di Olga Chieffi
Pina Testa ha scelto la Danza o la Danza ha scelto lei?
“La Danza mi ha presa per mano a 5 anni e non mi ha più lasciata. Io volevo solo muovermi, lei voleva raccontare. Forse ci siamo scelte a vicenda, in silenzio, alla prima sbarra. Quando il corpo capisce prima della testa, è destino”.
Ha vissuto gli anni più belli del Teatro San Carlo, chi riconosce come Maestri?
“Il San Carlo è stato casa e università. Maestri? Milly Wanda Clerici, per quel rigore che diventa poesia. Poi Zarko Prebil: mi ha insegnato che la tecnica è solo l’alfabeto, e mi ha trasformato in danzatrice. E Ekaterina Maximova straordinaria danzatrice che montava con me e Vladimir Derevianko il balletto Paganini, mi ha insegnato come si entra in scena da Étoile”.
La vita, come il palcoscenico, come la danza è fatta di lezioni facili e lezioni difficili. Ce ne racconta una bella e una brutta?
“La bella: Paganini,1988. Entro con un grand jeté e per la prima volta non penso ai passi. Vedo il teatro che respira con me. Lì ho capito di essere diventata interprete, non solo esecutrice. La brutta: un incidente stradale che mi ha cambiato la vita. Non so se in meglio o in peggio. Sei mesi ferma. Il corpo che tradisce, il silenzio in sala, la paura di non tornare in scena. Lì ho imparato l’umiltà. “Io so” non basta mai: il “ma tanti no” ti ricorda che ogni giorno ricominci da plié”.
L’insegnamento della danza, come è cambiato negli anni, se lo è?
“È cambiato tutto. Prima il maestro era Dio, oggi deve essere ponte. Le allieve hanno più informazioni, corpi più consapevoli, ma meno pazienza. Il mio compito è difendere la lentezza. La danza non si scrolla, si costruisce. E poi i generi: repertorio, contemporaneo, hip-hop. Quando ho iniziato il classico era un muro. Ora è una porta. Io insegno ad aprirla senza sbatterla”.
Quanti no ha pronunciato Pina Testa nella sua vita?
“Tanti. No alle tournée che mi portavano via troppo tempo dalla scuola. No ai ruoli che non sentivo miei, anche se prestigiosi. No alle scorciatoie. Ogni no è stato un sì a me stessa. Forse ho detto più no che sì. Ma ogni sì, poi, è stato totale”.
Oltre alle sue “naturali” eredi, nel corso di questi anni, vanta altri nomi nell’universo coreutico, emersi dal suo magistero?
“Non faccio nomi. Parlerà il palco per loro. Ma sì, ci sono. Alcune sono prime ballerine in Europa, altri firmano coreografie contemporanee che mi spiazzano. La gioia più grande è quando un’allieva prende un mio difetto e lo trasforma in stile. Lì capisco di aver fatto bene”.
Un ruolo che avrebbe voluto interpretare, un sogno nel cassetto?
“Carmen. L’ho studiata, sognata, mai danzata. Troppo tardi, troppo presto, chissà. Il cassetto resta aperto. I sogni, a volte, si ereditano”.
Che occorre per far felice Pina Testa?
“Una sala prove alle otto del mattino, l’odore di pece, il silenzio prima della musica. E vedere un’allieva che cade, si rialza e riprova senza cercarmi con gli occhi. Quando non cercano la mia approvazione, ma la loro verità. Lì sono felice. E un caffè, stretto, dopo lezione. Quello sempre”.
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