di Olga Chieffi “
Nell’aula dove fu giurata la Costituzione/ murata col vostro sangue/sono tornati/da remote caligini/i fantasmi della vergogna/troppo presto li avevamo dimenticati/è bene che siano esposti/in vista su questo palco/perché tutto il popolo riconosca i loro volti/ e si ricordi/che tutto questo fu vero”.
Questo stralcio di un’epigrafe firmata da Piero Calamandrei sul Ponte, dopo le elezioni del 7 giugno del 1953, contro i revisionismi di ogni risma, sembra scritta oggi. Con queste parole l’amministrazione della nostra città ha inteso, quest’anno, ricordare il sacrificio di quanti si sono immolati nel secondo conflitto mondiale sino a quel 25 aprile del 1945, data di liberazione dell’ Italia dal regime nazifascista. , la conquista della gioia, ottenuta attraverso il martirio della stessa. La storia umana continua nel suo sviluppo, imperterrita, la perdita della gioia, la perdita dei primordi, attraverso la guerra. Ma la gioia per converso, in quanto sottratta alla storia, può rivelarsi la cosa più serbata, più intatta e segreta. L’uomo che diviene capace di acquistare gioia, di vestirsi di quest’abito cosmico, diviene capace di origine ed è quest’uomo nuovo che dovremmo ricercare in questo giorno. Un giorno, il 25 aprile, per andare alla ricerca della plenitudo temporis eckartiana: quando il tempo è alla fine, riluce la sua pienezza, quando l’uomo è alla fine, esplode la sua umanità, che verrà ritrovata cercando una nascita, la ri-nascita. Quanta distanza si avverte tra le generazioni in questo giorno: cosa vuol dire per un bambino, per un ragazzo, risalire alla Resistenza? Si tratta di una esperienza trasmessa ancora in modo vivo da chi l’ha direttamente vissuta. In un giorno come questo non posso non pensare ai miei familiari, Italo, Mary attivamente impegnati e perseguitati, per una cimice mai accettata, per non aver mai accettato alcun compromesso con una classe sociale a cui pur appartenevano, ai racconti di parate, gesti, fasci, camicie nere, culto del “duce”, militarismo, Impero, e ancora, campi di concentramento, stragi di civili, i forni crematori, la fame, la paura, il dolore e la volontà di rialzare la testa: parole e immagini di soli sessantacinque anni fa, che sembrano, però, uscire da un mondo lontanissimo, o addirittura da una fantasia grottesca. Come spiegare ai giovanissimi la Resistenza, l’impresa storica di un popolo compiuta per libera scelta di milioni di uomini e donne semplici, che di essa furono protagonisti in senso pieno, creatori e corresponsabili. Non una decisione imposta, ma una scelta contro ciò che veniva imposto; non l’inquadramento forzato in un esercito istituzionale, per una guerra decisa dall’alto, ma la costruzione volontaria di un esercito dal nulla, di un esercito di liberi e uguali. Una disciplina ferrea, ma derivante dalle esigenze della lotta liberamente intrapresa, e costantemente corretta e rafforzata dal carattere collettivo delle decisioni. Una democrazia piena, vissuta come costante compartecipazione di tutti ai problemi, e alle scelte, collettivi: la democrazia più piena e più alta, che la storia d’Italia abbia mai conosciuto. Non deve essere retorica, non è agiografia, sono i tratti caratteristici della Resistenza, così come è stata vissuta da “un popolo alla macchia”, da un popolo che si è dato organizzazione, strutture militari e politiche, giornali, codice civile e morale, senza l’intervento di apparati coercitivi separati dal popolo stesso, anzi, contro il potere armato esistente. Come raccontare semplicemente tutto ciò alle giovani generazioni? Con le armi della Poesia, delle arti e della Musica. Tanti i versi celebri dedicati a quel periodo di uomini e donne che scelsero un’idea, quella buona, della democrazia e della libertà. Costò sangue, sacrifici, martiri, come tutte le guerre e tutte le rivoluzioni. Ungaretti, Montale, Rodari, Fortini, ma oggi nell’anniversario del cinquantesimo anniversario della morte di Alfonso Gatto, vogliamo ricordare il suo 25aprile. “La chiusa angoscia delle notti, il pianto/delle mamme annerite sulla neve/accanto ai figli uccisi, l’ululato/nel vento, nelle tenebre, dei lupi/assediati con la propria strage,/ la speranza che dentro si svegliava/oltre l’orrore, le parole udite/dalla bocca fermissima dei morti/“liberate l’Italia, Curiel vuole/essere avvolto nella sua bandiera”: /tutto quel giorno ruppe nella vita/con la piena del sangue, nell’azzurro, /il rosso palpitò come una gola./E fummo vivi, insorti con il taglio/Ridente della bocca, pieni gli occhi/Piena la mano nel suo pugno: il cuore/D’improvviso ci apparve in mezzo al petto.” Parole limpide e immagini intense riescono a far rivivere le sofferenze e gli orrori di lunghi mesi di guerra civile, ma anche la speranza e la dignità di chi ha scelto di esporsi in prima persona per una libertà non più rinviabile. In questi versi emerge un nome, quello di un partigiano caduto, oggi forse poco noto, ricordato semplicemente come Curiel. Si tratta di Eugenio Curiel, importante intellettuale triestino. Nato in una famiglia ebraica, si laureò in fisica nel 1933 all’Università di Padova e coltivò interessi che spaziavano dall’antroposofia alla filosofia, fino ad aderire nel 1935 al Partito Comunista clandestino. Arrestato nel 1939, dopo essere stato escluso dall’insegnamento a causa delle leggi razziali, fu confinato a Ventotene. Dopo il 25 luglio 1943 lasciò l’isola e si trasferì a Milano, dove fondò il Fronte della gioventù per l’indipendenza nazionale e per la libertà, che divenne la più importante organizzazione giovanile partigiana durante la Resistenza. Il 24 febbraio 1945, riconosciuto e fermato dalle Brigate Nere nelle strade di Milano, venne ucciso a colpi di mitra mentre tentava di sottrarsi all’arresto. Sei anni dopo la sua morte, Quinto Bonazzola lo ricordò su “l’Unità” sottolineando il suo insegnamento più prezioso: la fiducia, soprattutto nel popolo italiano. Curiel spronava i giovani a essere uomini consapevoli e non automi, e invitava a non considerare i soldati di Graziani come nemici irrecuperabili, ma come individui condizionati dalle circostanze, da coinvolgere attraverso un lavoro di propaganda e di disgregazione interna. In questo atteggiamento emergeva la sua profonda umanità, che era anche autentico senso politico.
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