Giappone, i motivi della svolta identitaria che mette fine al tabù delle armi letali

«Il mio governo affronterà questioni irrisolte di enorme portata». Sanae Takaichi l’aveva promesso, nella campagna per le elezioni di febbraio 2026, poi stravinte. Ora la premier ultra conservatrice ha iniziato davvero a cambiare il volto del Giappone: abolite ufficialmente le restrizioni all’export di armi letali, grazie a un’ampia maggioranza in grado di portare a termine riforme a lungo rimandate. Tokyo può dunque vendere all’estero navi da guerra, carri armati, jet e missili. Fin qui non era possibile, con la politica pacifista adottata dopo la Seconda guerra mondiale.

Cadono i pilastri del pacifismo giapponese

Takaichi ha deciso di rivedere i cosiddetti “tre principi” sull’export militare, che per decenni hanno rappresentato alcuni dei pilastri del pacifismo giapponese, assieme all’interpretazione restrittiva dell’Articolo 9 della Costituzione imposta dal generale americano MacArthur: dopo la fine dell’era imperialista, Tokyo aveva rinunciato alla guerra come strumento sovrano e limitato drasticamente l’uso delle forze armate nazionali, nonché la possibilità di contribuire alla diffusione globale degli armamenti.

Giappone, i motivi della svolta identitaria che mette fine al tabù delle armi letali
La premier giapponese Sanae Takaichi al G7 online di marzo 2026 (foto Ansa).

Armi inviate anche a Paesi coinvolti in conflitti

Nel 2014 c’era stato un parziale via libera su equipaggiamenti non letali per ragioni di soccorso, trasporto e sminamento. Adesso cadono tutti i divieti, quantomeno per le esportazioni verso Paesi che hanno accordi di partnership col Giappone in materia di difesa. In questo senso è stata già siglata un’intesa per la vendita di una flotta di navi da guerra all’Australia. Diventa possibile anche la vendita del nuovo caccia di sesta generazione, sviluppato con Italia e Regno Unito. La riforma prevede inoltre una clausola per cui, in circostanze eccezionali a discrezione dell’esecutivo, potranno essere inviate armi a Paesi coinvolti in conflitti.

Tokyo diventa attore industriale nella filiera globale della guerra

Finché il Giappone esportava equipaggiamenti “difensivi“, poteva sostenere la narrazione di un contributo alla sicurezza senza partecipare direttamente alla logica del conflitto armato. Con l’ingresso nel mercato delle armi letali, invece, Tokyo accetta implicitamente di essere un attore industriale e strategico all’interno della filiera globale della guerra.

Incentivo agli investimenti in ricerca e sviluppo

Takaichi giustifica la svolta su due livelli. Il primo è economicoindustriale. L’industria della difesa giapponese, pur tecnologicamente avanzata, è rimasta per decenni limitata da una domanda interna relativamente ridotta, vincolata al bilancio delle Forze di autodifesa. L’apertura all’export consente di ampliare i mercati, generare economie di scala, incentivare investimenti in ricerca e sviluppo e integrare il Giappone nei grandi programmi multinazionali, come appunto quello sul caccia di sesta generazione. La competizione tecnologica militare è d’altronde uno dei principali driver dell’innovazione, e secondo Takaichi rimanerne esclusi significherebbe perdere terreno anche in ambito civile.

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Circa 3 milioni di giapponesi, tra militari e civili, furono uccisi durante la Seconda guerra mondiale (foto Ansa).

Il secondo livello è strategicomilitare. Il Giappone percepisce il suo ambiente di sicurezza come il più complesso dalla fine della guerra. La crescita militare della Cina, le provocazioni missilistiche della Corea del Nord e l’alleanza formale di mutua difesa siglata nel 2024 da Russia e Pyongyang alimentano un senso diffuso di vulnerabilità.

Non c’è più fiducia nel ruolo degli Stati Uniti di Trump

Dopo la guerra in Ucraina, il Giappone ha ripetutamente avvertito del rischio di un conflitto in Asia. Vendere sistemi militari è un modo per consolidare la proiezione regionale del Giappone, il Paese più convinto nel costruire una rete di alleanze e partnership asiatiche, anche prima dell’avvento di Takaichi. Una necessità vista ancora come più impellente con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e con la guerra contro l’Iran, che sta assorbendo l’attenzione militare e (soprattutto) gli arsenali di Washington. Tradotto: non c’è più una fiducia assoluta sulla tenuta del ruolo regionale degli Stati Uniti in materia di difesa.

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Donald Trump nello Studio Ovale con Sanae Takaichi (foto Ansa).

Il governo non avrà bisogno di passare dal parlamento

Non tutti approvano. La Cina dichiara che si opporrà a quello che definisce un «ritorno sconsiderato al militarismo dell’estrema destra giapponese». Il tutto avviene nell’ambito di una profonda crisi diplomatica tra Pechino e Tokyo, nata per il sostegno esplicito di Takaichi a Taiwan. In Giappone protestano le opposizioni. Contrariamente a quanto chiedevano, il governo ha stabilito che non avrà bisogno di passare dal parlamento per approvare l’export di armi letali.

Il processo di riarmo potrebbe sfociare in una revisione costituzionale

Di certo, con la prima premier donna della storia del Giappone, il processo di riarmo ha accelerato e nei prossimi mesi potrebbe sfociare in una revisione costituzionale. Va sottolineato che quel processo era perseguito anche dai suoi predecessori, compresi quelli più recenti come Fumio Kishida e Shigeru Ishiba, compagni di partito ma a capo di fazioni più moderate. Kishida è stato per esempio il primo leader nipponico a partecipare a un summit della Nato, siglando anche un memorandum di cooperazione strategica con l’Alleanza Atlantica.

Un cambio di passo nella visione politico-identitaria

La necessità di riarmo e rafforzamento delle partnership di difesa è dunque una prospettiva strutturale, ma fin qui applicata in modo pratico e graduale. Su questo processo Takaichi innesta un cambio di passo non solo a livello di tempistiche, ma anche e soprattutto di visione politico-identitaria. A differenza dei suoi predecessori più prudenti, la premier non si limita a giustificare il riarmo come necessità tecnica: lo inserisce in un racconto di “normalizzazione” nazionale. Secondo Takaichi il Giappone deve smettere di essere un’eccezione, dunque implicitamente debole, e tornare uno Stato sovrano pienamente legittimato a difendere i suoi interessi con tutti gli strumenti disponibili.

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L’annuale celebrazione della fine della Seconda guerra mondiale in Giappone (foto Ansa).

Spesa militare intorno al 2 per cento del Pil entro il 2027

Il rafforzamento militare giapponese è evidente già nell’aumento delle risorse destinate alla difesa. Per l’anno fiscale 2026, il budget raggiunge circa 9 mila miliardi di yen, una cifra senza precedenti che segna il superamento dei limiti storici autoimposti e avvicina il Paese all’obiettivo di portare la spesa militare intorno al 2 per cento del Pil entro il 2027. Tokyo sta tornando a investire su sistemi di “contrattacco“, concepiti per neutralizzare minacce potenziali prima che si concretizzino in attacchi diretti. Si passa strategicamente da una difesa prevalentemente reattiva, centrata sulla protezione del territorio, a una logica che include la possibilità di colpire preventivamente infrastrutture e asset strategici dell’avversario. C’è stato il primo dispiegamento dei missili antinave Type-12 nella base di Kumamoto.

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Cade anche il vincolo morale sulle armi nucleari?

Alcuni funzionari hanno persino parlato di un ipotetico futuro superamento del tabù delle armi nucleari. Il Giappone è l’unico Paese ad aver subito attacchi atomici, e per decenni ha costruito su questa esperienza una posizione morale forte a favore del disarmo. Il fatto che oggi alcuni settori politici considerino discutibile il rifiuto assoluto della deterrenza nucleare indica un cambiamento culturale profondo. Tokyo svilupperà davvero armi atomiche? Non è detto, ma di sicuro il vincolo morale che lo impediva non è più intoccabile. Incide anche un fattore generazionale: mentre i più anziani mantengono viva la memoria diretta della guerra, i giovani sono più sensibili alle minacce attuali che ai traumi del passato. La progressiva scomparsa degli hibakusha, i sopravvissuti alle bombe atomiche, riduce ulteriormente il peso politico del pacifismo storico.