Il Vannacci delle rozze ovvietà: come si smonta la sua comunicazione velenosa?

La comunicazione del generale Roberto Vannacci è talmente rozza da raggiungere vertici paradossali di raffinatezza: è una comunicazione insidiosa perché si basa sull’affermare ovvietà facendole sembrare verità rivelate. Dice cose che una parte consistente della popolazione pensa già, ma le dice con la voce di chi rivendica il diritto di farlo: come se i luoghi comuni che sciorina non li ascoltassimo tutti i giorni, al bar sotto casa, e lui fosse il primo a strillarli. E ne abbiamo avuto l’ennesima dimostrazione col debutto del leader di Futuro nazionale nel salotto televisivo di Lilli Gruber, a Otto e mezzo su La7.

Un fantomatico bavaglio a quelle verità che lui non ha paura a sbandierare

Nella retorica classica si chiama “parresìa“, il “dire tutto”, il coraggio di essere l’unico a osare. Ma la parresìa di Vannacci è solo simulata: non rivela nulla che già non sappiamo, è una messinscena della rivelazione. Michel Foucault, che alla parresìa ha dedicato gli ultimi corsi al Collège de France, la definisce come l’atto di chi mette a rischio qualcosa dicendo la verità in faccia al potere, restio ad accettarla. Vannacci fa esattamente l’inverso: dice al popolo ciò che il popolo già sa, fingendo di sfidare un potere che, secondo lui, metterebbe il bavaglio a quelle verità che lui non ha paura a sbandierare.

Il Vannacci delle rozze ovvietà: come si smonta la sua comunicazione velenosa?
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Il Vannacci delle rozze ovvietà: come si smonta la sua comunicazione velenosa?
Il Vannacci delle rozze ovvietà: come si smonta la sua comunicazione velenosa?

I contenuti di Vannacci sugli immigrati, sui gay, sulle élite e sulle femministe circolano da sempre nei tinelli italiani, nei bar, nelle palestre, nei gruppi WhatsApp di famiglia. La novità è che lui li enuncia come se li dicesse per la prima volta, col sottotesto che un “potere” non meglio definito, oppure una “sinistra” non meglio identificata, li vorrebbe oscurare, rimuovere dal discorso pubblico.

Il Vannacci delle rozze ovvietà: come si smonta la sua comunicazione velenosa?
Roberto Vannacci (foto Imagoeconomica).

Il risultato è che chi lo ascolta, tra quelli sensibili a questo tipo di retorica, sbotta un «finalmente uno che gliele canta chiare» al potere, alla sinistra, alle élite. Il gesto dell’enunciazione pubblica, e soi-disant autorevole, che viene da un generale, l’uniforme, i gradi, il curriculum militare trasformano gli stereotipi più vieti in atti di coraggio civile. È la stessa struttura del Re nudo (o meglio ancora del Re migra, cit. @politici.brutti) della famosa favola di Hans Christian Andersen, ma capovolta: stavolta niente bambino che grida la verità che tutti vedono, è l’adulto in divisa che dice la bugia che tutti credono, e che si autodefinisce, con spregiudicato cinismo, coraggioso.

La retorica dell’ovvio spacciata per sfida

Ciò che rende questa comunicazione insidiosa, oltre alla rozzezza deliberata e per nulla ingenua, è la lusinga implicita che contiene: quello che sto dicendo io tu lo pensavi già, e avevi ragione a pensarlo. Ogni ascoltatore viene premiato e promosso a testimone di una verità occultata, o addirittura soppressa. La retorica dell’ovvio spacciata per sfida.

Il Vannacci delle rozze ovvietà: come si smonta la sua comunicazione velenosa?
Roberto Vannacci da Lilli Gruber (foto Imagoeconomica).

Un generale, un uomo di Stato, uno che «ha servito la Patria»: il messaggio implicito è la legittimazione di chi parla, più che il contenuto. Finalmente qualcuno – che scrive libri, che parla cinque lingue – dice le cose come stanno. Questa struttura retorica è più antica della destra di Vannacci: è il populismo classico, che funziona ancora, perché ogni uscita del generale è abbastanza forte da fare notizia, abbastanza ambigua da permettere la ritirata («ho detto che è normale, non che è giusto») e vittimistica, ovviamente.

Il Vannacci delle rozze ovvietà: come si smonta la sua comunicazione velenosa?
Il leader di Futuro nazionale Roberto Vannacci (foto Imagoeconomica).

Appena arriva la critica, scatta l’accusa di censura, dell’élite che non tollera il dissenso, del «non si può più dire niente». Il nemico finisce per diventare «chi vuole imporci qualcosa», chi non è «normale», chi disturba un ordine che esisteva e che qualcuno ha deliberatamente distrutto.

Il Vannacci delle rozze ovvietà: come si smonta la sua comunicazione velenosa?
Roberto Vannacci con un suo ritratto (foto Imagoeconomica).

Come si smonta questo modo di argomentare velenoso? Limitarsi a dire «è omofobo», «è razzista», «dice falsità», «ha perso la testa» non funziona, anzi spesso rinforza il meccanismo. Ogni accusa di questo tipo viene immediatamente riletta come conferma: vedete? Lo vogliono zittire. Il dibattito si sposta dal contenuto alla libertà di parola, e Vannacci vince a mani basse perché su quel terreno ha già preparato il campo.

L’antidoto? Smontare la logica interna del discorso

L’unico approccio che ha qualche efficacia è più faticoso e, purtroppo, poco televisivo: smontare la logica interna del discorso, mostrare le contraddizioni strutturali. Vannacci difende «il mondo com’è», ma qual è esattamente questo mondo? Quello dell’Italia contadina degli Anni 50? Quello della famiglia nucleare già in crisi negli Anni 70? La «normalità» che evoca non è mai esistita nella forma in cui la racconta, o, se è esistita, lo è stata a spese di qualcuno che quella normalità la subiva in silenzio.

Il Vannacci delle rozze ovvietà: come si smonta la sua comunicazione velenosa?
Lilli Gruber e Roberto Vannacci nello studio televisivo di Otto e mezzo (foto Imagoeconomica).

L’antidoto che intacca le fondamenta di questo linguaggio militare, assertivo, privo di subordinate complesse, che comunica certezza in un’epoca di incertezze è quello che oppone argomenti seri ai suoi slogan. Chi vuole contrastarlo dovrebbe evitare al contempo l’errore speculare, e cioè la complessità ostentata, il registro professorale, la litania dei «dipende», senza però cedere alla semplificazione opposta. Si può essere chiari senza essere rozzi come lui, ma è un’abilità rara, e la sinistra italiana, in particolare, sembra averla smarrita da qualche decennio.

Il Vannacci delle rozze ovvietà: come si smonta la sua comunicazione velenosa?
Roberto Vannacci (foto Imagoeconomica).

Non vincerà, però il problema è il vocabolario che sta sdoganando

Vannacci fa il gioco del campo largo più di quanto sembri, sottraendo consensi alla destra di Giorgia Meloni senza costruire una vera alternativa di potere. Non vincerà (i sondaggi più ottimistici lo danno poco sotto il 5 per cento dei consensi), ma il rischio è che la sua presenza normalizzi un lessico – sulla remigrazione, sulla famiglia, sull’invasione, sulla sostituzione etnica – che viene da lui imposto a partiti ben più strutturati e capaci di governare. Il problema cioè è il vocabolario che sta sdoganando, l’agenda dei temi che, nel frattempo, sono già entrati in circolo.