Dopo il via libera della Camera dei deputati a luglio del 2025 è arrivato anche l’ok definitivo dell’aula del Senato alla legge che istituisce la Giornata nazionale in memoria dei giornalisti uccisi a causa dello svolgimento della loro professione. La ricorrenza verrà celebrata il 3 maggio, dunque già la prossima domenica. Negli ultimi 20 anni, in tutto il mondo, sono stati uccisi circa 1.500 giornalisti.
Il 3 maggio è la Giornata mondiale della libertà di stampa
Per la Giornata nazionale in memoria dei giornalisti uccisi è stato scelto il 3 maggio perché in questa data viene già celebrata la Giornata mondiale della libertà di stampa. Paolo Emilio Russo, deputato di Forza Italia, ha detto che la data scelta è «un segnale importante di attenzione ad una categoria che ha dato un contributo prezioso alla nostra democrazia e a un settore, quello del giornalismo e dell’editoria, attraversato da una vera e propria rivoluzione».
Il Governo accoglie con grande soddisfazione l’approvazione unanime in Senato della proposta di legge che istituisce la Giornata nazionale in memoria dei giornalisti uccisi a causa del loro lavoro. Un riconoscimento dovuto e atteso da molti anni. Da oggi in poi, ogni 3 maggio,…
Meloni: «Un dovere onorare la memoria dei giornalisti uccisi»
«Da oggi in poi, ogni 3 maggio, l’Italia renderà omaggio a tutti quei giornalisti che hanno perso la propria vita per garantire il diritto dei cittadini ad essere informati, facendo arrivare i nostri occhi dove altrimenti non sarebbero arrivati, in Italia come all’estero», ha dichiarato Giorgia Meloni, ricordando poi «figure come Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Peppino Impastato, Mario Francese, Giuseppe Fava, Mauro Rostagno, Beppe Alfano, Giancarlo Siani, Walter Tobagi, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Marco Luchetta, Alessandro Saša Ota, Dario D’Angelo, Antonio Russo, Enzo Baldoni, Andrea Rocchelli, Maria Grazia Cutuli, Almerigo Grilz». Uomini e donna, ha sottolineato la presidente del Consiglio, che «hanno messo la propria passione e la propria professionalità al servizio di tutti noi, e che tutti noi abbiamo il dovere di onorare».
Un uomo di 33 anni è stato aggredito per aver strappato alcuni manifesti dedicati a Sergio Ramelli, il giovane del Fronte della gioventù di cui il 29 aprile si commemora la morte per mano di esponenti di Avanguardia operaia. È accaduto nella zona di via Aselli a Milano, dove in serata è prevista la partenza della parata in onore di Ramelli. Secondo una prima ricostruzione, il trentatreenne è stato avvicinato da alcune persone, probabilmente militanti di estrema destra, che lo avrebbero colpito con calci e pugni, per poi allontanarsi in auto. L’uomo è stato trasportato in codice verde in ospedale con ferite lievi.
De Corato: «Se l’è cercata»
«Uno che va a strappare i manifesti di Ramelli già è grave, che lo faccia il giorno in cui è stato ammazzato… non aggiungo altro». Così il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato ha commentato la vicenda. «È stato picchiato perché ha voluto andarsele a prendere. Uno che va a strappare i manifesti di Sergio Ramelli il giorno che è morto, insomma…». «Se questo è avvenuto e il responsabile è uno di destra ovviamente è da condannare tanto quanto fosse stato uno di sinistra», ha aggiunto l’assessore regionale ed esponente di Fratelli d’Italia Romano La Russa. «Siamo contrari a ogni forma di violenza politica da sempre. Se c’è una responsabilità di qualche elemento di destra, come diceva Almirante pena di morte per i terroristi di sinistra, doppia pena di morte per i terroristi di destra».
Dopo essere apparso su cartelloni megagalattici e facciate degli edifici federali più disparati, tra cui anche l’Institute of Peace, il volto del presidente Donald Trump finisce addirittura sul passaporto statunitense in un’edizione speciale creata in occasione dei 250 anni dell’Independence Day.
Donald Trump (Imagoeconomica).
Il broncio di Trump ti segue anche in vacanza
È stato il portavoce del Dipartimento di Stato Tommy Piggot a rivelare l’ultima trovata di “markeTrump” a Fox News. Si tratterà di una vera e propria limited edition, una sorta di privilegio esclusivo riservato ai cittadini che decideranno di rinnovare il passaporto di persona a Washington a partire da luglio 2026, proprio per il 250º anniversario dell’Indipendenza americana. I pochi eletti che avranno accesso all’esclusivo documento potranno così viaggiare con «passaporto più sicuro del mondo», almeno secondo Piggot. Anche se stando all’Henley Passport Index di quest’anno, quello statunitense ormai si mantiene fuori dalla top10 dei passaporti più “potenti”. Ma in cosa consiste l’opera d’arte in questione? The Bulwark ha pubblicato quella che dovrebbe essere la versione finale del prototipo. Nella pagina di sinistra c’è il ritratto di Trump, rigorosamente imbronciato, su una Dichiarazione d’Indipendenza sbiadita e la firma dorata del presidente nella parte inferiore. Nella pagina accanto, la firma del trattato del 1776.
I manufatti brandizzati Donald Trump prodotti per questa speciale occasione non si limitano però ai documenti di viaggio: una moneta da un dollaro d’oro raffigurante il presidente con i pugni appoggiati sulla scrivania e sul retro l’aquila simbolo degli Statesè stata approvata dalla Commission of fine arts (CFA) i cui membri sono stati selezionati con attenzione dal tycoon in persona.
Federal arts panel OKs gold Trump coin for America’s 250th birthday, clearing the way for a limited U.S. Mint run. https://t.co/bRC6IYvNR8
Il broncio presidenziale appare anche sugli abbonamenti annuali dei parchi nazionali più visitati degli USA, insieme a quello di George Washington.
Un tentativo di risalire nei sondaggi in vista delle midterm?
Ul faccione di The Donald accompagnerà dunque i cittadini statunitensi all’estero. Un omaggio all’indipendenza americana o un reminder della grandezza dell’operato presidenziale in tutto (o quasi) il globo terracqueo? Difficile a dirsi. Sicuramente si tratta di un’iniziativa nuova nel suo genere: nessun presidente al mondo aveva mai fatto stampare sul passaporto un suo ritratto. Anche il tempismo è degno di nota: l’ennesima autocelebrazione di The Donald arriva infatti a una manciata di mesi dalle midterm di inizio novembre. E i sondaggi non preannunciano nulla di buono per i repubblicani. Per far dimenticare guerre, attacchi al primo pontefice statunitense e violenze contro i migranti (come a Minneapolis), forse una moneta e un passaporto brandizzati non basteranno.
Durante la cena di Stato alla Casa Bianca, ospite di Donald Trump il sovrano britannico Carlo III ha strappato risate e applausi con una battuta che ha evocato una delle recenti “uscite spericolate” del tycoon: «Signor presidente, lei ha recentemente affermato che, se non fosse per gli Stati Uniti, i Paesi europei parlerebbero tedesco. Oserei dire che se non fosse per noiparlereste francese».
La battuta di Carlo richiama le origini degli Stati Uniti
Trump aveva fatto quella affermazione stizzito dal mancato sostegno dell’Europa nel conflitto contro l’Iran, sottolineando (a suo modo di vedere) l’irriconoscenza del Vecchio Continente, che durante la Seconda guerra mondiale era in buona parte sotto il giogo nazista prima dell’intervento degli Stati Uniti. La battuta di Carlo III, invece, richiama le origini degli Usa. La Francia aveva infatti colonizzato vaste aree del Nord America, arrivando a controllare un territorio immenso – la Louisiana francese – che andava dai Grandi Laghi al Golfo del Messico, poi ceduto nel 1803 da Napoleone agli Stati Uniti, nati dalle 13 colonie britanniche situate lungo la costa atlantica.
La battuta di re Carlo III non è passata inosservata in Francia e in particolare all’Eliseo. Il presidente transalpino Emmanuel Macron ha infatti condiviso su X quella parte del discorso del sovrano britannico, commentando: «Sarebbe chic».
Le altre battute di re Carlo III alla Casa Bianca
Quella sul francese non è stata l’unica battuta di un re Carlo in grande spolvero alla Casa Bianca. Accennando al progetto di Trump per la sala da ballo nell’ala est della White House, Carlo III ha detto che i britannici avevano già fatto un «piccolo tentativo di riqualificazione immobiliare»: nel 1814 le truppe britanniche invasero Washington e dettero fuoco a gran parte degli edifici pubblici, compresi la Casa Bianca e il Campidoglio. Il monarca ha poi concluso il suo discorso con una battuta sul Boston Tea Party, definendo la cena un miglioramento significativo.
Due persone sono state accoltellate a Golders Green, nella zona Nord di Londra, abitata da diversi ebrei. Shomrim, l’organizzazione di sicurezza della comunità ebraica, ha dichiarato di essere intervenuta immediatamente e di aver fermato un sospetto. Ha dichiarato che successivamente è arrivata la polizia e ha usato il taser per fermarlo. La Bbc ha confermato che due uomini ebrei, uno di circa 70 anni e l’altro di circa 30, sono rimasti gravemente feriti nell’attacco e sono stati ricoverati in ospedale. In Parlamento, il primo ministro Keir Starmer ha dichiarato che il fatto è «profondamente preoccupante», spiegando che è in corso un’indagine. Il sospettato, che ha 45 anni, ha anche tentato di accoltellare gli agenti di polizia ed è stato immobilizzato prima di essere arrestato. Nessun agente è rimasto ferito.
Piccoli ma ingombranti traslochi alla Camera. Da circa un mese i tre deputati di Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci a cui hanno aderito gli ex leghisti Edoardo Ziello, Rossano Sasso e il “pistolero” Emanuele Pozzolo, ex meloniano famoso per essere stato coinvolto nel caso dello sparo di Capodanno, per cui è stato espulso da Fratelli d’Italia e poi anche condannato, avevano chiesto di essere spostati. Da quando sono diventati parte del gruppo Misto si trovavano dalla parte dell’emiciclo a sinistra della presidenza, dove siedono le opposizioni, e volevano trasferirsi nella “fetta” di Aula a destra, in cui è sistemata la maggioranza (anche se poi, come nel caso del decreto bollette, non disdegnano di votare contro il governo). A ogni modo, detto fatto: sono stati sistemati sopra i vecchi amici della Lega, al fianco di… Noi moderati. Anche se i vannacciani proprio moderati non sono. E infatti il trasloco non è stato particolarmente gradito alla segretaria di Noi moderati Mara Carfagna, che nella seduta del 29 aprile ha addirittura cambiato posto. Mara non vuole apparire nelle immagini vicino a loro, è il gossip che circola in Transatlantico…
Viavai nella Fondazione Agnelli: i casi Gavosto e Corgnati…
Gente che va, gente che viene: alla Fondazione Agnelli è stato fatto un ricambio dei consiglieri. Fuori Marta Cartabia: l’ex numero uno della Corte Costituzionale, già ministra della Giustizia, ha lasciato il posto. Pure Renzo Piano, l’architetto genovese di fama internazionale, ha terminato la sua esperienza nella fondazione. Dentro Fabiola Gianotti, fisica ed ex direttrice generale del Cern di Ginevra. Altri nuovi componenti sono Manuela Battezzato, responsabile dei progetti di filantropia globale di Stellantis, Andrea Camerana, nipote ed erede di Giorgio Armani, Stefano Corgnati, rettore del Politecnico di Torino, Andrea Gavosto che dal 2008 è il direttore della Fondazione Agnelli. Curiosità: Gavosto è stato nominato un anno fa consigliere d’amministrazione del Politecnico di Torino dal Senato accademico tra gli “esterni”, ma è la stessa università dove rettore è Corgnati, che ora entra nel cda della Fondazione Agnelli. Tanto che qualcuno, in città, parla di «nomine incrociate». Intanto se ne sono andati, oltre a Cartabia e Piano, pure Simone Avogadro di Collobiano, Daniele Chiari e Gianluca Ferrero.
Nordio al rapporto del Censis sull’avvocatura
L’appuntamento è fissato da tempo: nel pomeriggio di mercoledì 29 aprile, nell’aula dei gruppi parlamentari della Camera dei deputati, è in programma la presentazione della decima edizione del rapporto sull’avvocatura realizzato dal Censis. Dove è atteso il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Che dopo tutto quello che è successo, ultimo il caso della grazia a Nicole Minetti, chissà se avrà la voglia di andarci, a un incontro come questo. Comunque, dopo i saluti istituzionali di Maria Annunziata, presidente della Cassa Forense, sono attesi Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro, Maurizio Leo, viceministro all’Economia, Giorgio De Rita, segretario generale Censis, e molti altri.
Carlo Nordio (Imagoeconomica).
Cosa hanno in comune Cipriani, Nicole Minetti e Tinto Brass?
Che collegamento c’è fra Tinto Brass e la famiglia Cipriani? Giuseppe Cipriani, l’imprenditore che da anni è diventato il compagno di vita di Nicole Minetti, è il nipote di Carla (sorella del padre Arrigo, morta nel 2006). Carla aveva sposato proprio il maestro del cinema erotico, oggi 93enne: un amore totale in cui lei era la sua “complice perfetta” nei film più scatenati del regista, tanto che era stata soprannominata «la Tinta»: presente quando dovevano essere scelte le attrici delle pellicole, non mancava mai durante le riprese, fornendo anche consigli preziosi per ottenere scene di grande effetto. Figlia del fondatore dell’Harry’s Bar, il capostipite Giuseppe, Carla è stata sceneggiatrice e segretaria di edizione delle produzioni di Tinto, e lo stesso Brass ha più volte dichiarato che «la vera mente e fonte d’ispirazione di tutti i suoi film» è stata proprio «la Tinta». Il soggetto di Miranda, per esempio, porta la sua firma, così come le sceneggiature di Monella, Tra(sgre)dire, Fallo! e Monamour.
Gasparri e il piano Mattei, con buona pace degli eredi
Gli eredi Matteinon ne possono più di vedere accostato il nome di Enrico Mattei al governo di Giorgia Meloni? Ed ecco che Maurizio Gasparri nella giornata di mercoledì 29 aprile diventa il protagonista di un convegno intitolato “Enrico Mattei a 120 anni dalla nascita: l’energia, il coraggio, la visione”, organizzato dalla Fondazione Alleanza Nazionale, e da Il Secolo d’Italia. Oltre a Gasparri, è annunciata la presenza, tra gli altri, dell’ambasciatore Francesco Talò e del direttore scientifico della Fondazione An, il prezzemolino Francesco Giubilei. Chissà come saranno contenti gli eredi Mattei…
Maurizio Gasparri (Imagoeconomica).
Manfredi e la Guardia di Finanza festeggiano
A Napoli saranno presenti il comandante interregionale dell’Italia Meridionale della Guardia di Finanza, generale di Corpo d’Armata Francesco Greco, il comandante regionale Campania del Corpo, generale di Divisione Alessandro Barbera e il direttore regionale della Campania dell’Agenzia del Demanio, Cristian Torretta, oltre al prefetto Michele di Bari e al sindaco Gaetano Manfredi: tutti pronti a festeggiare la consegna dell’ex Pretura di Napoli in piazza Giovanni Leone, a ridosso di Porta Capuana, al Nucleo di Polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Napoli. Una nuova sede che però avrà bisogno di un importante intervento di ristrutturazione, prima di essere utilizzata.
Il ministero della Cultura ha disposto l’invio di ispettori nella sede della Biennale di Venezia per verifiche e approfondimenti legati alla gestione dell’edizione 2026 e, in particolare, alle autorizzazioni concesse alla Russia in relazione all’organizzazione del proprio padiglione, da settimane al centro di polemiche nazionali e internazionali. Lo riporta l’Adnkronos, spiegando che i funzionari del Mic dovrebbero acquisire nuovi documenti relativi alla riapertura dello spazio destinato alla Federazione. Già nelle scorse settimane la Biennale aveva inviato copia della corrispondenza intrattenuta con le autorità di Mosca al Mic, senza che fossero emerse irregolarità nel rispetto del regime sanzionatorio che vige nei confronti della Russia dopo l’aggressione all’Ucraina. Secondo quanto si apprende, i nuovi controlli sarebbero legati alle polemiche seguite all’esclusione di Russia e Israele dai premi che la giuria internazionale assegnerà il 9 maggio, e alla necessità di completare l’acquisizione dei documenti ricevuti in precedenza dal Mic.
Il Ministero della Difesa russo ha annunciato che non ci sarà alcun corteo di veicoli militari alla parata del Giorno della Vittoria, in programma il 9 maggio sulla Piazza Rossa di Mosca: non succedeva dal 2007. La decisione di svolgere la parata in «formato ridotto» è stata presa a causa della «situazione operativa», ha spiegato ai giornalisti il portavoce presidenziale russo Dmitry Peskov: «Il regime di Kyiv, che sta perdendo terreno sul campo di battaglia giorno dopo giorno, ha ora lanciato un attacco terroristico su vasta scala. Pertanto, di fronte a questa minaccia, stiamo adottando tutte le misure necessarie per minimizzare il pericolo». Alla parata del Giorno della Vittoria, che celebra la fine della Seconda guerra mondiale, non parteciperanno nemmeno i cadetti delle scuole militari Suvorov e Nakhimov.
Il comico Massimo Bagnato, apparso in programmi come Zelig, Quelli che il calcio e LOL, è stato arrestato a Roma con l’accusa di stalking ai danni della sua ex compagna. Fermato dai carabinieri sotto casa della donna in zona Balduina mentre «stava dando in escandescenze, inveiva e scalciava», riporta Il Messaggero: Bagnato voleva insistentemente parlare con l’ex, nonostante la sua contrarietà.
Disposto il divieto di avvicinamento alla donna
Bagnato è stato fermato la sera del 27 aprile. Il giorno successivo, nel processo per direttissima, è stato convalidato il fermo ma ha escluso il carcere, disponendo nei confronti del comico il divieto di avvicinamento alla vittima. Bagnato, da parte sua, ha provato a difendersi «ammettendo di averla aspettata in alcune occasioni sotto casa o fuori dalla palestra che di solito la ex frequenta, ma sempre con educazione e solo per chiedere spiegazioni sulla rottura del loro rapporto».
L’ex ha sporto una querela molto dettagliata
La relazione tra i due è durata circa 10 anni, poi la rottura arrivata a inizio aprile. Ma lui avrebbe continuato a contattarla sia su WhatsApp, nonostante fosse stato bloccato, che di persona «La vittima ha sporto una querela molto dettagliata» nella quale ha ripercorso i «diversi episodi» nei quali Bagnato «l’avrebbe avvicinata dopo che la stessa aveva deciso di porre fine alla relazione sentimentale», si legge sul Messaggero. Comportamenti, questi, «che le avrebbero procurato ansia e timore, facendole cambiare alcune delle sue abitudini di vita».
La Commissione europea ha accertato in via preliminare che Instagram e Facebook, di proprietà di Metadi Mark Zuckerberg, hanno violato la legge sui servizi digitali (Dsa) per non aver identificato, valutato e mitigato con la dovuta diligenza i rischi legati all’accesso ai servizi da parte di minori di età inferiore ai 13 anni, limite minimo di accesso ai due social.
Mark Zuckerberg (Ansa).
Possibili sanzioni fino al 6 per cento del fatturato annuo
Secondo le autorità di regolamentazione dell’Ue, un bambino su dieci sotto i 13 anni usa Facebook o Instagram, in contrasto con le valutazioni interne di Meta. Questo perché, sostanzialmente, non ci sarebbe alcun controllo: i minori possono infatti inserire una data di nascita falsa in fase di registrazione e non c’è nessun meccanismo per verificare che le informazioni siano corrette. Se confermate, le violazioni potrebbero portare a sanzioni fino a un massimo del 6 per cento del fatturato annuo di Meta.
Le app di Facebook e Instagram (e WhatsApp) su uno smartphone (Ansa).
La replica di Meta alle constatazioni preliminari dell’Ue
Annunciando «misure aggiuntive che saranno introdotte a breve», Meta ha contestato le constatazioni preliminari dell’esecutivo Ue: «Abbiamo sempre chiarito che Instagram e Facebook sono destinati a persone di 13 anni o più e disponiamo di misure per individuare e rimuovere gli account di chi ha meno di questa età». Intanto, in diversi Stati membri dell’Ue sono sul tavolo piani per introdurre divieti di accesso ai social media per i minori di 15 anni.
Nessy Guerra, cittadina italiana originaria di Sanremo, madre di una bambina di tre anni, è stata condannata in Appello da un tribunale egiziano a sei mesi di carcere con l’accusa di adulterio. A denunciarla era stato l’ex marito, Tamer Hamouda, italo-egiziano. «Sono sconvolta, non me l’aspettavo. Ho paura di finire in carcere qui e temo di perdere la mia bambina. Sto solo cercando di proteggerla e di scappare da un uomo violento. Aiutatemi», ha detto Guerra in un’intervista al Corriere. «Nel luglio del 2024 ho divorziato da Tamer e lui non l’ha accettato. Mi ha denunciato per rapimento di minore, poi per avergli svuotato la casa e i conti in banca, accuse tutte archiviate». L’ultima è quella di adulterio, reato che in Egitto comporta il carcere. «Uno di questi presunti amanti ha negato tutto e ha detto di aver ricevuto minacce morali e psicologiche da parte del mio ex marito, eppure sono stata condannata lo stesso». Nella sentenza di primo grado, i giudici avevano richiamato una dichiarazione acquisita agli atti e ritenuta attendibile, nella quale un uomo ammetteva di aver avuto rapporti sessuali con lei nel marzo 2024. Elemento che il tribunale ha considerato decisivo per la condanna. Fra due settimane arriveranno anche le motivazioni della conferma in Appello, mentre lei vive con la paura di essere arrestata.
L’uomo è stato condannato in Italia per stalking, lesioni e maltrattamenti
«Ho interrotto la relazione anche per lei perché lui era violento, aveva manie di persecuzione e grazie alla mia avvocata ho scoperto che Hamouda è stato condannato in Italia per stalking, lesioni e maltrattamenti nei confronti di una precedente compagna. Il nostro Paese per tre volte ha chiesto l’estradizione, l’ultima volta a settembre scorso, ma non gli è stata concessa», ha aggiunto Nessy, che per paura è costretta a vivere in luoghi segreti e a cambiare spesso appartamento. La Farnesina ha reso noto che sta seguendo il caso: «È stato ripetutamente posto all’attenzione delle autorità egiziane dall’ambasciatore d’Italia al Cairo e dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ne ha discusso con il collega egiziano Badr Abdelatty».
Durante la cena di Stato per re Carlo III, Donald Trump ha affermato che gli Stati Uniti hanno «sconfitto militarmente» l’Iran, aggiungendo: «Non permetteremo mai a quell’avversario di dotarsi di un’arma nucleare». La replica di Teheran non si è fatta attendere. «Per noi la guerra finita non è finita con il cessate il fuoco», ha detto il portavoce dell’esercito iraniano Mohammad Akraminia: «Non ci fidiamo degli Stati Uniti e dei nostri nemici. Abbiamo continuato ad aggiornare la nostra lista di bersagli come quando gli attacchi erano in corso. Abbiamo continuato l’addestramento e usato l’esperienza della guerra e abbiamo sia prodotto che aggiornato i nostri equipaggiamenti. Per noi la situazione è ancora di conflitto».
Trump vuole continuare a oltranza il blocco navale dei porti iraniani
Tutto lascia pensare che, in fondo, sia Trump a voler la fine dei combattimenti, più che Teheran: la guerra in Medio Oriente è infatti costata tantissimo agli Stati Uniti (circa un miliardo di dollari al giorno) e, secondo più fonti, il conflitto ha prosciugato le scorte di missili americani. Il Wall Street Journal scrive che, in recenti incontri nella Situation Room, è stato deciso di continuare a comprimere l’economia e le esportazioni di petrolio di Teheran con un blocco navale a oltranza dei porti iraniani, anziché riprendere i bombardamenti o ritirarsi dal conflitto, opzioni che comporterebbero rischi maggiori. L’Iran, intanto, ha inviato una lettera al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite denunciando la «pirateria statunitense».
Trump col mitra in un’immagine postata si Truth.
Trump risponde all’Iran pubblicando un’immagine in cui imbraccia un mitra
Dopo la risposta di Teheran, Trump ha replicato postando un’immagine su Truth in cui lo si vede imbracciare una mitragliatrice, mentre sullo sfondo è in corso un bombardamento – evidentemente – sulla Repubblia Islamica: «L’Iran non riesce a darsi una regolata. Non sanno come firmare un accordo sul nucleare. Farebbero meglio a darsi una svegliata in fretta! Basta fare il bravo ragazzo».
Per l’ex direttore dell’Fbi James Comey è stato emesso un mandato d’arresto con l’accusa di «minaccia alla vita e all’integrità fisica del presidente degli Stati Uniti» Donald Trump. Lo ha annunciato il ministro della Giustizia ad interim Todd Blanche. Comey, nominato da Barack Obama e confermato dal tycoon durante il suo primo mandato, è stato accusato per un post sul Instagram di un anno fa in cui si vedeva una serie di conchiglie a formare i numeri “86 47“, accompagnata dal commento «una curiosa formazione di conchiglie durante la mia passeggiata in spiaggia». Nel gergo della ristorazione, il numero “86” indica l’atto di eliminare o rimuovere definitivamente una voce dal menu, mentre il “47” farebbe riferimento, secondo le accuse, al 47° presidente Usa, Trump.
Il post Instagram.
I capi di imputazione
Il post, poi cancellato da Comey con la giustificazione di «non essersi reso conto che alcune persone associano quei numeri alla violenza» e di essere «contrario alla violenza di qualsiasi tipo», fu subito interpretato dai repubblicani come una minaccia contro The Donald. Di qui la mossa di un gran giurì del Distretto orientale della North Carolina che, martedì 28 aprile 2026, ha emesso un atto d’accusa per due capi d’imputazione. Il primo è di aver minacciato con consapevolezza e volontà «di uccidere e di infliggere lesioni fisiche» al presidente americano, mentre il secondo è di «aver trasmesso consapevolmente e volontariamente una comunicazione interstatale contenente una minaccia di morte» a Trump.
Comey: «Non finirà qui, sono innocente»
Dal canto suo, Comey ha ribadito la sua innocenza e si è detto fiducioso che sarà scagionato in tribunale in un video pubblicato su Substack: «Non finirà qui. Tuttavia, per quanto mi riguarda, nulla è cambiato. Sono ancora innocente. Non ho ancora paura. E continuo a credere nell’indipendenza della magistratura federale. È però fondamentale che tutti noi ricordiamo una cosa, che questo non è il modo in cui il dipartimento di Giustizia dovrebbe operare. La buona notizia è che, giorno dopo giorno, ci avviciniamo sempre più al ripristino di quei valori. Non perdete la speranza».
Il ministero della Giustizia non aveva chiesto alla procura generale di Milano di fare indagini all’estero in vista della possibile grazia per motivi umanitari da concedere a Nicole Minetti. Come spiega Repubblica, Via Arenula aveva inviato ai magistrati solo un modulo nel quale non c’era alcun riferimento a eventuali accertamenti fuori dall’Italia, in questo caso particolare in Uruguay e negli Stati Uniti.
Giuseppe Cipriani (Imagoeconomica).
Le ombre sull’adozione del bambino in Uruguay
Ora, su input del Quirinaleche ha chiesto approfondimenti, c’è da capire (con colpevole ritardo) ogni passaggio dell’adozione del minore, compresa la contrarietà dei genitori biologici che non l’avrebbero abbandonato alla nascita. L’Uruguay, peraltro, non è un Paese con cui l’Italia ha un trattato sulle adozioni internazionali. E Minetti non è nemmeno sposata con Giuseppe Cipriani: altro elemento che avrebbe dovuto suggerire cautela al ministero della Giustizia, che raramente ha aperto un’istruttoria per la grazia nei confronti di una persona che non è in custodia cautelare. E poi c’è l’intervento chirurgico subito dal bimbo a Boston, dopo il supposto parere contrario di due ospedali italiani che, però, hanno smentito di averlo avuto come paziente. C’è inoltre da capire che tipo di feste venissero organizzate nella tenuta in Uruguay di Cipriani, citato negli Epstein Files. Altro aspetto sotto la lente d’ingrandimento le circostanze della morte dei due avvocati della famiglia d’origine del bambino, di cui ha scritto Il Fatto Quotidiano. «Potremmo anche ammettere di non essere stati perspicaci», ha detto la procuratrice generale Francesca Nanni. Sul caso è stata attivata «con massima urgenza» anche l’Interpol. Saranno acquisiti documenti dall’Uruguay anche in merito a eventuali procedimenti penali.
Giorgia Meloni e Carlo Nordio (Imagoeconomica).
Meloni esclude le dimissioni del ministro Nordio
Intanto il ministro Carlo Nordio è sempre più sotto pressione. Ieri il Guardasigilli è stato ricevuto a Palazzo Chigi dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano per un colloquio che non sarebbe legato al caso-Minetti, bensì già previsto «per questioni pregresse». Le opposizioni sono tornate a invocare le dimissioni di Nordio, già indebolito dall’addio forzato della sua (ex) capo di gabinettoGiusi Bartolozzi, che però sono state escluse categoricamente dalla premier Giorgia Meloni: «Il ministero non ha strumenti per operare indagini, il ministero si avvale della magistratura e la magistratura della polizia giudiziaria. Come fa il ministero ad avere più informazioni di chi fa indagini?».
Il secondo capitolo de Il diavolo veste Prada, 20 anni dopo, ci offre un ritratto spietato sulla trasformazione del mondo dell’editoria e sulle difficoltà estreme delle vecchie generazioni ad adattarsi all’universo digitale, dove influencer e content creator hanno spazzato via interi giardinetti di competenze.
Ce n’è un po’ per tutti. Sia per quel giornalismo duro e puro che in tempi grami come questi non disdegna di scendere a compromessi, mettendo da parte gli ideali di gioventù; sia per il mondo dell’editoria dei femminili, quello dominato per decenni da Vogue & co., che invece non detta più le tendenze, non intercetta investimenti pubblicitari come una volta, e deve lottare per sopravvivere tra social, visualizzazioni e viralità.
Meryl Streep interpreta Miranda Priestly.
Prima la shitstorm, poi la rabbia degli investitori pubblicitari
Runway, la rivista di fashion guidata da Miranda Priestley (Meryl Streep), viene travolta da una shitstorm sui social perché ha pubblicato un articolo elogiativo dedicato a un’azienda che, invece, si scopre essere disinvolta sfruttatrice della manodopera. Pure gli investitori pubblicitari chiedono una sorta di risarcimento per lo scandalo che ha colpito Runway, e in particolare Dior, il cui business retail è ora guidato da Emily (Emily Blunt), l’antica assistente di Miranda.
Emily Blunt.
Messa alle strette sui due fronti (contenuti editoriali e raccolta adv), la casa editrice di Runway decide di chiamare Andrea (Anne Hathaway) come responsabile dei contenuti editoriali, poiché nel frattempo l’ex ragazza del 2006 è diventata un’apprezzata giornalista che vince premi ma che è appena stata licenziata, insieme a tutta la redazione, dal quotidiano Guardian. Miranda, con un inatteso bagno di umiltà, è d’altro canto costretta ad andare a trattare con gli investitori pubblicitari, Emily compresa.
Anne Hathaway.
«In quanti hanno cliccato sull’articolo? Non è diventato virale»
Possiamo quindi usare alcuni touchpoint della sceneggiatura del film, in sala dal 29 aprile, per allargare il discorso a un’analisi del settore fashion ed editoriale. Innanzitutto, i pur brillanti articoli di Andrea, nuova responsabile contenuti, hanno sul web un buon numero di commenti da parte della élite, ma… «in quanti hanno cliccato sull’articolo? Quante visualizzazioni ha fatto? Non è diventato virale», è il cinico commento dell’editore di Runway.
La Miranda del 2006 governava gli eventi, li determinava. Quella del 2026 è più passiva, li subisce, non detta più le regole, accetta senza fiatare le condizioni poste dagli investitori pubblicitari: «A risarcimento dello scandalo ci farete tre pagine di servizi e poi un’intervista celebrativa dedicata alla nostra nuova sede», le dice Emily. E a chi prova a chiedere a Miranda di essere un po’ meno accondiscendente, la direttrice risponde: «Abbiamo bisogno degli investimenti pubblicitari, il numero di Runway di settembre pare un filo interdentale», lasciando intendere che mancano le pagine pubblicitarie e la foliazione è ridotta al minimo.
Che fatica adattarsi alle nuove regole woke su diversity e body shaming
Lei, d’altronde, ragiona ancora guardando quasi solo all’edizione cartacea, percepisce come svilenti tutte le variazioni editoriali sul digitale, e quando partecipa alle riunioni in cui viene sommersa dai dati su metriche e visualizzazioni si annoia tremendamente. Fa anche molta fatica ad adattarsi alle nuove regole woke in tema di diversity e body shaming: «Ho detto ragazza grassa del New Jersey. Cos’è che non si può dire? Non posso dire che è del New Jersey?».
La locandina del film.
Ecco quindi emergere un suo gap sia tecnologico sia culturale con i nuovi standard dell’editoria. Nel passaggio generazionale dal vecchio proprietario, appassionato di editoria, a suo figlio, molto meno a suo agio tra redazioni e menabò, si evidenzia ancor di più il cambio di passo: i consulenti di McKinsey chiedono di tagliare i costi un po’ ovunque, e, preferibilmente, di vendere la società.
Convocazione nella mensa aziendale: ma chi l’ha mai vista?
Miranda è costretta a viaggiare da New York a Milano in economy e non più in business; vengono abolite le macchine con autista e si caldeggia l’utilizzo di Uber; il nuovo editore convoca Miranda alla mensa aziendale, «ma lei non ha mai messo piede in quel piano dell’azienda, non sapeva neppure che esistesse una mensa aziendale», dice il suo art director Nigel (Stanley Tucci), che poi ricorda i bei tempi in cui «per fare questo servizio potevo andare in Africa tre mesi col fotografo Richard Avedon. Ora vanno bene tre giorni in una location periferica di Brooklyn».
Stanley Tucci e Anne Hathaway nel film.
Quindi che fine farà l’editoria? Beh, non ci sono molte strade, come racconta il film. O ci si rifugia in modelli di grande successo tipo l’Economist o il New York Times, con grandi gruppi dove però un manipolo di azionisti illuminati conserva azioni di classe B, non contendibili, per governare l’indirizzo editoriale delle attività; oppure si trova un miliardario appassionato che compra e lascia mano libera a direttori e giornalisti. L’antica formula dell’imprenditore che si compra i media non per il business in sé, ma per appoggiare e fare lobbying a favore delle altre sue attività sembra invece avere i giorni contati (in Italia, tuttavia, sembra essere un grimaldello che va ancora di moda).
«Il primo iPhone è stato in qualche modo l’inizio della fine»
Di sicuro la rivoluzione che si è abbattuta sull’editoria è stata anche la molla per avviare, 20 anni dopo, la realizzazione del sequel de Il diavolo veste Prada. Come spiega infatti il regista di entrambi i film, David Frankel, «il mondo del giornalismo cartaceo è cambiato. Tutto il mondo è cambiato. Per mettere le cose in prospettiva, il primo iPhone è uscito soltanto un anno dopo il primo film e penso che quello sia stato in qualche modo l’inizio della fine. Mentre vedevamo il mondo del giornalismo cartaceo sempre più in declino anno dopo anno, ci sembrava sensato esplorare questo cambiamento e sviluppare una storia in cui questi personaggi finissero nuovamente per interagire. Volevamo esplorare i compromessi a cui loro devono scendere per mantenere le proprie carriere. Se il primo film era un romanzo di formazione in cui una giovane donna (Anne Hathaway, ndr) scopriva il proprio posto nel mondo, il sequel parla di una donna matura che affronta tutte le scelte che ha compiuto nella propria vita».
Anne Hathaway e Meryl Streep.
Insomma «il cambiamento è ovviamente qualcosa che tutti noi sperimentiamo nelle nostre carriere professionali, e il modo in cui lo affrontiamo è una priorità assoluta; è una sfida che tutti i nostri personaggi devono superare, ma per Miranda la parola chiave era eredità, heritage. Come si fa a mantenere in vita qualcosa quando la sua influenza e la sua importanza culturale stanno svanendo? Come far sì che una testata che è chiaramente un heritage continui ad avere un significato per le persone? Si tratta anche della sua eredità personale. Se questo è ciò che ha fatto nella sua vita, lei deve trovare come vorrebbe che le persone ricordassero i suoi successi una volta che avrà smesso di farlo».
«Sono cambiate così tante cose nel mondo dell’editoria…»
Anche per Meryl Streep il cambiamento dell’editoria è stato lo spunto fondamentale per convincerla a interpretare il sequel: «Il motivo per cui oggi il film ha senso è che sono cambiate così tante cose nel mondo delle riviste, in quello dell’editoria e nel giornalismo in generale. Il settore si è praticamente dissolto, al punto che tutti stanno cercando di capire come farlo funzionare. Ed è in quell’atmosfera che entrano in gioco la tensione e la trama, e vengono messe in luce tutte le cose che le persone devono fare per tenere a galla la barca in questi tempi così turbolenti. Quello del 2006 era un film su una donna a capo di una grande azienda, e i personaggi principali erano donne, per di più donne ambiziose. Quindi era tutto nuovo e divertente. Ora penso che sia ancora rilevante esplorare come le donne ricoprano ruoli di leadership e in quali modi. Il mondo è turbolento e piuttosto cupo. Le notizie sono deprimenti, ed è fantastico avere qualcosa che ci ricordi tutto ciò che c’è di meraviglioso, libero, bello e sciocco nel mondo».
Svolta nelle indagini sull’aggressione a colpi di pistola ad aria compressa esplosi contro una coppia di sessantenni militanti di Sinistra Italiana al parco Schuster di Roma alla fine del corteo del 25 aprile. È stato fermato un 21enne appartenente alla Comunità ebraica che, stando al Corriere della sera, avrebbe ammesso le proprie responsabilità dicendo di fare parte della Brigata ebraica. Decisivi per la sua identificazione i video delle telecamere della zona. Il ventenne a bordo di uno scooter con casco integrale aveva sparato almeno tre colpi contro i due manifestanti – Rossana Gabrieli e Nicola Fasciano – con al collo il fazzoletto dell’Anpi, ferendoli in modo lieve.
Continua, anche se non più in modo totalizzante, il dominio delle autrici. Tra le altre Nnedi Okorafor, Emily Tesh, Amal El-Mohtar, Annalee Newitz, Sarah Pinsker, Martha Wells
Per qualche anno le categorie della narrativa sono state appannaggio quasi esclusivo di autrici. Del resto, secondo recenti sondaggi, anche i lettori della fantascienza sono stati sorpassati dalle lettrici: quello che un tempo era un genere quasi esclusivamente maschile è sempre più apprezzato dalle donne, che lo stanno rinnovando e rilanciando.
Ecco i finalisti dell'edizione 2026, basati su circa millecinquecento voti espressi dai partecipanti della Worldcon 2025 e dai preiscritti della Worldcon 2026, che si terrà a fine agosto a Los Angeles e dove saranno annunciati... - Leggi l'articolo
Nuova dichiarazione di Donald Trump sull’Iran e lo stretto di Hormuz. Affidandosi come di consueto alla sua piattaforma social Truth, il presidente Usa ha affermato che Teheran ha «appena informato» Washington di trovarsi in uno «stato di collasso», chiedendo che gli Stati Uniti di «aprire il prima possibile» il braccio di mare, «in attesa di definire la leadership» del Paese.
Trump è scettico sulla proposta per riaprire Hormuz e rinviare sul nucleare
The Donald intanto incassa la “vittoria” dell’uscita degli Emirati Arabi dall’Opec
L’ultima dichiarazione di The Donald, peraltro, arriva in un giorno segnato dall’addio degli Emirati Arabi Uniti all’Opec, che di fatto può essere considerata una vittoria per il tycoon, il quale in passato ha accusato l’organizzazione di «derubare il resto del mondo» gonfiando i prezzi del petrolio.
Russia, Indonesia, Australia. Con la guerra in Medio Oriente, la Cina sta riscrivendo la mappa delle sue importazioni di energia. Pechino sta riducendo l’esposizione dall’Iran e dai Paesi del Golfo, che insieme rappresentavano sin qui il 45 per cento delle sue importazioni totali di petrolio. A marzo, cioè dopo l’inizio del conflitto di Stati Uniti e Israele contro Teheran, gli acquisti di greggio dal Medio Oriente sono crollati del 25 per cento. Un chiaro segnale di rimodulazione strategica della propria sicurezza energetica e dell’architettura dei mercati internazionali.
Il nodo di Hormuz agita Xi Jinping
Alla base di questa trasformazione vi è lo shock provocato dalla crisi nello Stretto di Hormuz, su cui persino Xi Jinping si è inusualmente espresso direttamente, chiedendone la riapertura durante un colloquio col principe ereditario e premier saudita Mohammed bin Salman. Episodio tutt’altro che frequente, visto che il presidente cinese solitamente si limita a indicare principi generali, senza entrare nei nodi specifici delle crisi globali. Un chiaro sintomo della preoccupazione di Pechino, nonché della sua speranza di un ritorno alla stabilità. Non solo per una questione di approvvigionamenti energetici, ma anche per il timore di uno shock prolungato della domanda globale, che potrebbe avere un impatto rilevante su un’economia ancora dipendente dall’export come quella cinese.
Navi nello Stretto di Hormuz (Ansa).
Le contromosse: scorte e aumento dell’import russo
Nel frattempo, la Cina sta già ridisegnando la sua catena di fornitura energetica. Il drastico calo dei flussi passati da Hormuz, crollati da circa 20 milioni di barili al giorno a meno di 4 milioni nelle fasi più acute della crisi, ha reso evidente ciò che gli strateghi cinesi discutono da anni: la dipendenza strutturale da rotte marittime controllate da altri attori costituisce una vulnerabilità sistemica. Pechino ha risposto in due modi. Innanzitutto, dando fondo alle sue riserve strategiche. Proprio per far fronte a questo scenario, nel 2025 la Cina ha aumentato nettamente le importazioni, accumulando scorteper 430 mila barili al giorno. All’inizio di gennaio, Pechino disponeva di 1.206 miliardi di barili di petrolio stoccati a terra, sufficienti a coprire 104 giorni di importazioni nette di greggio ai livelli del 2025. Oltre a questo, la Cina si è trovata costretta a operare una riallocazione rapida delle proprie fonti di approvvigionamento. L’aumento del 13,3 per cento delle importazioni dalla Russia, fino a 74,5 milioni di barili, rilancia il ruolo di Mosca come pilastro energetico di Pechino. L’anno scorso, le esportazioni russe di greggio verso la Cina erano diminuite del 6,9 per cento, in particolare dopo che le grandi compagnie petrolifere statali della Repubblica Popolare avevano interrotto gli acquisti via mare per timore di sanzioni secondarie. Ora l’inversione di tendenza.
Vladimir Putin con Xi Jinping (Ansa).
Il boom dell’export indonesiano verso Pechino
Ancora più sorprendente è il caso dell’Indonesia, le cui esportazioni verso la Cina sono aumentate oltre 100 volte su base annua, raggiungendo 40,6 milioni di barili e diventando il terzo fornitore del mese. Questo balzo, apparentemente anomalo, segnala due dinamiche profonde. Da un lato, la capacità della Cina di attivare rapidamente fornitori alternativi, anche marginali nel sistema globale, sfruttando la propria leva commerciale e finanziaria. Dall’altro, l’emergere di un mercato energetico sempre più fluido e opportunistico, in cui i flussi si riconfigurano rapidamente in risposta a shock geopolitici. Nel medio periodo, Pechino guarda anche al Canada, con cui di recente sono stati sottoscritti dei memorandum d’intesa, a margine dell’incontro tra il premier Mark Carney e Xi.
La delegazione canadese con il primo ministro Mark Canrny in visita a Pechino, 16 gennaio 2026 (Ansa).
L’Australia è diventata il principale fornitore di Gnl
Attenzione, perché il riassestamento potrebbe essere strutturale. La riduzione delle importazioni da Arabia Saudita, Iraq, Kuwait e Qatar sembra destinata a durare anche nel caso si arrivi a una tregua duratura, perché dopo la crisi resterà il riflesso di un rischio politico diventato improvvisamente insostenibile. Il conflitto ha anche modificato le importazioni cinesi di gas naturale liquefatto (GNL), che sono diminuite del 19,2 per cento, a 3,95 milioni di tonnellate. Le spedizioni dal Qatar, in precedenza il principale fornitore, sono calate del 42,8 per cento a 988 mila tonnellate, consentendo all’Australia di conquistare il primo posto. Le consegne dalla Russia sono aumentate del 43,8 per cento a 558 mila tonnellate, ma non sono state sufficienti a colmare il divario.
Non solo Mosca: il rafforzamento della partnership con il Turkmenistan
In tal senso, la Cina sembra intenzionata a evitare un’eccessiva dipendenza nei confronti di Mosca. La scorsa settimana, il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha visitato Pechino, dichiarando che la Russia è pronta a «compensare il deficit di risorse» causato dalla guerra. Certo, Xi potrebbe dare il via libera definitivo al maxi gasdotto Power of Siberia 2, dopo anni di pressioni da parte di Vladimir Putin. Ma, allo stesso tempo, continua a coltivare altri canali. Nei giorni scorsi, il vicepremier Ding Xuexiang è stato in Turkmenistan, in una missione volta proprio al rafforzamento della partnership energetica con la repubblica ex sovietica dell’Asia centrale. Un segnale anche alla Russia, che vede nel caos in Medio Oriente un’opportunità per riequilibrare i rapporti con la Cina, nettamente sbilanciati a favore di quest’ultima dopo la guerra in Ucraina. Ding ha partecipato alla posa della prima pietra della nuova fase di sviluppo del giacimento di Galkynysh e nel rilancio del progetto di un nuovo gasdotto verso la Cina. Il Turkmenistan possiede una delle più grandi riserve di gas al mondo e, già oggi, destina circa il 90 per cento delle sue esportazioni proprio alla Cina. La decisione di investire ulteriormente nel giacimento di Galkynysh e nella sua espansione, con la partecipazione diretta del colosso statale China National Petroleum Corporation, consolida ulteriormente una direttrice energetica alternativa.
Lo Shenditake 1, il pozzo più profondo dell’Asia (quasi 11 mila metri) realizzato dalla China National Petroleum Corporation (Ansa).
Meno rotte marittime e più gasdotti per garantire stabilità
Pechino intende investire ulteriormente sui collegamenti terrestri. A differenza delle forniture marittime, che possono essere rapidamente riorientate ma sono vulnerabili a blocchi e interruzioni, i gasdotti rappresentano investimenti di lungo periodo, che creano interdipendenze stabili e difficilmente reversibili. Proprio tutte le qualità che rispondono al mantra di Xi: stabilità.
Non si placa il caso del licenziamento di Beatrice Venezi, silurata dal Teatro La Fenice prima ancora di assumere l’incarico di direttrice musicale a causa dei contenuti di un’intervista al quotidiano argentino La Nación. I sindacati della Fenice, in una nota, fanno sapere che i lavoratori del teatro veneziano «in questi giorni stanno ricevendo, soprattutto sui social, valanghe di insulti e minacce, anche di morte».
Beatrice Venezi (Ansa).
La denuncia dei rappresentanti dei lavoratori della Fenice
«Vogliamo far sapere che ci siamo già rivolti ai nostri uffici legali per difenderci da tanta inutile meschinità», si legge inoltre nella nota. «I rappresentanti delle lavoratrici e dei lavoratori mai e sottolineiamo mai, hanno offeso o calunniato né la Maestra Venezi né nessun’altra persona o istituzione», spiegano i sindacati. E poi: «La nostra istanza, durata sette mesi, è stata costantemente e unicamente finalizzata al ripristino di quella ordinaria prassi consolidata che garantisce un clima di fiducia e rispetto, presupposto indispensabile per la gestione di un Teatro e che garantisce la più alta resa artistica possibile». Domenica 26 aprile, prima che il sipario si aprisse sul wagneriano Lohengrin di Damiano Michieletto, l’orchestra della Fenice ha esultato alla notizia della cancellazione di ogni collaborazione con Venezi.
Beatrice Venezi (Ansa).
Bignami: «Deve andare avanti anche chi è bravo e non di sinistra»
Intanto sulla questione si è espresso Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera: «Reputavo arrogante la sinistra quando contestava il sovrintendente Nicola Colabianchi perché nella sua autonomia aveva nominato Venezi, non ho intenzione di essere altrettanto arrogante e commentare oggi che con la solita autonomia ha scelto diversamente. Beatrice è brava e giovane. Fino ad oggi ha pagato non essere figlia di musicisti e non essere di sinistra. Noi ci batteremo sempre per una nazione in cui chi è bravo può andare avanti anche se non è di sinistra».
Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato l’uscita dall’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (Opec) e da Opec+ a partire dal primo maggio, infliggendo un duro colpo ai gruppi di esportatori di greggio e al loro leader de facto, l’Arabia Saudita. La mossa, clamorosa, arriva nel bel mezzo di discussioni in corso e considerazioni strategiche all’interno del mercato globale, in difficoltà a causa di quanto sta accadendo nello Stretto di Hormuz, il braccio di mare tra Iran e Oman attraverso il quale normalmente transita un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiali.
L’uscita degli Emirati Arabi è una vittoria per Trump
Gli Emirati Arabi Uniti sono il primo Paese del Golfo a lasciare l’alleanza in decenni. L’uscita di questo membro storico dell’Opec potrebbe creare disordine e indebolire l’organizzazione, che ha sempre tentato di mostrare unità nonostante i disaccordi interni su una serie di questioni, dalla geopolitica alle quote di produzione. L’uscita degli Emirati rappresenta una vittoria per Donald Trump, che ha accusato l’Opec di «derubare il resto del mondo» gonfiando i prezzi del petrolio.
Donald Trump (Ansa).
Le critiche al Consiglio di Cooperazione del Golfo
La decisione è arrivata dopo che gli Emirati Arabi Uniti, centro nevralgico per gli affari regionali e uno dei più importanti alleati degli Usa, hanno criticato gli altri Stati arabi per non aver fatto abbastanza per proteggerli dai numerosi attacchi iraniani. «I Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo si sono supportati a livello logistico, ma politicamente e militarmente, credo che la loro posizione sia stata storicamente la più debole», ha affermato Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed Al Nahyan. «Mi aspettavo questa posizione debole dalla Lega Araba e non ne sono sorpreso, ma non dal Consiglio di Cooperazione del Golfo», ha aggiunto, puntando il dito contro Arabia Saudita, Bahrein, Oman, Kuwait e Qatar.
Una moschea di Abu Dhabi (Ansa).
Quali sono i Paesi che fanno parte dell’Opec
L’Opec, fondata nel 1960, comprende 12 Paesi (presto 11, a questo punto), che assieme negoziano con le compagnie aspetti riguardanti produzione di petrolio, prezzi e concessioni: Algeria, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Venezuela, Guinea Equatoriale, Repubblica del Congo e Gabon.
Di nuovo sotto pressione per il caso della grazia concessa a Nicole Minetti, il ministro della Giustizia Carlo Nordio è stato ricevuto alle 13 a Palazzo Chigi. Il Guardasigilli, spiegano fonti di governo, ha incontrato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Il colloquio non sarebbe legato al caso-Minetti, in quanto già previsto «per questioni pregresse» e sull’esame di alcuni provvedimenti. Nordio è stato nella sede del Governo per oltre un’ora.
Il termine “cafone” viene di solito riferito a chi proviene dalla periferia agricola. Infatti l’interpretazione diffusa vuole l’epiteto, “cafone” traduca in lingua una locuzione dialettale del napoletano: cu a’ fune, ovvero con la fune. In tale spiegazione la fune, secondo quanto è esposto anche in Wikipedia, sarebbe quella che, già dal 1400, gli abitanti dei villaggi di Terra di Lavoro o del basso Lazio arrotolavano intorno alla spalla giungendo a Napoli, per acquistare nelle fiere il bestiame. O anche, in un’altra versione, quella dei facchini chiamati dai signori della nobiltà napoletana per caricare e scaricare i mobili nei traslochi. O, infine, quella con cui si legavano, per non disperdersi tra la folla del mercato cittadino dove erano andati a fare acquisti, i membri di una famiglia proveniente dalla campagna. E del resto, Raffaele Cutolo, l’autore dei versi della canzone “dove sta zazà”, del 1943, che narra di una ragazza sparita “mmiez a tanta gente” era nato dalle parti di piazza Carità a Napoli dove si svolgeva una fiera commerciale con bancarelle, brulicante di “cafune e’ fore”, cafoni di fuori, e chi sa si sia ispirato a un episodio accaduto veramente. L’accademia della Crusca non ritiene giusto però il chiarimento sull’espressione dialettale dal momento “cafone” è un termine antico mentre la lettera a’ per dire l’articolo “la” è stata adottata abbastanza di recente. Più convincente per gli accademici appare la versione del glottologo Carlo Salvioni, risalente un secolo fa, secondo cui il termine cafone deriva dal latino cavare che significa scavare, rivoltare la terra, con l’aggiunta del suffisso -one (che indica abitudine o eccesso nel fare l’azione espressa dal verbo, come in chiacchierone, imbroglione, mangione, sgobbone) sì che il cafone è colui che scava, che zappa la terra, ovvero il contadino. In questo senso il dire, in passato, a uno “cafone” non aveva un senso offensivo sebbene il termine rilevasse, nel suffisso una disposizione all’esagerazione. Ma, oltre il significato legato all’etimo, e quindi oltre l’indicazione di un tipo sociale, il contadino, la sua rusticità, la grossolanità che gli si attribuiva, cosa individua più in generale il termine “cafone”? Nel 1968 Gillo Dorfles provò a spiegare cosa sia cafone utilizzando un termine tedesco sostitutivo, kitsch, il cui etimo ha a che fare con il fango, pertanto ancora con la terra. Se “cafone” rinvia però al lavoro agricolo, per Dorfles il Kitsch è proprio alla società industriale nel senso che è kitsch la riproduzione tecnica di oggetti singolari, di alto valore economico e culturale, rivolta al consumo di massa. Ne è esempio l’immagine della Gioconda che, raffigurata su un grembiule da cucina, fa dell’arte un accessorio per servizi domestici. Pertanto il kitsch, e pure il cafone, consiste nel cattivo gusto, nel fingere cioè di mostrare l’autenticità di qualcosa onde gratificare le persone che ne fruiscono, convinte di partecipare ad una elevata esperienza estetica senza nessuno sforzo interpretativo. Puntando su effetti superficiali, in breve, può dirsi che le sue caratteristiche sono nell’uso di decorazioni sproporzionate, di colori sgargianti, nell’imitazione scadente di oggetti nobili, nell’assenza di originalità e di autenticità o, anche, nello sfoggio eccessivo di oggetti pure autentici ma messi in bella mostra per fare colpo. Vale a dire, ad esempio, che è cafone non solo indossare orologi falsi, abiti o accessori che imitano quelli griffati, gioielli che vogliono sembrare d’oro essendo solo placcati o, peggio ancora in lega simil-oro quanto anche esibire in maniera sfarzosa griffe e gioielli pure veri e però, in una ostentazione tale da essere pacchiani. In questo senso la nostra città, Salerno, che ha tentato, al fine di dirsi “europea”, di imitare nell’architettura le grandi città come Parigi, Londra, New York, chiamando per la progettazione cosiddetti archistar, è già in questo, rivolta a gratificare il popolino fingendo di farlo vivere in un luogo di rilievo internazionale, cafona. L’illusione dei salernitani di ritrovarsi, nella piazza più grande del mondo che di fatto è un solaio, è pari a quella della signora cafona che indossa collane di finte perle o di falso oro. E del resto non sono i molti cafoni della domenica o i falsi turisti delle crociere a frequentare la falsa piazza? L’inautenticità a Salerno è tale da potersi dire sia ormai tutta la città ad essere zotica. Zotica negli edifici alti che spuntano in ogni dove e che vorrebbero essere grattacieli essendo rispetto a quelli veri solo nani. Zotica nei materiali e dei colori che i nuovi edifici salernitani, progettati da tecnici incolti, ostentano ad imitazione dei nuovi palazzi milanesi. Zotica al supermercato “Le cotoniere” dove si mostra un patchwork di rivestimenti in una sorta di catalogo di un falso lusso edilizio. Zotica nei tanti palazzi residenziali all’Arechi, lungo l’Irno, sulla collina si Giovi, o di fronte all’Arbostella, con sbalzi curvilinei inutili o falsi brise-soleil che, invece di infrangere il sole, tentano di determinare un nuovo involucro che nascondi la loro bruttura, in fondo alla maniera del crescent che, per occultare la sua mole eccessiva, ha utilizzato finte colonne doriche prefabbricate. Né i nuovi progetti esaltati da De Luca in campagna elettorale sfuggiranno, per quanto è dato sapere alla volgarità cafona, come è per il previsto collegamento “monumentale”, con nuovo cemento naturalmente, tra porta Ovest e la cosiddetta piazza della libertà o per il rivestimento in ceramica dei piloni del viadotto ci si offre di fatto un occultamento. “A Kitsch non si sfugge” diceva Dorfles.
I giovani super della Godolkin University torneranno nell'ultima stagione di The Boys e – forse – nelle altre serie del franchise
Quest'anno la scuola finisce in anticipo per i supereroi, e finisce per sempre. A sorpresa, nel bel mezzo della pubblicazione degli episodi della quinta e ultima stagione di The Boys (su Prime Video), lo spin-off dedicato alla nuova generazione di aspiranti super Gen V è stata cancellata da Amazon. Ma quello che sembra un addio per le e gli studenti della Godolkin University, è in realtà un arrivederci e i produttori della serie, Eric Kripke e Evan Goldberg hanno rassicurato il pubblico che
Anche se avremmo voluto poter continuare la festa per un'altra... - Leggi l'articolo
Premiato ufficialmente sabato 25 ai Delos Days, il volume è ora ufficialmente in vendita in ebook e stampa
Si intitola Kryzys Robotowy – La crisi dei robot, ed è il romanzo di Alessandro Massasso vincitore del Premio Odissea 2026. Una storia ambientata al confine tra la Polonia e la Bielorussa (ecco spiegato il titolo) con un solido impianto da thriller ma temi decisamente sociali ed estremamente attuali.
Premiato e presentato in anteprima sabato 25 aprile, con la presenza dell'autore, esce oggi ufficialmente sia in ebook che in versione cartacea (136 pagine, 14 euro).
Kryzys Robotowy - La crisi dei robotdi Alessandro MassassoNon è una rivolta delle... - Leggi l'articolo
Presentato ai Delos Days, il volume è basato su un'idea pazzesca: raccogliere 666 racconti di 666 caratteri l'uno, di 666 autori diversi. Ora l'idea è diventata realtà.
È stato presentato ai Delos Days, sabato 25 aprile, il nuovo libro-evento di Delos Digital. Un'operazione nella linea delle precedenti antologie “365 racconti” ma ancora più complicata: i racconti questa volta sono 666, e con la regola di non poter essere più lunghi di 666 battute. Immaginate le difficoltà a organizzare un'operazione del genere: eppure Delos, in particolare le tre persone che l'hanno curata, ovvero Paolo Di Orazio, Marika Campeti e Claudia Myriam Cocuzza, ci sono riuscite.
Coperte da un drappo nero, tenute nascoste fino all'ora... - Leggi l'articolo
Con soli sedici episodi alla fine della serie, il tempo stringe per chiudere il cerchio con The Original Series
Dopo gli episodi sperimentali (e accolti con vari gradi di entusiasmo) della terza stagione, il primo trailer della quarta sembra voler riportare Strange New Worlds, unica serie del franchise di Star Trek ancora in corso, in territori narrativi più vicini alla serie originale (se tralasciamo la presenza di dinosauri nello spazio e la trasformazione di Pike in un Muppet, almeno).
Guarda il video: Star Trek: Strange New Worlds | Season 4 Official Teaser | Paramount+
L'esplorazione spaziale torna dunque a essere l'elemento predominante dei dieci episodi in arrivo su Paramount+ a... - Leggi l'articolo
SERIE TV - Star Trek - 27 aprile 2026 - articolo di Angela Bernardoni
La serie, in arrivo il prossimo maggio, sarà un thriller dai toni ansiogeni come promesso dal trailer
La paranoia la fa da padrona nel trailer di Star City pubblicato pochi giorni fa da Apple TV. Lo spin-off dell'acclamata serie ucronica For All Mankind, racconta infatti gli eventi della prima stagione della serie principale, ma dal punto di vista delle scienziate e degli scienziati sovietici impegnati a raggiungere la Luna prima della Nasa.
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Quello che le nuove immagini lasciano capire, infatti, è che tra le fila sovietiche si nasconde un traditore, e che sarà compito della personaggia interpretata da Anna Maxwell... - Leggi l'articolo
Secondo giorno di Delos Days a Milano. Ecco il programma della giornata, con “gorilla”, centenari, ciclisti e delitti.
Ultimo giorno per i Delos Days oggi a Milano, alla Casa dei Giochi in via Sant'Uguzzone 8. Dopo il successo del primo giorno ancora una giornata ricca di eventi e incontri: ecco cosa prevede oggi il programma.
Domenica 26/04
Sala Verde – domenica 11:00
Collane: Sherlockiana e le sue sorelle
Sherlock Holmes non è più un personaggio: è un mondo, nel quale centinaia di scrittori, anche italiani, hanno costruito storie affascinanti, andando a toccare spesso angoli di storia dell’Ottocento e del Novecento. Con il curatore Luigi Pachì e l’autore... - Leggi l'articolo
Primo giorno di Delos Days a Milano. Ecco il programma della giornata, con ospiti, zombie, robot, premi e antologie diaboliche.
FInalmente è arrivato il momento. I Delos Days si aprono oggi a Milano, alla Casa dei Giochi in via Sant'Uguzzone 8. Due giorni ricchi di eventi e incontri: ecco cosa prevede oggi il programma.
Sabato 25/04
Sala Verde – sabato 11:00
Collane: Odissea romantica, Passioni romantiche, Senza sfumature
Un decennio di emozioni, quasi quattrocento titoli. Incontro con le curatrici.
Relatori: Isabella Valerio, Ada Capobianco, Linda Lercari
Sala Rossa – sabato 11:00
Collane: Innsmouth e I libri di Innsmouth
Innsmouth, la “weird zone” di Delos. Esiste... - Leggi l'articolo