicinanza sui muri storici di Salerno dei versi di Gatto con quelli della “Ballata delle donne” di Sanguineti. Confronti meno nobili sono stati presenti però, nei giorni scorsi, sui quotidiani salernitani, tra i fans di Salerno Letteratura, sovente illetterati aspiranti custodi della cultura, e chi avrebbe voluto la kermesse aperta agli scrittori locali. Una baruffa inutile e stupida, per il semplice fatto che, se la penuria di veri scrittori in Italia non giustifica lo spreco del denaro pubblico per i tanti festival letterari, a maggior ragione apparirebbe uno sperpero lasciare la passerella ai tanti grafomani locali della domenica. Olretutto in città il conflitto si è esteso, ridicolmente, nel confronto tra i deluchiani, che hanno sostenuto Salerno Letteratura, e i critici della kermesse individuati come antideluchiani. Ma il ridicolo maggiore, a riprova dell’inutilità delle sagre letterarie, l’ha raggiunto il premio Strega, con gli alterchi tra due dei finalisti e il pesante giudizio su Michela Murgia, sì da potersi dire che ormai la letteratura è nelle mani dei pifferi i quali, indirettamente, attraverso le sagre presunte culturali che solleticano i velleitarismi intellettuali delle masse, suonano le lodi di chi li paga.
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