Milano-Cortina 2026, asta deserta per la nuova pista da bob

La costruzione della nuova pista da bob in vista delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 è diventata un problema. Dopo la prima asta, andata deserta a fine luglio, anche alla seconda chiamata da parte della società Simico non si è presentata alcuna impresa. Resta sempre meno tempo per realizzare il nuovo sliding centre, che dovrebbe essere realizzato nella conca ampezzana. Per il progetto, che è stato osteggiato da ambientalisti, associazioni e parte della popolazione, si parla già di un ritardo importante: la fase di collaudo è prevista per la fine del 2025.

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Simico ha chiamato dieci colossi: appalto da 81 milioni

Come rivela Repubblica, Simico ha invitato una decina di colossi, per un appalto da 81 milioni di euro con la possibilità di subappaltare a imprese locali fino al 50 per cento dei lavori. Per la seconda volta in pochi mesi, però, l’asta è andata deserta. Il motivo potrebbe essere legato all’aumento dei costi edilizi rispetto al periodo pre-pandemico e quello precedente all’invasione russa in Ucraina. Inoltre ci sarebbero problemi logistici dati dalla necessità di aprire nuove strade d’accesso. Oltre ai già citati tempi, sempre più ristretti, e alle polemiche con la cittadinanza e le associazioni.

Milano-Cortina 2026, asta deserta per la nuova pista da bob
La pista utilizzata a Pechino durante l’edizione 2022 delle Olimpiadi invernali (Getty).

Il Coni è preoccupato: Innsbruck e Saint Moritz le soluzioni

Due gli scenari che preoccupano il Coni e la Fondazione Milano-Cortina, che organizzano la manifestazione. Il primo porterebbe a un nuovo bando europeo, con un appalto che dovrebbe salire a 124 milioni più Iva per la sola pista, a cui aggiungere i fondi per le strutture collaterali, come strade, tribune e locali vari. Il secondo, invece, prevede lo spostamento delle gare di bob su strutture già esistenti. Ma si tratterebbe di andare in Austria, a Innsbruck, pagando la struttura dai 12 ai 15 milioni di euro d’affitto, o Saint Moritz in Svizzera.

Nagorno Karabakh, nessun accordo nel primo round di negoziati

Il primo round dei negoziati tra Nagorno Karabakh e Azerbaigian si è risolto con un nulla di fatto. I colloqui si sono tenuti a Yevlakh: secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa di Baku Apa, sono state discusse le questioni relative al reinserimento dei residenti armeni che vivono nell’Artsakh, senza però che i rappresentanti giungessero a un accordo.

All’incontro hanno preso parte anche rappresentanti russi

Al tavolo la delegazione armena era guidata da Artur Harutyunyan, mentre quella di Baku dal deputato Ramin Mamedov. All’incontro, per volere di Vladimir Putin, ha partecipato anche un rappresentante del contingente russo per il mantenimento della pace schierato nella regione in seguito al conflitto del 2020. I negoziati si sono svolti in un clima di forte tensione: secondo le autorità armene l’Azerbaigian ha violato il cessate il fuoco, dichiarato a seguito dell’offensiva azera durata 24 ore, accusa però prontamente rispedita al mittente.

Nagorno Karabakh, nessun accordo nel primo round di negoziati. Le delegazioni hanno discusso del reinserimento degli armeni dell’Artsakh.
Yerevan, protesta contro l’operato del governo armeno (Getty Images).

L’Armenia non partecipa ai negoziati e accusa l’Azerbaigian

All’incontro hanno partecipato rappresentanti del Nagorno Karabakh, territorio abitato dalla minoranza armena cristiana che chiede l’indipendenza. L’Armenia ha messo in chiaro di non essere parte del cessate il fuoco o dei negoziati. In un discorso rivolto alla nazione per celebrare il giorno dell’indipendenza, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha detto che il Paese deve essere «libero da conflitti», senza menzionare specificamente il Nagorno Karabakh. Migliaia di manifestanti si erano riuniti mercoledì 20 settembre a Yerevan, per denunciare il fallimento percepito del governo nel proteggere i connazionali dell’Artsakh. L’Armenia ha però avvertito le Nazioni Unite che l’Azerbaigian sta attuando una «pulizia etnica» ed ha commesso un «crimine contro l’umanità» nel momento in cui ha ripreso il controllo della regione separatista del Nagorno Karabakh. Lo ha detto davanti al Consiglio per i diritti umani dell’Onu a Ginevra l’ambasciatore armeno Andranik Hovhannisyan.

Nagorno Karabakh, nessun accordo nel primo round di negoziati. Le delegazioni hanno discusso del reinserimento degli armeni dell’Artsakh.
Il checkpoint azero lungo il il corridoio di Lachin, che collega Nagorno Karabakh e Armenia (Getty Images).

Le tensioni nate con la dissoluzione dell’Unione Sovietica

La seconda guerra del Nagorno Karabakh si concluse, dopo 44 giorni di combattimenti, la sera del 9 novembre 2020, quando i rappresentanti dell’Armenia e dell’Azerbaigian, tramite la mediazione del presidente russo Putin, firmarono un cessate il fuoco. Da allora l’equilibrio è sempre stato precario, come lo era stato già in precedenza. Le vere, grosse tensioni, in un territorio che prima faceva parte dell’Unione Sovietica, erano infatti iniziate alla fine degli Anni 80, quando la maggioranza armena avallò con un referendum la decisione di entrare nell’orbita di Yerevan. Ed erano sfociate in una guerra nel 1992, dopo il crollo dell’Urss. Il conflitto si concluse con gli accordi per il cessate il fuoco firmati a Bishkek (Kirgizistan) nel 1994: da quel momento il territorio del Nagorno Karabakh, perso dall’Azerbaigian, rimase sotto l’occupazione militare dell’Armenia. Poi il 27 settembre 2020 l’inizio di un nuovo e violento capitolo del conflitto, con centinaia tra morti e feriti, terminato con al riconquista da parte dell’Azerbaigian dei territori perduti in precedenza. Dal 12 dicembre 2022, a seguito di proteste di manifestanti appoggiati dalle autorità dell’Azerbaigian, il corridoio di Lachin, che collega la regione del Nagorno Karabakh all’Armenia, è  stato reso inaccessibile al traffico civile e commerciale: una «politica di terrore deliberata e pianificata», così come definita dal governo di Yerevan, e terminata nel pomeriggio del 20 settembre con la resa definitiva dell’enclave armena dopo l’operazione militare di Baku.

Alzheimer, giornata mondiale: i palazzi si illuminano di viola

«Come segno di vicinanza ai tanti pazienti italiani affetti da Alzheimer e alle loro famiglia, e come segnale di vicinanza istituzionale ai tanti medici e ricercatori che ogni giorno lottano contro questo male abbiamo chiesto di illuminare la facciata dei palazzi istituzionali nella serata del 21 settembre di viola, colore del non ti scordar di me, fiore simbolo della malattia». Ad annunciarlo sono state la senatrice Beatrice Lorenzin e l’onorevole Annarita Patriarca, presidenti dell’intergruppo Parlamentare Alzheimer e Neuroscienze, alla vigilia della Giornata mondiale dedicata alla malattia che si celebra come ogni anno il 21 settembre.

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I dati sulla malattia

«Non è mai troppo presto, non è mai troppo tardi». È lo slogan di quest’anno del mese e della giornata mondiale dell’Alzheimer, istituita nel 1994 dell’Organizzazione mondiale della sanità, che punta a strategie nazionali di prevenzione, con l’individuazione dei fattori di rischio e la loro riduzione, la diagnosi precoce e la presa in carico. Come riportato dal ministero della Salute, oltre 55 milioni di persone convivono con la demenza, una delle principali cause di disabilità e non autosufficienza tra le persone anziane. Un dato che cresce su base giornaliera – riporta la nota diffusa – con previsioni che raggiungono i 78 milioni entro il 2030. L’OMS stima che la malattia di Alzheimer e le altre demenze rappresentano la settima causa di morte nel mondo.

La situazione in Italia

In Italia, secondo stime dell’Osservatorio demenze dell’Istituto Superiore di Sanità, circa 1.100.000 persone soffrono di demenza (di cui il 50-60 per cento sono malati di Alzheimer, circa 600mila persone) e circa 900.000 con disturbo neurocognitivo minore (Mild Cognitive Impairment). Nel nostro Paese, con il Fondo per l’Alzheimer e Demenze sono stati stanziati 14 milioni e 100.000 euro per le Regioni e le Province Autonome (PA) e 900.000 euro per l’Istituto Superiore di Sanità per l’esecuzione di una serie di attività progettuali orientate al perseguimento degli obiettivi del Piano nazionale delle demenze (PND) da realizzare nel triennio 2021-2023.

Bin Salman si difende: «Sportwashing? Pil cresciuto dell’1 per cento»

Il principe saudita Mohammed bin Salman, rispondendo alle accuse di sportwashing, ha difeso la strategia di spesa e investimenti che l’Arabia Saudita ha intrapreso negli ultimi anni, giustificandola come un modo per incrementare il Pil nazionale. Il Regno saudita è accusato di aver investito miliardi di dollari nello sport, acquistando club in tutto il mondo e organizzando eventi calcistici (ma anche di golf o Formula Uno) per migliorare la sua reputazione internazionale e ripulire così la sua immagine di stato autocratico, con scarsa attenzione ai principi democratici e diritti civili.

Arabia Saudita, il principe Bin Salman si difende: «Sportwashing? Pil cresciuto dell'1 per cento». E annuncia nuovi investimenti.
Mohammed bin Salman (Getty Images).

«Ora puntiamo a un altro 1,5 per cento»

«Se lo sportwashing aumenta il nostro prodotto interno lordo di un 1 per cento, allora continueremo con lo sportwashing», ha dichiarato Bin Salman in un’intervista all’emittente Fox News, dicendosi poco interessato alla connotazione negativa del termine. «Abbiamo ottenuto l’1 per cento di crescita del Pil grazie agli investimenti nello sport, e ora puntiamo a un altro 1,5 per cento. Chiamatela come volete, ma noi continueremo per questa strada». Il fondo sovrano saudita Pif, è sbarcato nel 2021 in Premier League acquistando il Newcastle, che in un poco più di una stagione è diventato uno dei club più forti del campionato inglese, qualificandosi per la Champions League attualmente in corso.

Così il virus del sovranismo sta contagiando l’Europa

Da una parte lo stop polacco alla fornitura di armi all’Ucraina e all’importazione di grano da Kyiv (anche se le parti sono al lavoro per trovare una soluzione vantaggiosa per entrambe). Dall’altra le ambiguità di Parigi sull’accoglienza dei migranti in arrivo da Lampedusa, con il presidente Emmanuel Macron e il ministro dell’Interno Gérald Darmanin che giocano al poliziotto buono e a quello cattivo. E, ancora, il temporaneo congelamento, poi ripreso il 18 settembre, del Meccanismo di solidarietà volontaria da parte della Germania che aveva bloccato i ricollocamenti dall’Italia. Mettendoli in fila viene da pensare che più che gli accordi europei e più che le alleanze sbandierate ai quattro venti (come nel caso polacco), poté il tornaconto elettorale. E non solo in vista delle Europee del giugno 2024.

Il PiS polacco cerca di non perdere consensi nelle regioni rurali

Il vento delle destre e dei populismi batte il Vecchio continente, e anche formazioni come Renaissance di Macron e l’Spd di Olaf Scholz devono fare i conti, rispettivamente, con la minaccia sempreverde di Marine Le Pen e con la crescita dell’AfD, ora secondo i sondaggi secondo partito tedesco. Ma anche il reazionario Diritto e Giustizia (PiS) al potere in Polonia non può evidentemente permettersi passi falsi, visto che a ottobre si vota per il rinnovo del parlamento. Il PiS dovrebbe vincere senza sforzi, visto che è dato al 35 per cento. Inseguito però dal centrodestra di Donald Tusk al 30 e con l’incognita della confederazione di estrema destra (Konf) che continua a salire, sfiorando il 14 per cento. Minacciare di abbandonare Kyiv per tutelare gli agricoltori polacchi danneggiati dall’import di grano ucraino, bacino elettorale del PiS, appare dunque il male minore.

Perché la Polonia non fornirà più armi all'Ucraina
Volodymyr Zelensky e il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki (Getty Images).

Le Pen e la destra francese soffiano sull’emergenza

La Francia, sebbene non ci siano elezioni a breve termine, è alle prese con la nuova legge sull’immigrazione (la trentesima in 40 anni) che l’Eliseo vuole portare a casa entro l’anno per dimostrare che la sua maggioranza ha ancora salde le redini del Paese. L’universo macroniano però è tutt’altro che coeso, con la componente più a gauche pronta a dare battaglia per arginare la deriva a destra del governo. I Repubblicani annunciano che non voteranno il testo perché contrari alla sanatoria dei “clandestini” rilanciando l’idea di un referendum sul tema. Idea da sempre sostenuta dal Rassemblement National di Le Pen (che veleggia intorno al 37 per cento) che con Reconquête di Éric Zemmour soffia sul fuoco dell’emergenza permanente. Marion Maréchal, nipote di Marine Le Pen e futura capolista del partito di Zemmour alle Europee, non si è lasciata scappare il palcoscenico di Lampedusa da dove ha non solo ha attaccato frontalmente l’Europa rea di aver abbandonato l’Italia, ma «anche il governo francese che deve cambiare completamente la sua posizione e smettere di alimentare l’arrivo di tutti questi migranti».

Così il virus del sovranismo sta contagiando l'Europa
Il ministro dell’Interno francese Gérald Darmanin (Getty Images).

In compenso la zia, in diretta al tg di Tf1, dopo l’apparizione a Pontida a fianco dell’amico-alleato Matteo Salvini, ha tuonato: «Nessun migrante da Lampedusa deve mettere piede in Francia. Serve assolutamente una moratoria totale sull’immigrazione e dobbiamo riprendere il controllo delle nostre frontiere. Spetta a noi nazioni decidere chi entra e chi resta sul nostro territorio». Passando alla maggioranza, Macron come sempre prende tempo e cerca di ricucire gli strappi, lasciando il lavoro sporco al ministro dell’Interno Darmanin, particolarmente duro nei confronti dell’Italia. La posta in gioco per lui è alta. Non è un mistero infatti che si stia preparando alle Presidenziali del 2027. Ed è consapevole di dover mostrare i muscoli per strappare consensi alla droite e all’estrema droite.

La stretta tedesca: Scholz alle prese con la rimonta dell’Afd

Anche in Germania gli equilibri sono instabili. A ottobre si vota in Baviera e in Assia dove la Spitzenkandidatin dei socialdemocratici è la ministra dell’Interno Nancy Faeser, la stessa che aveva attaccato frontalmente l’Italia congelando i ricollocamenti dal nostro Paese, salvo poi fare dietrofront. Per lei non sarà una passeggiata: l’Spd è al 20 per cento, contro il 31 per cento della Cdu. Ovviamente il tema migranti domina la campagna elettorale. Non solo. Nel 2024 si voterà in tre Land della ex Germania Est dove Alternative für Deutschland rischia di stravincere. Con numeri in costante crescita dell’estrema destra che si alimenta con la solita propaganda xenofoba, la coalizione semaforo ha ben poco spazio di manovra. Secondo un rapporto dell’Istituto per l’economia tedesca di Colonia (Iw) appena pubblicato, nel 2022 sono arrivati in Germania oltre 1,46 milioni di immigrati, ossia oltre un quarto in più rispetto al precedente record di 1,14 milioni nel 2015, anno in cui Angela Merkel aveva aperto i confini ai profughi di Siria e Afghanistan. Le domande di asilo sono state 218 mila e la tendenza è ancora in aumento, visto che nella prima metà del 2023 sono state quasi 173.800 mila (contro le 59.540 ricevute dall’Italia nei primi sei mesi dell’anno). Numeri di fronte ai quali Scholz e il governo hanno risposto adottando politiche di destra, incalzati non solo dall’AfD ma anche dall’opposizione della Cdu.

Così il virus del sovranismo sta contagiando l'Europa
Il cancelliere tedesco Olaf Scholz e la ministra dell’Interno Nancy Faeser (Getty Images).

L’orbanismo ormai detta l’agenda politica europea

A conti fatti pare che l’orbanismo stia dettando l’agenda politica europea. Per scongiurare tonfi alle urne, anche i partiti di centrosinistra e di centro inseguono le destre, sposandone i toni e talvolta le posizioni. Dimenticando però che davanti alla copia, non convinta e spesso annacquata, l’elettorato tende a preferire l’originale.

Israele, l’italo-palestinese El Qaisi resta in carcere

Il ricercato italo-palestinese Khaled El Qaisi resta in carcere. La detenzione è stata prorogata di ulteriori 11 giorni e quindi fino al primo di ottobre. L’arresto è avvenuto a Israele lo scorso 31 agosto, quando l’uomo si trovava al valico di frontiera di Allenby con la Giordania. A rendere noto la decisione presa dai giudici, dopo l’udienza svoltasi oggi a Rishon Le Tzion, è stata la famiglia. Non sono state ancora formalizzate le accuse.

Israele, l'italo-palestinese El Qaisi resta in carcere
Il confine con la Giordania (ANSA).

La famiglia: «Accuse entro tre giorni dal primo ottobre»

Alcuni membri della famiglia hanno spiegato cosa accadrà nei prossimi giorni: «Il tribunale ha deciso che, al termine di questa lunga proroga, sempre finalizzata alla raccolta di elementi, entro un massimo di 3 giorni a partire dal 1 ottobre le investigazioni dovranno presentare delle accuse poiché il termine per questa forma di detenzione cautelare decadrebbe». Anche Amnesty International Italia ha ripreso la notizia, rilanciando l’appello a una «scarcerazione immediata e senza condizioni» su X, l’ex Twitter.

Amnesty International: «In isolamento senza contatti con la famiglia e i legali»

Già diverse ore prima della sentenza, Amnesty International Italia ha «chiesto la scarcerazione immediata e incondizionata di Khaled El Qaisi, a meno che non gli siano prontamente notificati dei capi di imputazione internazionalmente riconosciuti e sia sottoposto a un procedimento penale che rispetti pienamente gli standard internazionali del processo equo». Sollecitato anche il governo italiano. L’organizzazione sul proprio sito ha ripercorso le fasi cruciali dell’arresto e ha spiegato che El Qaisi «è stato tenuto in isolamento per 14 giorni ad Ashkelon e gli è stato impedito di avere contatti regolari con la sua famiglia e con i suoi legali».

L’organizzazione: «Oltre 5 mila palestinesi detenuti»

Sul proprio sito Amnesty International Italia ha poi concluso: «La detenzione di Khaled El Qaisi è l’ennesimo esempio dell’uso spregiudicato della detenzione arbitraria da parte delle autorità israeliane. Sono oltre 5000 i palestinesi detenuti in Israele (165 dei quali di età compresa tra 12 e 17 anni). Tra loro almeno 1260 sono in carcere senza accusa né processo».

MSC ordina a Fincantieri due navi a idrogeno per la flotta Explora Journeys

La Divisione Crociere del Gruppo MSC ha confermato l’ordine di due navi a idrogeno per il suo brand di lusso Explora Journeys con Fincantieri, confermando il suo impegno a raggiungere zero emissioni di carbonio entro il 2050 grazie alla ricerca di tecnologie ambientali nuove e avanzate per le navi di lusso. L’accordo va a completare un investimento totale di 3,5 miliardi di euro in sei navi Explora Journeys. I contratti sono condizionati al conseguimento del finanziamento all’armatore come da prassi di mercato.

Saranno dotate di una nuova generazione di motori a GNL

EXPLORA V ed EXPLORA VI potranno disporre di nuove soluzioni di efficienza energetica e utilizzare carburanti alternativi come il gas bio sintetico e il metanolo. La Divisione Crociere lavorerà con Fincantieri per valutare la possibilità di dotare entrambe le navi della più recente tecnologia per le batterie, oltre a una serie di potenziali tecnologie tra cui la cattura del carbonio e sistemi più avanzati di gestione dei rifiuti. Le imbarcazioni, che saranno consegnate nel 2027 e nel 2028, perseguiranno l’utilizzo di idrogeno liquido con celle a combustibile per le operazioni alberghiere durante la sosta nei porti, per eliminare le emissioni di carbonio a motori spenti. Saranno inoltre dotate di una nuova generazione di motori a gas naturale liquefatto che affronteranno ulteriormente il problema dello slittamento del metano con l’uso di sistemi di contenimento. Il GNL è uno dei combustibili marini più puliti al mondo, attualmente disponibile su scala, ed è destinato a svolgere un ruolo chiave nella transizione verso la decarbonizzazione del trasporto marittimo internazionale. Riduce in modo sostanziale le emissioni di inquinanti atmosferici locali, con una riduzione degli ossidi di zolfo fino al 99 per cento e degli ossidi di azoto fino all’85 per cento, e svolge un ruolo chiave nella mitigazione dei cambiamenti climatici in quanto offre una riduzione fino al 20 per cento delle emissioni di gas serra.

Nell’estate 2024 entrerà in servizio EXPLORA II

La prima nave di Explora Journeys, EXPLORA I, è stata consegnata da Fincantieri nel luglio 2023 e attualmente opera nel Nord Europa. La nave trascorrerà l’autunno in Nord America e l’inverno nel Mar dei Caraibi. Nella primavera del 2024 navigherà al largo della costa occidentale degli Stati Uniti e delle Hawaii, prima di tornare in Europa nell’estate del 2024 per una serie di viaggi nel Mar Mediterraneo.

MSC ordina a Fincantieri due navi a idrogeno per la flotta Explora Journeys
EXPLORA I (Getty).

EXPLORA II entrerà in servizio nell’estate del 2024 e opererà fino ad aprile 2025 nel Mar Mediterraneo, in Medio Oriente, nell’Oceano Indiano e in Africa visitando 82 porti in 26 Paesi. EXPLORA II ha “toccato l’acqua” per la prima volta il 6 settembre 2023, con una cerimonia di “galleggiamento” nei pressi di Genova. EXPLORA III entrerà invece servizio nell’estate del 2026 e la costruzione della nave alimentata a GNL è iniziata il 6 settembre 2023 con una cerimonia di taglio della lamiera. La costruzione di EXPLORA IV, alimentata a GNL, inizierà invece nel gennaio 2024 e sarà completata all’inizio del 2027.

Vago (MSC): «Passo avanti nel nostro impegno di azzerare le emissioni di gas serra»

Pierfrancesco Vago, executive chairman – Cruise Division del Gruppo MSC, ha dichiarato: «In qualità di armatore a livello globale, è con grande orgoglio che effettuiamo ordini per navi innovative dal punto di vista dell’impatto ambientale. Ogni volta che ordiniamo una nuova nave dobbiamo guardare al futuro, perché questa possa utilizzare carburanti di nuova generazione o nuove tecnologie ambientali non appena disponibili. Insieme a Fincantieri, con Explora V e VI cercheremo di sviluppare e implementare nuove soluzioni, tra cui l’adozione di grandi celle a combustibile alimentate a idrogeno e la cattura dell’anidride carbonica, della pirolisi per la gestione dei rifiuti e di altre nuove tecnologie per l’efficienza energetica, che potrebbero rappresentare un importante passo avanti nel nostro impegno di azzerare le emissioni di gas serra entro il 2050».

MSC ordina a Fincantieri due navi a idrogeno per la flotta Explora Journeys
Pierfrancesco Vago (Imagoeconomica).

Folgiero (Fincantieri): «Segnale di crescente vitalità del settore crocieristico»

Gli ha fatto eco Pierroberto Folgiero, amministratore delegato di Fincantieri: «Questo nuovo contratto con MSC è un segnale di crescente vitalità del settore crocieristico, in linea con quanto avevamo previsto. In termini strategici, il nostro futuro dipenderà dalla capacità di guidare l’evoluzione del settore verso tutte le tecnologie della transizione energetica e digitale con l’imprenditorialità necessaria a validare, industrializzare e commercializzare nuove soluzioni. La rilevanza della partnership con MSC in questo senso costituisce un grande stimolo strategico verso il futuro in linea con gli obiettivi di sviluppo tecnologico fissati nel nostro con un nuovo piano industriale. Siamo quindi particolarmente orgogliosi che a marcare l’accelerazione di questa nuova fase sia il progetto Explora, che con la quinta e sesta nave raggiungerà il massimo livello di avanzamento, rendendo sempre più concreta la visione di Fincantieri della nave del futuro».

Ministero dell’Ambiente evacuato per sospetto pacco bomba. Allarme rientrato

Il ministero dell’Ambiente in via Cristoforo Colombo a Roma è stato evacuato, nel pomeriggio di giovedì 21 settembre, per un sospetto pacco bomba. Decine di impiegati si sono ritrovati in strada. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco. Come riportato da Il Messaggero, il pacco sospetto che ha provocato l’allarme bomba conteneva dei pasticcini. I dipendenti sono dunque potuti rientrare regolarmente in ufficio.

 

 

Il compagno di Gianni Vattimo: «Non ha mai mollato»

«Non ha mai mollato, è sempre stato coerente col suo stile di vita, con la sua storia, coi suoi anni. Anche la decisione di lasciarsi andare è stata coerente con le verità del pensiero debole». Simone Caminada è stato il compagno di Gianni Vattimo per oltre un decennio e anche giovedì 21 settembre, alla camera ardente, è lui a stare vicino al filosofo scomparso due giorni fa, a raccontare chi era e a difendere la loro vita insieme.

«Accanimento della magistratura»

«Non ha voluto reggere alla nuova richiesta di periziare la sua testa, lo ha ritenuto un insulto» ha affermato, parlando di «puro accanimento da parte della magistratura. Ma oggi è anche il giorno per ricordare i momenti felici e più privati. «Noi avevamo i nostri piccoli giochi» – ha raccontato – «sceglievamo un canzone, io cercavo il testo su Google e gliela recitavo. L’ho fatto anche in ospedale e l’altro giorno il marito della sua vicina di letto ha portato dei fichi, allora mi è venuta in mente la canzone di Guccini, I fichi. È stata l’ultima che gli ho letto».

Covid, l’Ema: «I nuovi vaccini proteggono anche dalla variante Eris»

Emer Cooke, direttrice dell’Ema, l’Agenzia europea per i medicinali, ne è certa: «I vaccini adattati approvati dall’Unione Europea proteggono anche dalla variante Eris». Lo ha dichiarato in un’intervista all’Ansa. Cooke ha anche sottolineato che Eris «è una delle varianti che abbiamo seguito» e che i nuovi vaccini sono efficaci anche «contro le più recenti varianti in circolazione». Poi ha parlato della pandemia: «È superata ma il virus è ancora una minaccia per i soggetti a rischio, quindi persone con più di 65 anni, quelle con condizioni di salute precarie e le donne incinte devono vaccinarsi».

Covid, l'Ema «I nuovi vaccini proteggono anche dalla variante Eris»
Emer Cooke, direttrice dell’Agenzia europea per i medicinali (Getty Images).

L’Onu: «Covid simbolo di ingegnosità e fallimento dell’uomo»

A margine dell’Assemblea generale della Nazioni Unite, ha parlato del virus anche Amina Mohammed, la vice segretaria Onu. Ha dichiarato che «il Covid è stato allo stesso tempo la dimostrazione dell’ingegnosità e del fallimento umano. Da un lato ci sono stati i test creati alla velocità della luce e i vaccini sviluppati in tempi record. Dall’altro, la mancanza di preparazione che ha colpito i più vulnerabili e i vaccini monopolizzati dai paesi ricchi mentre le popolazioni delle nazioni più povere ne sono state private». Disuguaglianze che per Amina Mohammed ci sono ancora.

Covid, l'Ema «I nuovi vaccini proteggono anche dalla variante Eris»
Amina Mohammed, vice segretaria Onu (Getty Images).

Amina Mohammed contro la disinformazione

La vice segretaria ha poi chiesto maggiore autorità e finanziamenti per l’Oms, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, per prepararsi a nuove eventuali pandemie. Inoltre ha spiegato come serve una lotta contro la disinformazione che «mina i consigli degli esperti e alimenta lo scetticismo sui vaccini». E infine ha parlato di strategie di risposta che coinvolgano diversi attori, poiché gli shock sono «sempre più internazionali e sempre più complessi».

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Neuralink, svelata la macabra morte delle scimmie nei test di laboratorio

«Nessuna scimmia è morta durante i test di Neuralink». Con queste parole Elon Musk, a inizio settembre, ha negato qualsiasi complicazione durante la sperimentazione sugli animali di un impianto cerebrale. Una nuova indagine di Wired, però, ha scoperto un quadro totalmente diverso, documentando macabri dettagli sul decesso di almeno 12 macachi dopo lunghe sofferenze. La pubblicazione dei documenti è arrivata in un periodo intenso per la società di neurotecnologia, che solo il 20 settembre ha annunciato il reclutamento di volontari per iniziare i test sull’uomo. «Nel lungo termine ridurremo i rischi per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale», ha scritto Musk in un post su X. «Immaginate se Stephen Hawking avesse potuto goderne».

Edemi cerebrali e paralisi parziali, così sono morte le scimmie nei test Neuralink

Per la sua indagine, Wired ha analizzato i registri veterinari pubblicati nel 2022 ma risalenti ai test effettuati fra il settembre 2017 e il 2020. Alla ricerca ha contribuito il Physicians Committee for Responsible Medicine, organizzazione no profit che lotta per abolire la sperimentazione sugli animali vivi. «Le parole di Musk sono fuorvianti e categoricamente false», ha spiegato un portavoce. «Sono solo un modo per mascherare ciò che è accaduto in quei laboratori». Uno dei casi più gravi riguarda l’Animale 20, operato nel dicembre 2019. Durante l’intervento, parte del chip si è rotta senza che gli scienziati potessero accorgersene. La notte seguente, il macaco ha iniziato a grattarsi la testa fino a strattonare con violenza un connettore. Il giorno dopo è stata eseguita una nuova operazione, ma le infezioni avevano danneggiato irreparabilmente il cervello, portando all’abbattimento.

Almeno 12 cavie di Neuralink soppresse dopo tremori, emorragie e paralisi. Elon Musk ha negato le accuse e parla di animali malati terminali.
Il fondatore di Neuralink Elon Musk (Getty Images).

Già qualche mese prima, nel marzo dello stesso anno, stessa sorte era toccata a una femmina identificata come Animale 15. Alcuni giorni dopo l’intervento chirurgico, ha iniziato a sbattere la testa sul pavimento senza ragione apparente. Fortemente a disagio, ha tirato i cavi legati al cranio con forza fino a sanguinare, prima di sdraiarsi e tenersi per mano con il compagno di stanza. Dopo aver perso la coordinazione nei suoi movimenti e aver iniziato a tremare per diversi mesi, gli esperti hanno deciso di sopprimerla. Nel marzo 2020 un’altra scimmia dei test di Neuralink, l’Animale 22, ha affrontato lo stesso destino. Due viti infatti si allentarono a tal punto da poter essere tolte a mano libera. Un «errore puramente meccanico» ha scritto la società nel referto, preoccupata solo dal sottolineare che il decesso non derivasse direttamente dal chip.

Elon Musk ha detto di aver usato solo scimmie malate terminali

La nuova indagine di Wired ha anche confutato la dichiarazione di Musk secondo cui Neuralink avesse usato per i suoi test solo scimmie «malate terminali e già vicine alla morte». Un ex dipendente della società, che ha preferito mantenere l’anonimato, ha parlato di affermazioni «ridicole se non persino pura invenzione». Ha ricordato come i primati siano rimasti nei laboratori almeno un anno prima di entrare nel programma di sperimentazione al fine di ottenere una «formazione comportamentale» adeguata. Altri esperti hanno poi sottolineato la giovane età dei macachi in questione, in cui difficilmente così tanti esemplari possono essere a un passo dal decesso. «Impossibile sostenere le affermazioni di Musk, non erano terminali».

Processo Ciro Grillo, una delle presunte vittime in aula venerdì 22 settembre

Venerdì 22 settembre 2023 si tornerà in aula a Tempio Pausania per una delle udienze più attese, la 12esima dall’inizio del dibattimento a porte chiuse, nel processo per violenza sessuale di gruppo che vede imputati Ciro Grillo e tre suoi amici genovesi, Edoardo Capitta, Francesco Corsiglia e Vittorio Lauria. Sul banco dei testimoni salirà una delle due studentesse milanesi presunte vittime dello stupro. La ragazza comincerà la sua deposizione intorno alle 11.30. Prima sarà ascoltata dal pubblico ministero, poi dal pool di avvocati della difesa Alessandro Vaccaro, Gennaro Velle, Andrea Vernazza, Enrico Grillo, Ernesto Monteverde, Mariano Mameli e Antonella Cuccureddu. L’audizione proseguirà sabato 23 settembre a partire dalle ore 10.00.

I fatti risalgono a luglio 2019

La notte tra il 16 e il 17 luglio del 2019 la studentessa si trovava insieme all’amica italo-norvegese, all’epoca dei fatti 18enne, nella villetta a schiera di proprietà della famiglia Grillo a Porto Cervo. Qui, stando a quanto hanno raccontato le due ragazze, dopo una serata trascorsa al Billionaire nella quale avevano conosciuto il gruppo di genovesi, le studentesse sarebbero state invitate a passare la restante parte della notte nella casa dei Grillo, dove avrebbero poi subìto una violenza sessuale di gruppo. La teste che parlerà venerdì 22 settembre in aula sarebbe stata ripresa con un cellulare mentre dormiva su un divano con intorno Ciro Grillo, Vittorio Lauria ed Edoardo Capitta in atteggiamenti offensivi e dal chiaro riferimento sessuale. I filmati che riprendono la scena, oltre ai circa 40 terabyte di documentazione fotografica, video e conversazioni frutto dello scambio di messaggistica tra gli imputati e le due amiche, estrapolati da cinque telefoni cellulari, sono confluiti all’interno del fascicolo processuale.

Francesco Guccini annuncia il nuovo album Canzoni da Osteria

Francesco Guccini torna con un nuovo progetto discografico. Il cantante accompagnerà ancora una volta i suoi fedeli ascoltatori tra le sue melodie del cuore e le immagini evocative dei suoi ricordi con Canzoni da osteria, il suo 26esimo disco in uscita il 10 novembre 2023 per BMG (e dal 21 settembre disponibile in preorder).

È una particolare raccolta di canti popolari

Naturale prosecuzione di Canzoni da intorto (il disco che ha segnato il ritorno Francesco Guccini dopo 10 anni di silenzio, nonché vincitore della Targa Tenco per la categoria Interprete di canzoni), Canzoni da osteria sarà una particolare raccolta di canti popolari selezionati dal Maestro. Tutti i brani inclusi nel progetto sono infatti stati rivisitati in una chiave molto personale, dando così vita a un suggestivo viaggio tra culture e tradizioni nascoste, veri e propri gioielli del repertorio nazionale e internazionale. Gli arrangiamenti dei pezzi sono stati curati da Fabio Ilacqua, che ne ha seguito anche la produzione artistica affiancato da Stefano Giungato.

Sarà disponibile in cinque formati

Canzoni da osteria sarà disponibile in commercio in cinque diversi formati: CD, CD limited edition – maxi formato, vinile e vinile special edition (edizione limitata numerata e colorata). Francesco Guccini ha inoltre in serbo per i veri intenditori una piccola chicca: l’album sarà infatti acquistabile anche in uno speciale doppio vinile edizione esclusiva con tracce strumentali – incisione diretta dai mix (in edizione limitata e numerata). Almeno per il momento, l’artista originario di Modena ha deciso di non rivelare la tracklist completa del progetto con l’indicazione di tutti i pezzi contenuti al suo interno. Bisognerà dunque avere un po’ di pazienza prima di poter scoprire quali canzoni il cantautore ha selezionato per questa sua nuova attesa fatica discografica.

Rupert Murdoch lascia la presidenza di Fox e News Corp

Rupert Murdoch ha lasciato il ruolo di presidente di Fox e News Corp. Ad assumere l’incarico sarà il figlio Lachlan Murdoch. La notizia è stata diffusa dai media americani. Il 92enne lascerà la presidenza di Fox e News Corp in novembre e sarà nominato presidente emerito delle due società.

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«Per la mia intera vita professionale sono stato impegnato ogni giorno con le news e le idee e questo non cambierà. Ma questo è il momento giusto per me per assumere ruoli diversi», ha detto Murdoch in una nota allo staff di Fox e News Corp riportata dal Wall Street Journal.

Murdoch ha poi rassicurato sul futuro del suo impero: «Le nostre aziende sono in salute. Le nostre opportunità superano le nostre sfide commerciali. Abbiamo tutti i motivi per essere ottimisti per i prossimi anni».

Renzi strappa una deputata a Calenda e critica Meloni: «Doveva andare da Biden, non in pizzeria»

Matteo Renzi ha presentato tre volti nuovi all’interno di Italia Viva, tra cui anche la deputata Isabella Del Monte, che lascia Azione e Carlo Calenda. Il cambio di casacca suona come uno smacco tra ex alleati, in risposta al passaggio, in direzione opposta, dell’ex ministra Elena Bonetti, che ha lasciato Iv per affiancare Calenda. Gli altri nomi presentati a Roma da Renzi sono stati l’assessora della Regione Sardegna Anita Pili e la consigliera comunale di Genova Arianna Viscogli, entrambe di area di centrodestra. E il leader di Italia Viva ne ha anche approfittato per attaccare Giorgia Meloni, rea di non aver partecipato al vertice con Joe Biden ma di essere andata in pizzeria a New York.

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Renzi strappa una deputata a Calenda e critica Meloni «Doveva andare da Biden, non in pizzeria»
Arianna Viscogliosi, Isabella Del Monte, Matteo Renzi, Raffaella Paita e Anita Pili (Imagoeconomica).

Renzi sui nuovi ingressi: «Italia Viva ha porte aperte»

Il leader di Italia Viva, durante la conferenza stampa, ha parlato di «tante adesioni che arricchiscono il cammino congressuale di Italia Viva». Poi ha ricordato come Pili, Viscogliosi e Del Monte «si aggiungono all’abbandono di Fi da parte di Maurizio Sguanci e del Pd di Rosa Maria Di Giorgi in polemica con la linea della Schlein». E ha difeso il proprio operato: «Italia Viva è un partito con le porte aperte, sia per chi vuole andare sia per chi vuole venire. Leggo di gente in fuga, di Italia Viva in crisi. Se la gente in fuga vuol dire più consiglieri regionali, più parlamentari e presenza più forte sul territorio allora viva la fuga».

L’attacco a Meloni: «Stringere alleanze, non andare in pizzeria»

Matteo Renzi ha poi attaccato la premier Giorgia Meloni: «Avrebbe dovuto essere al vertice con Joe Biden e non in pizzeria. Perché quel vertice non era solo, come ha lasciato intendere una velina di Palazzo Chigi, una photo opportunity. Quei vertici servono per stabilire relazioni, s’incontrano centinaia di capi di governo, e se vuoi in Europa e nel mondo vuoi giocare un ruolo lo devi fare stringendo alleanze, non andando in pizzeria».

Renzi strappa una deputata a Calenda e critica Meloni «Doveva andare da Biden, non in pizzeria»
Giorgia Meloni all’Onu (Getty Images).

Rugby: amichevole Padova-Rovigo con rissa, 62 squalificati

È risaputo che quelle tra Petrarca Padova e Femi-Cz Rovigo sono partite particolarmente accese, vista l’acerrima rivalità fra le due squadre, ma il fatto che l’amichevole di venerdì scorso al Battaglini abbia provocato ben 62 squalifiche, rese note giovedì 21 settembre dal giudice sportivo della Fir, stabilisce un record.

La rissa a quattro minuti dalla fine

Tutto è cominciato a quattro minuti dalla fine del match, quando Facundo Diederich del Rovigo ha subito un placcaggio pericoloso dal petrarchino Matteo Panunzi e ha reagito colpendolo con dei pugni sulla testa che hanno scatenato una rissa generale, in cui sono stati molto pochi i giocatori che non hanno perso la testa. Ora Diederich e Panunzi sono stati puniti con tre settimane di squalifica, ma in totale sono scattate 62 sanzioni, 30 a carico del Rovigo e 32 del Petrarca.

Migranti, Sergio Mattarella: «Le regole di Dublino sono preistoria»

«Il tema migratorio è un fenomeno globale. Abbiamo incontrato alcune esperienze messe in campo qui a piazza Armerina, non solo per accogliere i migranti che hanno attraversato sofferenze indicibili ma anche per integrarli incentivando programmi nei paesi d’origine per migliorare la loro vita nei loro paesi, dove resterebbero volentieri se non fossero spinti da fame, guerra, persecuzione e terrorismi. Abbiamo affrontato questi temi in concreto». Lo ha affermato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in una dichiarazione alla stampa a Siracusa dopo l’incontro con il presidente tedesco Frank Walter Steinmeier.

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«Le regole di Dublino sono preistoria»

«La dimensione e caratteristica globale del fenomeno dei migranti ha molte cause che sono anche ambientali e di violenze. Di fronte a questo» ha aggiunto «occorre studiare e definire soluzioni nuove e coraggiose e non superficiali e approssimative. Soluzioni europee da studiare approfonditamente e con serietà da parte dei governi. I 10 punti di von der Leyen sono interessanti. Il problema esiste e non si rimuove ignorandolo lasciando spazio ai crudeli trafficanti». Per Mattarella «le regole di Dublino sono preistoria, era un altro mondo, non c’era una migrazione di massa, è come fare un salto in un’altra era storica. Sono una cosa fuori dalla realtà». Il Capo dello Stato ha poi sottolineato che tra Italia e Germania vi è «uno spirito collaborativo ai massimi livelli».

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Steinmeier: gli approdi devono diminuire

Il presidente tedesco Frank Walter Steinmeier dopo l’incontro con il presidente della Repubblica: «Abbiamo parlato della migrazione e del rafforzamento della cooperazione con i paesi d’origine. Dobbiamo adoperarci perché il numero degli approdi diminuiscano e abbiamo bisogno di soluzioni europee». E ancora: «Dal febbraio scorso ci troviamo in una situazione che non avremmo mai voluto vedere, a cominciare dalla guerra in Ucraina. In Europa dobbiamo occuparci della sicurezza, c’è coesione e compattezza nel sostegno a Kyiv. E sono grato al sostegno che l’Italia dà all’Ucraina e di questo la ringrazio».

Arabia Saudita, Bin Salman: «Se l’Iran avrà armi nucleari, le avremo anche noi»

Se l’Iran avrà un’arma nucleare, anche l’Arabia Saudita si muoverà per procurarsene uno. Ad affermarlo il principe ereditario Mohammed Bin Salman durante un’intervista all’americana Fox News, raro intervento a una televisione occidentale. «Siamo molto preoccupati dal fatto che qualsiasi Paese possa dotarsi di armi nucleari», ha spiegato l’erede al trono di Riad. «Ogni Paese che dovesse però utilizzarle in un conflitto sarà in guerra con tutto il mondo». Ha poi aggiunto che non è possibile «tollerare una nuova Hiroshima e non ha senso possedere armi atomiche in quanto non si possono usare». Non si tratta del primo avvertimento da parte di Bin Salman, che già nel 2018 aveva suggerito una possibile corsa al nucleare da parte dell’Arabia Saudita. Affermazioni che mettono in dubbio il possibile accordo, al momento in fase di negoziazione, di cooperazione con gli Stati Uniti.

Bin Salman: «Arabia Saudita e Israele sempre più vicini»

Durante l’intervista, Mohammed Bin Salman ha potuto parlare anche dei rapporti fra l’Arabia Saudita e Israele. «Ogni giorno siamo più vicini a normalizzare le relazioni», ha detto il principe saudita, negando pertanto i rumors secondo cui i colloqui fossero sospesi. «La questione palestinese, tuttavia, rimane per noi molto importante da risolvere». Come ha spiegato anche Ap News, Riad sta discutendo un importante accordo con gli Usa per stringere rapporti diplomatici con Israele in cambio di un patto di difesa americano per respingere l’influenza della Cina e dell’aiuto nello sviluppo del programma nucleare civile. «Dobbiamo risolvere il problema», ha proseguito Bin Salman. «Finora ci sono stati però buoni negoziati. Vogliamo facilitare la vita dei palestinesi e rendere Israele un attore importante del Medio Oriente».

Bin Salman ha confermato a Fox News progressi nei rapporti fra Israele e Arabia Saudita. E sul caso Khashoggi nega ogni coinvolgimento.
Mohammed Bin Salman ha concesso un’intervista a Fox News (Getty Images).

L’intervista di Mohammed Bin Salman è andata in onda poche ore dopo l’incontro fra Joe Biden e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a New York. Secondo Associated Press, il presidente americano ha espresso preoccupazione per il trattamento riservato ai palestinesi in Israele e ha poi esortato lo stesso premier a prendere provvedimenti per migliorare le condizioni in Cisgiordania. Dal canto suo, quest’ultimo si è detto soddisfatto dell’incontro, «che potrebbe favorire notevolmente la conclusione del conflitto arabo-israeliano e facilitare la creazione di un corridoio economico che colleghi Asia, Europa e Medio Oriente». Sulla questione, il principe ereditario dell’Arabia Saudita ha confermato di essere disposto a collaborare con chiunque si renda necessario per «portare la calma nella regione».

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Il caso Khashoggi e gli investimenti nello sport

Bin Salman ha negato ogni suo coinvolgimento nell’omicidio di Jamal Khashoggi, dissidente ucciso nel 2018 secondo gli americani in un’operazione approvata dal principe. «È stato molto doloroso», ha invece detto a Fox News. «Tutti i responsabili hanno scontato la pena in prigione. Abbiamo riformato il nostro sistema di sicurezza per evitare che questo tipo di errori non si ripetano». Nel corso dell’intervista spazio anche per i ricchi investimenti nello sport, soprattutto nel calcio e nel golf, e alle accuse di spendere enormi somme di denaro per migliorare l’immagine del Paese. «Se continueranno a far crescere il Pil dell’Arabia Saudita, noi continueremo a fare sportwashing», ha concluso ironicamente Bin Salman.

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Università, tornano le tende contro il caro affitti: «Uno studente su tre non può pagare la stanza»

A Milano sono già tornate, a Roma si ripartirà dal 25 settembre a La Sapienza: gli studenti universitari di tanti atenei italiani si preparano a protestare nuovamente in tenda. La protesta sul caro affitti dello scorso maggio riparte in concomitanza con l’apertura dell’anno accademico. Dopo la capitale toccherà agli universitari di Bologna, Modena e Lecce. Poi gli altri atenei e infine la manifestazione del 7 ottobre, di nuovo a Roma. La scelta di manifestare nasce da quanto evidenziato dall’indagine nazionale condotta da Cgil, Unione degli universitari e Sunia: uno studente su tre non riesce a pagare una stanza.

Il dossier: il 46 per cento incappato in truffe e annunci falsi

Nel documento si parla di circa 820 mila universitari fuori sede in tutta Italia. E se uno su tre non può pagare l’affitto di una stanza, uno su due ha lamentato costi troppo alti o condizioni non all’altezza, descrivendo le case come troppo piccole o invivibili. Il dossier evidenzia anche come il 46 per cento di studenti e studentesse è incappato in truffe o annunci falsi. Il 14 per cento, invece, ha segnalato di aver trovato soltanto appartamenti per universitarie, restando fuori. E anche gli studenti stranieri hanno un problema simile: in centinaia hanno segnalato padroni di casa che li rifiutano per il Paese d’origine.

Università, tornano le tende contro il caro affitti: «Uno studente su tre non può pagare la stanza»
Striscioni davanti alla Sapienza durante la manifestazione di maggio (Imagoeconomica).

La Cgil: «Difficoltà gravi per il 29 per cento»

La segretaria confederale della Cgil, Daniela Barbaresi, ha commentato: «Il caro vita sta colpendo duro. Gli universitari sono una delle categorie in maggiore difficoltà economica. La spesa più consistente è sicuramente quella dell’alloggio, che di conseguenza erode risorse a migliaia di famiglie. Secondo i dati preliminari in nostro possesso, il 29 per cento degli universitari è in grave difficoltà nel pagare affitto e bollette. C’è bisogno di un intervento economico urgente».

La denuncia del Sunia: «Troppi affitti in nero»

A denunciarlo è anche il segretario generale del Sunia, Stefano Chiappelli, che ha sottolineato come «il diritto alla casa e il diritto allo studio» siano «continuamente violati». Poi ha spiegato: «A preoccuparci è anche il numero di affitti in nero, troppi sembrano dichiarare di non avere un contratto regolare, e quasi il 40 per cento degli studenti lo accetterebbe pur di risparmiare qualcosa. È evidente che lo studente è la parte debole del rapporto contrattuale e deve essere maggiormente tutelato dai soprusi e dalle speculazioni di un mercato locatizio fuori controllo».

Università, tornano le tende contro il caro affitti: «Uno studente su tre non può pagare la stanza»
La protesta degli studenti a Roma (Imagoeconomica).

L’Udu: «Investire in residenze universitarie pubbliche»

La coordinatrice dell’Udu Camilla Piredda ha rincarato la dose: «Stiamo ancora raccogliendo risposte da tutta Italia da parte di studenti che non riescono a permettersi tutti i rincari. In moltissimi ci segnalano enormi difficoltà nel trovare alloggio». E l’Unione degli universitari ha parlato anche della cabina di regia a Palazzo Chigi istituita dalla ministra dell’Università, Anna Maria Bernini: «La convocazione della cabina di regia sugli alloggi universitari seguita alla rimodulazione della quarta rata del Pnrr non risolve i problemi che abbiamo segnalato sulla condizione allarmante per gli universitari fuorisede. Il governo continua a concentrare gran parte delle risorse sugli studentati privati, finanziando camere che arrivano a costare 1000 euro al mese. Bisogna cambiare strada e investire seriamente nelle residenze universitarie pubbliche».

Le polemiche sul volantino di una discoteca che ritrae una ragazza ubriaca che vomita

Una ragazza china su un gabinetto che vomita: questa è l’immagine scelta da una discoteca di Monfumo (Treviso) per pubblicizzare, attraverso volantini e immagini sui social, una serata prevista per il 30 settembre 2023.

La presidente di Protection4Kids: «Alimenta la cultura dello stupro»

La festa, dal titolo Sballo. La notte senza freni ha fatto lievitare varie proteste, tra cui quella del presidente della provincia di Treviso Stefano Marcon. Attraverso l’associazione Protection4Kids, sollecitata dallo stesso Marcon, la presidente Annachiara Sarto è intervenuta in un video sul web, definendo il linguaggio usato dagli organizzatori «misogino, sessista e maschilista» e che «alimenta la cultura dello stupro». La direzione del locale, in risposta, ha sostenuto di essere stata «male interpretata», decidendo di eliminare il volantino e di modificare il nome dell’evento.

Brasile, allarme rosso per il caldo: previsti fino a 41 gradi

L’Istituto nazionale di meteorologia (Imet) del Brasile ha emesso un allarme rosso per l’ondata di caldo che colpisce tutto il Paese e dove, giovedì 21 settembre 2023, in diversi capoluoghi la temperatura potrebbe superare i 35 gradi.

Sulla costa di San Paolo si potrebbero raggiungere picchi di 41 gradi

In totale, nove Stati sono in allerta: San Paolo, Rio de Janeiro, Minas Gerais, Pará, Tocantis, Mato Grosso, Mato Grosso do Sul, Goiás e Paraná. A San Paolo, la città più grande e popolosa del Paese, la temperatura potrebbe raggiungere i 33 gradi nel pomeriggio, mentre nel suo entroterra le temperature dovrebbero salire fino a 38 gradi, secondo l’istituto Climatempo. Per domenica 24 settembre è previsto un massimo di 41 gradi su alcune spiagge della costa di San Paolo. A causa della canicola, 10 tende e ambulanze sono state installate in punti strategici della megalopoli per soccorrere i senzatetto e i venditori ambulanti. Gli addetti municipali distribuiscono acqua, berretti e frutta per proteggere la popolazione più vulnerabile. Il governo di Tocantins, in Amazzonia, ha raccomandato alle scuole di sospendere le attività fisiche all’aperto. Nel capoluogo, Palmas, i termometri potrebbero raggiungere i 40 gradi.