Russia, Indonesia, Australia. Con la guerra in Medio Oriente, la Cina sta riscrivendo la mappa delle sue importazioni di energia. Pechino sta riducendo l’esposizione dall’Iran e dai Paesi del Golfo, che insieme rappresentavano sin qui il 45 per cento delle sue importazioni totali di petrolio. A marzo, cioè dopo l’inizio del conflitto di Stati Uniti e Israele contro Teheran, gli acquisti di greggio dal Medio Oriente sono crollati del 25 per cento. Un chiaro segnale di rimodulazione strategica della propria sicurezza energetica e dell’architettura dei mercati internazionali.
Il nodo di Hormuz agita Xi Jinping
Alla base di questa trasformazione vi è lo shock provocato dalla crisi nello Stretto di Hormuz, su cui persino Xi Jinping si è inusualmente espresso direttamente, chiedendone la riapertura durante un colloquio col principe ereditario e premier saudita Mohammed bin Salman. Episodio tutt’altro che frequente, visto che il presidente cinese solitamente si limita a indicare principi generali, senza entrare nei nodi specifici delle crisi globali. Un chiaro sintomo della preoccupazione di Pechino, nonché della sua speranza di un ritorno alla stabilità. Non solo per una questione di approvvigionamenti energetici, ma anche per il timore di uno shock prolungato della domanda globale, che potrebbe avere un impatto rilevante su un’economia ancora dipendente dall’export come quella cinese.

Le contromosse: scorte e aumento dell’import russo
Nel frattempo, la Cina sta già ridisegnando la sua catena di fornitura energetica. Il drastico calo dei flussi passati da Hormuz, crollati da circa 20 milioni di barili al giorno a meno di 4 milioni nelle fasi più acute della crisi, ha reso evidente ciò che gli strateghi cinesi discutono da anni: la dipendenza strutturale da rotte marittime controllate da altri attori costituisce una vulnerabilità sistemica. Pechino ha risposto in due modi. Innanzitutto, dando fondo alle sue riserve strategiche. Proprio per far fronte a questo scenario, nel 2025 la Cina ha aumentato nettamente le importazioni, accumulando scorte per 430 mila barili al giorno. All’inizio di gennaio, Pechino disponeva di 1.206 miliardi di barili di petrolio stoccati a terra, sufficienti a coprire 104 giorni di importazioni nette di greggio ai livelli del 2025. Oltre a questo, la Cina si è trovata costretta a operare una riallocazione rapida delle proprie fonti di approvvigionamento. L’aumento del 13,3 per cento delle importazioni dalla Russia, fino a 74,5 milioni di barili, rilancia il ruolo di Mosca come pilastro energetico di Pechino. L’anno scorso, le esportazioni russe di greggio verso la Cina erano diminuite del 6,9 per cento, in particolare dopo che le grandi compagnie petrolifere statali della Repubblica Popolare avevano interrotto gli acquisti via mare per timore di sanzioni secondarie. Ora l’inversione di tendenza.

Il boom dell’export indonesiano verso Pechino
Ancora più sorprendente è il caso dell’Indonesia, le cui esportazioni verso la Cina sono aumentate oltre 100 volte su base annua, raggiungendo 40,6 milioni di barili e diventando il terzo fornitore del mese. Questo balzo, apparentemente anomalo, segnala due dinamiche profonde. Da un lato, la capacità della Cina di attivare rapidamente fornitori alternativi, anche marginali nel sistema globale, sfruttando la propria leva commerciale e finanziaria. Dall’altro, l’emergere di un mercato energetico sempre più fluido e opportunistico, in cui i flussi si riconfigurano rapidamente in risposta a shock geopolitici. Nel medio periodo, Pechino guarda anche al Canada, con cui di recente sono stati sottoscritti dei memorandum d’intesa, a margine dell’incontro tra il premier Mark Carney e Xi.

L’Australia è diventata il principale fornitore di Gnl
Attenzione, perché il riassestamento potrebbe essere strutturale. La riduzione delle importazioni da Arabia Saudita, Iraq, Kuwait e Qatar sembra destinata a durare anche nel caso si arrivi a una tregua duratura, perché dopo la crisi resterà il riflesso di un rischio politico diventato improvvisamente insostenibile. Il conflitto ha anche modificato le importazioni cinesi di gas naturale liquefatto (GNL), che sono diminuite del 19,2 per cento, a 3,95 milioni di tonnellate. Le spedizioni dal Qatar, in precedenza il principale fornitore, sono calate del 42,8 per cento a 988 mila tonnellate, consentendo all’Australia di conquistare il primo posto. Le consegne dalla Russia sono aumentate del 43,8 per cento a 558 mila tonnellate, ma non sono state sufficienti a colmare il divario.
Non solo Mosca: il rafforzamento della partnership con il Turkmenistan
In tal senso, la Cina sembra intenzionata a evitare un’eccessiva dipendenza nei confronti di Mosca. La scorsa settimana, il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha visitato Pechino, dichiarando che la Russia è pronta a «compensare il deficit di risorse» causato dalla guerra. Certo, Xi potrebbe dare il via libera definitivo al maxi gasdotto Power of Siberia 2, dopo anni di pressioni da parte di Vladimir Putin. Ma, allo stesso tempo, continua a coltivare altri canali. Nei giorni scorsi, il vicepremier Ding Xuexiang è stato in Turkmenistan, in una missione volta proprio al rafforzamento della partnership energetica con la repubblica ex sovietica dell’Asia centrale. Un segnale anche alla Russia, che vede nel caos in Medio Oriente un’opportunità per riequilibrare i rapporti con la Cina, nettamente sbilanciati a favore di quest’ultima dopo la guerra in Ucraina. Ding ha partecipato alla posa della prima pietra della nuova fase di sviluppo del giacimento di Galkynysh e nel rilancio del progetto di un nuovo gasdotto verso la Cina. Il Turkmenistan possiede una delle più grandi riserve di gas al mondo e, già oggi, destina circa il 90 per cento delle sue esportazioni proprio alla Cina. La decisione di investire ulteriormente nel giacimento di Galkynysh e nella sua espansione, con la partecipazione diretta del colosso statale China National Petroleum Corporation, consolida ulteriormente una direttrice energetica alternativa.

Meno rotte marittime e più gasdotti per garantire stabilità
Pechino intende investire ulteriormente sui collegamenti terrestri. A differenza delle forniture marittime, che possono essere rapidamente riorientate ma sono vulnerabili a blocchi e interruzioni, i gasdotti rappresentano investimenti di lungo periodo, che creano interdipendenze stabili e difficilmente reversibili. Proprio tutte le qualità che rispondono al mantra di Xi: stabilità.
