Cesaroni, ritorno flop: il pubblico non si fa pignorare i ricordi

Roma nun fa’ la stupida stasera, semmai sbadiglia. E non è la noia aristocratica di una Grande Bellezza, ma il torpore pesante di chi ha provato a riaccendere una vecchia fiammella scoprendo che la cucina è sotto sequestro. A vent’anni dalla prima bottiglia stappata e a 12 dall’ultima saracinesca abbassata, il ritorno dei Cesaroni su Canale 5 doveva essere un grande rito collettivo, una transumanza sentimentale verso il nido della Garbatella. E invece.

Un milione di spettatori fuggiti davanti a un autogol della programmazione

L’operazione somiglia a uno sfratto esecutivo alla memoria. Si inciampa sui pignoramenti dell’anima prima ancora che su quelli della bottiglieria, con uno share che al secondo giro di giostra è colato al 16,9 per cento. Un milione di spettatori fuggiti davanti a un autogol della programmazione che sposta l’inizio oltre le 22, rendendo la serie un oggetto notturno per insonni, roba da recuperare a morsi sulle piattaforme mentre il mercato generalista recita il de profundis.

Il problema è che l’idea sta imbarcando acqua perché è stata smarrita la bussola. Sui social il brusio non perdona: questa settima stagione opera una lobotomia alla storia. Il peccato originale è un “grande reset” che sa di revisionismo storico. La produzione ha operato un “soft reboot” eliminando interamente la sesta stagione, manco fosse un file corrotto. E così sono spariti senza un “perché” personaggi come Sofia Scaramozzino, l’amante che il patriarca si “ripassava” quando portava ancora la prima fede al dito, e con lei Nina, la quarta figlia, quel frutto proibito che doveva allargare i confini del clan.

Senza Cesare, ci restano solo i finali col groppo in gola

Sparito pure Annibale, il fratello avvocato e omosessuale interpretato da Edoardo Pesce, che oggi naviga in altre acque. Giulio si muove così tra i vicoli con l’amnesia di chi ha subito un Tso, dimenticando pezzi di carne e di sangue come se non fossero mai esistiti. E che dire dei pilastri, quelli che reggevano il bancone e la filosofia del bicchiere piccolo? Senza Antonello Fassari, la parola “bottiglieria” ha perso il suono di casa: il suo Cesare (Antonello Fassari) è morto nel 2025 e ci restano solo i finali col groppo in gola, con l’audio del capofamiglia che parla a un fantasma. Che amarezza, davvero.

Se poi ci aggiungi il gran rifiuto di Max Tortora, che ha detto no per non finire a fare la parodia di Ezio Masetti, il meccanico filosofo che con la sua ignoranza rendeva tutto commestibile, il quadro è desolante. Senza quei due, i “Garbatelleros” sono semplicemente svaniti nel nulla. Mancano anche Lucia (Elena Sofia Ricci) ed Eva (Alessandra Mastronardi), quindi sono scomparse le grandi storie d’amore, che tenevano incollati i ragazzini di ieri.

Resta Claudio Amendola, il “gladiatore solitario”

Spariti tutti, in un buco nero narrativo che disorienta il fan duro e puro, quello che la storia della bottiglieria la conosce meglio del catechismo. Che fine ha fatto Carlotta, il grande amore di Walter? E invece Alice? E Pamela, che era diventata moglie di Cesare? E Matilde, la figlia? Resta Claudio Amendola, il “gladiatore solitario”, fortunatamente scortato da un Ricky Memphis che è il vero “Cesarone” superstite. Ma intorno a loro tutto è cambiato.

Cesaroni, ritorno flop: il pubblico non si fa pignorare i ricordi
Claudio Amendola.

La bottiglieria “del padre del padre di nostro padre” non esiste più: per colpa dei debiti di Augusto (Maurizio Mattioli) è stata svenduta, diventando un bistrot co-gestito con Livia (Lucia Ocone), tra ansia fiscale e pignoramenti. E i sopravvissuti? Caricature di un passato che non torna. Walter Masetti, che sognava la gloria della MotoGP, è ridotto a fare il “ragazzo tuttofare” in bottiglieria, un precario dell’anima che spasima per Virginia (Marta Filippi), promessa sposa dell’amico Marco.

La Garbatella del 2026 è un’altra serie che ha solo lo stesso indirizzo

Rudi (Niccolò Centioni) doveva riscattarsi con la laurea, ma è finito a fare il bidello che spaccia più pizzette che parole; Mimmo (Federico Russo), docente di sostegno che inciampa in una milf, mamma di Olmo, è un innesto “cringe” che non si incolla manco col Bostik, così come la “piccola” Marta (figlia di Marco ed Eva) che torna da New York e, per magia degli sceneggiatori pigri, è ancora minorenne. La Garbatella del 2026 non è un sequel, è un’altra serie che ha solo lo stesso indirizzo. E il pubblico, giustamente, non ci sta a farsi pignorare pure i ricordi.