Stasera 29 luglio 2023 andrà in onda il film intitolato Mai fidarsi di mia figlia, alle ore 21.20 su Rai 2. Il regista di questo lungometraggio thriller è Ian Niles mentre la sceneggiatura è stata scritta da Chanon Finley e Charlie Phoenix. Nel cast ci sono Claire Coffee, Matt Dallas, Jordan Lane Price e Liam Obergfoll.
Locandina del film (Facebook).
Mai fidarsi di mia figlia, trama e cast del film in onda stasera 29 luglio 2023 su Rai 2
La trama del film racconta la storia di Greg (Matt Dallas) e Katie (Claire Coffee), coppia che conduce una vita idilliaca e passa le proprie giornate in modo spensierato e felice. I due abitano in una bellissima casa in un tranquillo quartiere di periferia e hanno due figli adolescenti, Tommy (Liam Obergfoll) e Lauren (Lauren DiMario). Greg ha anche un’altra figlia, avuta da una relazione precedente finita male, la giovane Samantha (Jordan Lane Price). Quando Greg, chirurgo di successo, viene a sapere della morte della sua compagna precedente, decide di accogliere Samantha in casa sua, così da fornirgli un rifugio sicuro e stabilire un rapporto con lei.
Inizialmente l’integrazione della giovane con la nuova famiglia di Greg sembra andare a gonfie vele, tutto scorre in modo tranquillo e armonioso. Tuttavia, con il passare del tempo, Katie inizia a notare dei comportamenti strani da parte di Samantha. Dal momento che Katie è una psichiatra, decide di indagare su Samantha e vuole scoprire quali siano le sue vere intenzioni. Non passerà molto tempo che la giovane rivelerà i suoi desideri, ovvero vendicarsi contro la famiglia del padre. Samantha, infatti, non vuole riconciliarsi con gli altri ma li vuole distruggere, togliendo loro ogni cosa.
Mai fidarsi di mia figlia, 4 curiosità sul film
Mai fidarsi di mia figlia, la location delle riprese
Gran parte delle riprese del film sono state realizzate in diverse località dello stato di New York.
Mai fidarsi di mia figlia, l’esordio per un’attrice del cast
Mai fidarsi di mia figlia rappresenta l’esordio cinematografico per l’attrice di origini italiane Lauren DiMario. Dopo aver partecipato a questo progetto, l’attrice ha preso parte anche al film del 2021 I molti santi del New Jersey, prequel della serie I Soprano diretto dal regista Alan Taylor.
L’attrice Lauren DiMario (Twitter).
Mai fidarsi di mia figlia, un buco verso la fine del film
Verso la fine del film c’è il confronto finale tra Samantha, Katie e gli altri membri della famiglia. In una scena clou, Samantha viene colpita alla testa con un vaso ma non è chiaro chi abbia compiuto quest’azione. In effetti, la scena non è molto chiara e gli spettatori hanno ipotizzato che sia stata Katie a colpire la ragazza, ma ciò rimane un mistero e un buco di trama.
Mai fidarsi di mia figlia, la pellicola fa parte di un ciclo della LMN
La pellicola Mai fidarsi di mia figlia è stata distribuita da Lifetime Movie Network, rete televisiva via cavo spesso conosciuta come LMN. In effetti, questo film è stato realizzato come parte di un ciclo di pellicole thriller per l’emittente chiamato Hateful & Grateful.
Stasera 29 luglio 2023 andrà in onda sul canale Rete 4 alle ore 21.25 il film Io, loro e Lara. Si tratta di una commedia diretta da Carlo Verdone che ha scritto anche la sceneggiatura in collaborazione con Pasquale Plastino e Francesca Marciano. Nel cast c’è lo stesso Carlo Verdone con Laura Chiatti, Anna Bonaiuto, Sergio Fiorentini e Angela Finocchiaro.
Carlo Verdone in una scena del film (Twitter).
Io, loro e Lara, trama e cast del film in onda stasera 29 luglio 2023 su Rete 4
La trama racconta la storia di Carlo Mascolo (Carlo Verdone), un prete impegnato in una missione in Africa. Dopo essersi dedicato a fondo in questa missione, Carlo ha una profonda crisi spirituale e decide di tornare a Roma dalla sua famiglia per potersi rilassare e fare chiarezza sulla sua vita. Tuttavia, quando arriva nella Capitale trova la sua famiglia piena di problemi: il padre anziano Alberto (Sergio Fiorentini) ha perso la testa per la sua badante moldava Olga (Olga Balan) e ha deciso di sposarla. I fratelli di Carlo, Luigi (Marco Giallini) e Beatrice (Anna Bonaiuto), non approvano quest’unione anche perché temono di perdere la loro parte d’eredità.
Improvvisamente, la badante perde la vita. Tutto sembra ristabilirsi ma nella vita di Don Carlo arriva Lara (Laura Chiatti), la figlia della defunta. Alberto decide di far stabilire la ragazza in casa perché sconsolato dalla perdita della sua partner. Inizialmente, Lara e Carlo stringono amicizia e si avvicinano sempre di più, ma il loro rapporto si incrina quando il prete scopre che la ragazza conduce un’ambigua doppia vita. Questa scoperta darà il via a una lunga serie di equivoci e situazioni imbarazzanti che serviranno al Don per comprendere la strada che deve seguire.
Io, loro e Lara, 5 curiosità sul film
Io, loro e Lara, Carlo Verdone ha dedicato il film al padre
Carlo Verdone, regista, sceneggiatore e attore del film, ha voluto dedicare questo suo lavoro al padre Mario, morto durante la realizzazione della pellicola.
Io, loro e Lara, i premi e le nomination per il lungometraggio
I critici hanno molto apprezzato questo film di Verdone. Non a caso, Io, loro e Lara ha ricevuto due nomination ai David di Donatello 2010: una per il Miglior attore non protagonista a Marco Giallini e l’altra per il Premio David Giovani a Carlo Verdone. Inoltre, il film ha vinto un Nastro d’argento nella categoria Miglior soggetto ed è stato nominato come Miglior commedia, perdendo contro Mine vaganti di Ferzan Ozpetek.
Io, loro e Lara, gli incassi della pellicola
Il film ha avuto un ottimo risultato al botteghino. In totale ha ottenuto circa 16 milioni di euro ed è diventato il nono film più visto al cinema in Italia nel 2010.
Io, loro e Lara, per la prima volta Verdone interpreta un prete
È la prima volta che Carlo Verdone interpreta un prete in uno dei suoi film. Lui stesso ha voluto commentare questo ruolo particolare e, come riportato anche dal sito Popcorntv.it, le sue parole a riguardo sono state: «A ben vedere è davvero la prima volta che interpreto un sacerdote. L’ho sentito molto vicino: non è un caso se ho voluto lasciargli il nome di Carlo».
Il regista Carlo Verdone oggi (Getty Images).
Io, loro e Lara, le location del film
Il film è stato girato tra l’Italia e l’Africa. In particolar modo, alcune delle location in Italia sono le Terme di Caracalla a Roma, i Cinecittà Studios di Roma, Piazza Mazzini, Piazza San Pietro e il Colosseo.
Stasera 29 luglio 2023 andrà in onda il film intitolato Non è un paese per giovani alle ore 21.10 su Rai Movie. Il regista di questa commedia è Giovanni Veronesi, che ha curato anche la sceneggiatura in collaborazione con Ilaria Macchia. Nel cast ci sono attori come Sergio Rubini, Filippo Scicchitano, Giovanni Anzaldo e Sara Serraiocco.
Una scena con i tre protagonisti del film (Twitter).
Non è un paese per giovani, trama e cast del film in onda stasera 29 luglio 2023 su Rai Movie
La trama racconta la storia di Sandro (Filippo Scicchitano) e Luciano (Giovanni Anzaldo), due giovani che si conoscono mentre lavorano, come camerieri, per lo stesso ristorante di Roma. Entrambi hanno dei sogni e vorrebbero raggiungere i loro obiettivi: Sandro vorrebbe segretamente diventare uno scrittore di successo mentre Luciano vorrebbe aprire un ristorante con connessione wi-fi a Cuba, sfruttando il fatto che sull’isola caraibica le connessioni sono rare e preziose. Dopo aver accumulato un tesoretto economico, i due decidono di lasciare l’Italia e partire per Cuba, vista come una frontiera che permetterà di coronare i loro sogni.
In effetti, una svolta per i due avviene subito, visto che dopo essere atterrati conoscono Nora (Sara Serraiocco), una giovane italiana che è travolgente, bella, un po’ matta e anche un po’ malinconica. Insieme a Nora, i due giovani scopriranno l’isola e si renderanno conto che Cuba non è poi quella che speravano ma impareranno ad apprezzare la vita e le opportunità che offre.
Non è un paese per giovani, 5 curiosità sul film
Non è un paese per giovani, le nomination per il film
Il film ha ricevuto ben tre nomination ai Nastri d’argento 2017 nelle categorie Miglior attrice protagonista a Sara Serraiocco, Miglior colonna sonora a Giuliano Sangiorgi e Cinquina speciale 2017 – Miglior film sui giovani. Tuttavia, non è riuscito a conquistarne nessuno.
Non è un paese per giovani, la colonna sonora della pellicola
La colonna sonora della pellicola è stata realizzata da Giuliano Sangiorgi dei Negramaro. Grazie alla canzone, intitolata Lo sai da qui, il cantante è riuscito a vincere un Ciak d’oro nel 2017 per la Miglior canzone originale.
Il cantante Giuliano Sangiorgi dei Negramaro (Getty Images)
Non è un paese per giovani, i filmati all’inizio e alla fine della commedia
All’inizio e alla fine del lungometraggio il regista ha inserito dei filmati di reali testimonianze di italiani all’estero. Una scelta per voler ricordare al pubblico che la trama della pellicola è ispirata alle esperienze reali di centinaia di connazionali che ogni anno si recano all’estero per cercare fortuna.
Non è un paese per giovani, il regista si è ispirato a un suo programma in radio
Giovanni Veronesi, regista dell’opera, ha realizzato questo film nominandolo come il programma radiofonico che per tre anni ha condotto su Radio 2. All’interno della trasmissione radiofonica Non è un paese per giovani, Veronesi ascoltava le richieste degli italiani all’estero e permetteva loro di esprimersi in merito alla vita lontano dal loro paese.
Non è un paese per giovani, i tempi e le location delle riprese
Le riprese del film sono durate sei settimane. La pellicola è stata girata tra Roma, Cuba e Cayo Largo.
La scoperta è stata effettuata a Pianura, quartiere nella zona occidentale del capoluogo campano: sul posto sono intervenuti gli artificieri dei carabinieri. Continua a leggere
La dinamica del Pil italiano nel secondo trimestre «è stimata molto debole, quasi ferma» e le attese per il terzo trimestre «sono poco più positive»: flettono l’industria e le costruzioni mentre prosegue la crescita moderata dei servizi, trainati dal turismo. La crescita è «frenata dai tassi alti» e anche «il traino estero all’export di beni si è arrestato». Del resto la Germania «è in recessione» anche se secondo gli esperti durerà poco. È questo il quadro di sintesi tracciato dal Centro studi di Confindustria (Csc) nel report Congiuntura flash che arriva alla vigilia dei nuovi dati dell’Istat sul Pil italiano attesi lunedì 31 luglio 2023.
Nel torneo di Amburgo infortunio doloroso per Zhang colpito nelle parti intime da una pallinata di Altmaier. Il tedesco poi si è reso protagonista di un bel gesto di fair play. Continua a leggere
Martedì 28 luglio 2015 tre operai erano impegnati nella ristrutturazione della chiesa di S. Maria di Costantinopoli a Pietracatella (Campobasso), lesionata dal terremoto del 31 ottobre 2002. Verso le 13, l’improvviso crollo della volta che trascinò a terra, da un’altezza di 10 metri, i tre uomini, tutti di Riccia (Campobasso). Uno morì, due rimasero feriti in gravemente. Da domenica 30 luglio 2023 la chiesa sarà elevata a Santuario diocesano per le vittime del lavoro, il primo in Italia. La cerimonia, alle 11.30, verrà officiata dall’arcivescovo di Campobasso-Bojano monsignor Giancarlo Bregantini, preceduta alle 9 dalla deposizione di fiori in ricordo delle vittime della miniera di Monongah (Usa) dove, il 6 dicembre 1907, a seguito di un’esplosione, persero la vita anche 87 operai partiti dal Molise.
Il sindaco Tommasone: «Sarà un luogo di incontro e riflessione»
«Questa scelta», ha spiegato il parroco, don Stefano Fracassi, a Tv 2000, «è nata dalla preghiera spontanea della comunità. Insieme al priore Luigi Tomassone abbiamo “bussato” alla porta del cuore del nostro vescovo chiedendo un riconoscimento ufficiale a questa spontaneità della gente». Gli ha fatto eco il sindaco di Pietracatella Antonio Tomassone: «Il nostro comune accoglie e custodirà questo luogo. Nel 2023 non è possibile avere ancora vittime sul lavoro. Sarà un luogo di incontro e riflessione affinché tragedie del genere non avvengano più».
I promotori dell’iniziativa: «Occorre educare alla coscienza del lavoro»
«La vita più di ogni altra cosa e prima di ogni altra cosa, vale più la vita o il profitto?». Con questo interrogativo Bregantini ha motivato la decisione di dedicare la chiesa alla vittime sul lavoro. »In questa circostanza», ha aggiunto, «sarà eletta una Bolla specifica». «La gente ha sete di speranza», hanno spiegato i promotori dell’iniziativa. «Educare alla speranza anche nei luoghi di lavoro è fondamentale. Il lavoro costruisce la società». Dalle parole di Papa Francesco «comprendiamo come il lavoro rappresenti un’esperienza primaria di cittadinanza, in cui trovano forma intere comunità, frutto dell’impegno e dei talenti di ciascuno. Tra i compiti della nostra società, e in particolar modo del sindacato, c’è educare alla coscienza del lavoro, forte di una solidarietà tra i lavoratori stessi».
Prima della morte improvvisa di Sinéad O'Connor all'età di 56 anni, stava pianificando il suo nuovo album e un film sulla sua vita, stando alle dichiarazioni dei suoi manager Kenneth Papenfus e Carl Papenfus. La nota sembra accompagnata dallo sconcerto per le ipotesi di suicidio che si stanno rincorrendo soprattutto perché le cause della morte sono ancora ignote. Continua a leggere
Stasera sabato 29 luglio 2023 all'Arena Musa di Benevento grande attesa per il concerto di Tananai. La scaletta del concerto. Il 16 agosto concertone di Ferragosto ad Avellino. Continua a leggere
Andrea Giambruno torna sulla frase pronunciata durante la sua trasmissione, Diario del giorno, nei confronti del ministro tedesco Karl Lauterbach, reo di aver espresso timori sulla fine del turismo nel nostro Paese a causa delle alte temperature conseguenza di «un cambiamento climatico che sta distruggendo l’Europa meridionale». Il giornalista e compagno della premier, con tono evidentemente scocciato e spazientito, l’aveva invitato a rimanere in Germania: «Sono 20-30 anni che in qualche modo i tedeschi ci devono spiegare come dobbiamo vivere noi. E se non ti sta bene te ne stai a casa tua eh». Aprendo quello che è già stato definito come “il caso Giambruno”, iniziato pochi giorni prima definendo il caldo torrido registrato al Sud «non una grande notizia», cosa che aveva fatto irritare più di un volto del Biscione.
Giambruno chiarisce: «Nessun risentimento dal ministro tedesco»
Intervistato dal Corriere della Sera, il conduttore ha così dichiarato: «È da stamattina che sorrido. Escludo che un ministro tedesco si possa risentire della battuta di un giornalista italiano». A chi gli ha fatto notare che, oltre ad essere un cronista, è anche il compagno della presidente del Consiglio ha risposto: «L’articolo 21 della Costituzione ancora mi autorizza a fare una battuta. O dobbiamo cambiare la Costituzione apposta per me?». Ha quindi chiarito cosa intendeva dire affermando che da decenni i tedeschi cercano di spiegarci come vivere: «Mi riferivo alla caduta del governo Berlusconi, nel 2011. Tutti sappiamo come è andata: lui voleva fare debito per i cittadini, i nostri titoli di Stato furono venduti nella notte, lo spread salì in modo spropositato e il governo cadde. Questo perché Berlusconi non riteneva gli italiani secondi a nessuno e credo che questo dovrebbe essere l’atteggiamento di tutti i nostri governi». Aggiungendo, a proposito di Lauterbach:«Lui ha detto che il turismo in Italia è destinato a fallire per via del clima, una cosa neanche supportata dai dati. Mi sembra pure da menagramo».
«Nessuno può dire che nego il cambiamento climatico»
Giambruno ha infine voluto difendersi dall’accusa di essere un negazionista del cambiamento climatico: «Ho fatto decine di puntate sull’argomento e sui relativi fondi del Pnrr, invitando anche gli ambientalisti più esasperati. Nessuno può dire che ho negato il cambiamento climatico». E sulla reazione della sua compagna alle sue uscite: «Non ne abbiamo parlato. Ma le pare normale che la sua visita alla Casa Bianca è un successo e che, accanto, sui quotidiani, si parli del “caso Giambruno”? Sviare l’attenzione su di me mi sembra un modo per non ammettere che questo governo le sta azzeccando tutte».
Che tempo farà ad agosto? Secondo le previsioni meteo, per la prima settimana del mese sono attesi possibili temporali e maltempo sulle regioni del Nord, con conseguente abbassamento delle temperature, mentre al Sud persiste l'anticiclone africano, anche se non ci saranno ondate di caldo rovente come a luglio. Continua a leggere
L'incendio all'interno di un'azienda di smaltimento dei rifiuti di Ciampino ha provocato un'alta colonna di fumo facilmente visibile dalle vicinanze. I Vigili del fuoco stanno tentando di spegnere le fiamme. Continua a leggere
Sono in corso le indagini dei carabinieri per determinare con precisione cosa sia accaduto questa notte a Sant'Antimo, nella provincia di Napoli. Sul posto trovati 7 bossoli. Continua a leggere
La vigilia di Natale sono entrato nella libreria del mio quartiere per cercare una guida di Tangeri da regalare ad Ofelia per un viaggio in Marocco che avevamo in programma e che in realtà non abbiamo mai fatto. Mi ero lasciato conquistare dall’idea di rifugiarmi qualche giorno tra la casbah e la Medina marocchina suggestionato dalla letteratura che in quel periodo mi era capitata tra le mani. Ero rimasto stregato dalle suggestioni che quella città internazionale che profumava di kif e marijuana, di spie, di bar tenuti da espatriati molto simili all’Humphrey Bogart di Casablanca mi regalava. Mi vedevo già con il mio completo di lino beige coloniale e il mio panama Montecristo da 2K avvinghiato al mio triplo gin tonic, come Ian Fleming mentre scriveva il suo ennesimo James Bond, seduto ai tavolini dell’Hotel Minzah. «Quest’anno, non si va a Cap Ferrat», sentenziò una volta la scrittrice americana Gertrude Stein fissando negli occhi il giovane e biondo Paul Bowles, «si va a Tangeri!». Anche se poi in realtà con Ofelia siamo andati due volte a Cap Ferrat e nessuna a Tangeri. D’altronde né io né lei abbiamo mai conosciuto Gertrude Stein. Tuttavia quel pomeriggio della vigilia di Natale, girovagando per gli scaffali della libreria del mio quartiere, rimasi rapito dalla copertina di un’altro libro: la monumentale biografia, scritta da Blake Bailey, di Philip Roth, sopra la quale troneggiava una fantastica foto in bianco e nero dello scrittore americano, adagiato mollemente, in una posa pensosa davanti ad una finestra. Così lo presi in mano, iniziai a sfogliarlo, a soppesarlo e a prendere confidenza con quella carta ruvida e profumatissima di oltre mille pagine. L’equivalente cartaceo di un maglione di cachemire. «Fanculo a Tangeri», mi dissi, e senza pensarci troppo lo tirai su. Anche se di Philip Roth non avevo mai letto niente in vita mia. Tre giorni più tardi ero già alla Rizzoli in Galleria Vittorio Emanuele a comperare Lamento di Portnoy e Pastorale americana, due tra i più acclamati capolavori di Roth, con l’aggiunta di un libro di racconti di Woody Allen, solo perché avevo letto da qualche parte che i due si erano sempre detestati e l’idea di metterli insieme nella stessa busta e portarli a casa, così per fare a entrambi un dispetto, mi divertiva parecchio.
Raramente si è folgorati dai libri, specialmente per noialtri che con i libri ci lavoriamo, ma mi ricordo che Portnoy riuscì nell’impresa di mandarmi letteralmente fuori di testa come ai tempi accadde con Il giovane Holden, Arancia Meccanica, Bastogne o American Psycho. Il romanzo è un lungo monologo di Alexander Portnoy, l’ebreo americano protagonista del titolo, rivolto al suo psicoanalista. Un po’ come Woody Allen, (sempre lui), in Annie Hall tracciava, durante il racconto della sua storia con Annie, un perfetto percorso psicologico, così Roth faceva con Portnoy, riportando per filo e per segno il suo torrenziale vaniloquio. La cosa mi fece immedesimare a tal punto che mentre il tipo parlava delle peggiori nefandezze, del tormentato rapporto con la madre e di tutte le sue nevrosi ebraico-newyorkesi, vedevo dall’altra parte ad ascoltarlo la faccia del mio psycho (90 euro a seduta). Natalia Ginzburg in una sua recensione su La Stampa del 22 marzo 1970 scrisse: «L’analista non ha voce, e non ha consistenza né dimensione. Potrebbe tacere sempre – come tace – ed essere però una presenza. Potrebbe avere una sua oscura e misteriosa realtà. Non ne ha nessuna. È una sedia vuota. Certo l’autore non aveva in testa, per questo analista, nessun volto umano. Se avesse un volto, lo sentiremmo respirare nell’ombra. Invece no. In quel vuoto, si avverte invece l’autore con una sua volontà cartacea, la volontà di metter là un analista perché la confessione di Portnoy sembri più vera». Io pensavo esattamente il contrario.
Quel pomeriggio di luglio cambiai lo sguardo su mio padre che, per la prima volta, vidi davanti a me per quello che era: non più un supereroe ma un semplice essere umano di 84 anni. Fino a allora mi aveva generato, criticato, distrutto. Quel giorno usciti dallo studio del mio psicologo decisi che non glielo avrei mai più permesso
La prima volta che entrai nello studio del mio strizza lui riceveva ancora al piano terra di un caseggiato in una piccola via dietro Porta Venezia. Doveva essere il 2008, credo. Mia zia era morta da un paio d’anni, mio padre viveva all’estero ormai da un’eternità, con Allegra andava sempre più di merda e la mansarda dove abitavo in via Tiepolo “puzzava stabilmente di marijuana e freebase”. Ricordo che come prima cosa mi diede una matita in mano e mi fece fare un cerchio su un foglio con un piccolo puntino al centro, chiedendomi di inserire all’interno della circonferenza le persone che più erano importanti per me. Io diligentemente presi la matita e, senza pensarci troppo, prima inserii i nomi di tutti i miei amici e poi, sparsi qui e là, dentro e fuori dal cerchio, quelli di qualche ragazza. Ricordo che rimase sbalordito quando si rese conto che nell’elenco non era stato messo nessuno dei miei famigliari. In definitiva, consigliato da DFA, avevo deciso di rivolgermi a lui non tanto per analizzare la mia disastrosa condizione esistenziale ma per un motivo più pratico: da circa un paio di settimane ero vittima di violenti e continui attacchi di panico e mi arresi rapidamente al fatto che per risolvere la questione avevo bisogno di aiuto. Sorprendentemente l’apporto dello strizza fu quasi miracoloso e in breve tempo gli attacchi di panico così come erano arrivati se ne andarono. Se mi guardo indietro considero il 2008 per una serie di motivi una sorta di spartiacque, come fosse l’inizio della mia svolta personale che probabilmente senza il mio strizza non sarebbe mai avvenuta.
Arrivavo da anni di devastazione rigorosa e sistematica, fisica e mentale. Orari folli, alimentazione sballata, inconcludenza totale. E così, durante quell’anno terribile, ci furono l’inevitabile programma di disintossicazione, le infinite seconde possibilità, le continue ricadute, le scivolate nell’abisso dell’orrore, il panico e, infine, l’esplosione. Dopo un anno di sedute però sentivo di stare un po’ meglio e probabilmente fu per questo che risalii immediatamente la china. Se dovessi segnare due punti cardinali del periodo della terapia sicuramente sceglierei come primo la risoluzione del problema degli attacchi di panico e, immediatamente dopo, l’incontro che avvenne un pomeriggio di luglio del 2009, nel quale mio padre spiegò la finanza degli Anni 80 al mio psicologo. Papà si trovava casualmente in città non ricordo bene per quale motivo e sorprendentemente accettò di presentarsi all’appuntamento con me e il mio strizza. «Se è importante per te vengo volentieri», mi rispose al telefono un paio di giorni prima e nonostante il caldo soffocante si presentò davanti allo studio nella piccola via dietro Porta Venezia, vestito di tutto punto, con tanto di completo estivo blu di Brooks Brothers e cravatta a pois di Marinella, e oltretutto in perfetto orario. Per tutta la sua vita mio padre aveva quasi sempre lavorato in apnea, senza mai venire in superficie. In tutta la sua carriera non ha mai rilasciato un’intervista completa, di peso. Non una parola ai giornalisti sui suoi affari, sulle sue passioni, sui suoi programmi. Non fosse stato per le inchieste collegate alla Montedison e a Raul Gardini, il suo nome sarebbe rimasto nell’ombra. Un po’ finanziere e un po’ brasseur d’affaires, molto bocconiano e di buona famiglia, raccontò tutta la sua vita al mio strizza quel pomeriggio di luglio del 2009 partendo dal giorno in cui finiti gli studi in via Sarfatti decise di mettersi a vendere film. «Non avrei mai pensato di mettermi a lavorare con la finanza», disse a un certo punto. Parlò poco di noi, ma si soffermò parecchio sul giorno in cui fu costretto a chiudere il suo ufficio, l’attico giungla pieno zeppo di ficus Benjamin, 650 metri quadrati affacciati su Piazza San Babila, e di opere che aveva collezionato negli anni e che andarono all’asta. «Le valutarono 4 miliardi e mezzo. La passione di una vita», disse, «quasi tutta messa insieme nella seconda metà degli Anni 80». Non una parola sulle case intestate a mio fratello che costrinse con l’inganno a farsi cedere per poi vendere. Non un accenno al fondo fiduciario lasciato a me da mia madre che gestì con la complicità delle banche e che svuotò completamente. La sua difesa, agguerrita e convinta, si basò completamente sulla tesi che «per fare affari bisognava stare a certe regole e giocare in serie A non era come partecipare a un pranzo di gala». Per quanto la seduta non toccò mai per tutto il tempo l’argomento del rapporto tra padre e figlio risultò per me sorprendentemente risolutiva, perché quel pomeriggio di luglio cambiai lo sguardo su mio padre che, per la prima volta, vidi davanti a me per quello che era: non più un supereroe ma un semplice essere umano di 84 anni. Fino ad allora mio padre mi aveva generato, criticato, distrutto. Quel giorno usciti dallo studio del mio psicologo decisi che non glielo avrei mai più permesso.
Il doc girato all’Elba.
Non tornai nello studio del mio psicologo, che nel frattempo si era trasferito nella più centrale via del Torchio, per circa nove anni. Fino al giugno del 2018. Ricordo che in quel periodo stavano girando un documentario su di noi e sulla nostra idea di radio itinerante. La troupe ci aveva seguito fino all’Isola d’Elba dove avevamo progettato una serie di trasmissioni in barca a vela. I pirati, ci chiamavano. Eravamo deejay ma anche giornalisti d’assalto, io avevo 38 anni e Alb 35 e in cuor nostro, finalmente, credevamo di avercela fatta davvero. Per me era come vivere una seconda giovinezza e la naturale evoluzione di quando a 24 anni divenni famoso come “il vocalist dell’anno”, cosa che comportò articoli sui giornali, interviste in programmi televisivi in seconda serata e la trasformazione del mio personaggio, fatto tutto di apparenze, punk e ribellione, in una storia sexy da raccontare agli amici o a qualche cena con i propri familiari. Nel 2004 tornato da un’estate trascorsa a Tenerife al Royal Country Club per un breve periodo mi fidanzai con quattro ragazze contemporaneamente e tutte le porte in città mi si spalancavano davanti. Con Allegra ci mettemmo praticamente insieme durante quella vacanza alle Canarie e una volta tornati in città diventammo la coppia più chiacchierata del momento. Tipo Pete Doherty & Kate Moss. Ma con più droga. C’erano sempre altre ragazze e soprattutto altri ragazzi. Allegra diceva che la sua attrazione per “i cattivi soggetti” era come una droga e che la mia “imprendibilità” la eccitava. Poi le luci della ribalta si spensero e seguirono due aborti, un overdose e gli attacchi di panico di cui sopra. Poi passarono gli anni, arrivò Ofelia e grazie a lei mi gettai a capofitto nella nuova vita che mi veniva offerta. Ripartii da zero e mi illusi che in quella estate del 2018, all’Isola d’Elba, le luci della ribalta che volevo assolutamente riottenere si fossero riaccese per sempre. Evidentemente mi sbagliavo, ancora una volta. Ero diventato una persona molto diversa da quella che ero stata in precedenza. Consapevole, matura, affidabile. Avevo lavorato sodo per ottenere quel poco che avevo e non avevo nessuna intenzione di rinunciarci. In realtà anche quella volta ero semplicemente perso nei sogni su me stesso e nonostante tutto la realtà mi era sfuggita di mano.
In Grecia.
Fortunatamente c’era Ofelia e c’era il lavoro al bar a tenermi ancorato a terra. Ma non bastavano. La mia vita attuale nonostante tutto mi opprimeva. Fu per questo che decisi di tornare dal mio strizza, o forse anche solo per dimostrargli quanta strada avevo fatto nei nove anni in cui non ci eravamo visti. Dopo un paio di sedute partii per la Grecia e passai le vacanze bevendo bloody mary nella super-villa da 10 mila euro al mese che la famiglia di Ofelia aveva affittato a Sèrifos. Leggevo romanzi di autori americani o giapponesi, continuamente, per tutto il giorno steso al sole ed ero “totalmente fuori di testa” & “troppo concentrato su me stesso”. Perciò poteva essere semicomprensibile che Ofelia mi lasciasse e che dopo avermi definito uno «stronzo egoista» filasse via sulla Porsche presa a nolo da sua sorella Cleopatra. E invece no. Paradossalmente quella fu l’estate in cui ci ritrovammo e ci legammo l’uno all’altra ancora di più. «Dio è greco!», urlavo in mezzo alla strada a pochi metri dalla spiaggia che avevamo sotto casa e il giorno in cui finirono le vacanze ricordo che piansi come un bambino. Non volevo più tornare indietro. Fosse stato per noi saremmo rimasti lì in eterno, in quel non-luogo sospeso dalla realtà. Durante l’inverno invece ce ne tornammo a New York. Perché era lì che dovevo stare per capire come evolvermi ancora e perché era lì l’epicentro musicale e culturale della wave che volevo seguire. Affittammo un appartamento sulla Quinta, tra il Flatiron e Union Square, e il giorno di Natale, quando andammo da Whole Foods a fare colazione con addosso i nostri maglioni in shetland e i nostri parka pesanti, ricordo che eravamo così felici che ci sembrava di stare nel posto più bello del mondo.
A New York.
Penso a tutto questo mentre in treno scorro le foto sull’iPhone e rivedo parte dei momenti che vi ho raccontato, uno dopo l’altro, con lo slow-motion, mentre sto per partire per le vacanze. Nella testa le immagini si mischiano a un sacco di altri pensieri che vanno dal romanzo che mi sono messo in testa di scrivere al podcast letterario che ho intenzione di produrre l’anno prossimo, agli articoli che devo consegnare ai giornali entro fine mese, alla casa per settembre da prendere in affitto a Camogli. Trovo incredibile che al giorno d’oggi non ci sia una fottuta prima classe sul treno da Milano Centrale a Malpensa e si debba essere costretti a viaggiare in compagnia di un gruppo di Lanzichenecchi con in testa cappellini da baseball con visiere a tesa larga e musica assordante sparata nelle orecchie. Io nonostante il caldo indosso un vestito di lino tutto stazzonato e una camicia leggera e Ofelia, di fronte a me, un vestito a fiori di Lisa Corti, dal sapore vagamente indiano. Quando c’è classe regaz, che ve lo dico a fare. Meno male che ho la mia cartella di cuoio marrone dalla quale non mi separo mai, nemmeno sotto la doccia, dove custodisco gelosamente la mia mazzetta di giornali che comprende il New York Times, anche se non parlo una parola d’inglese, Le Monde, anche se non so il francese, e una mezza dozzina di quotidiani italiani che non nomino perché, a parte ovviamente quelli per cui lavoro, fanno così decisamente cacare che li compro tanto per darmi un tono ma non li apro nemmeno. A parte le pagine della Cultura, ovvio, che poi sono quelle sulle quali scrivo io. Cerco di estraniarmi, tengo tra le mani un’edizione francese di un libro dello scrittore inglese Julian Barnes e sono indeciso se scrivere la fine di questo racconto con la mia stilografica sul mio taccuino Moleskine oppure andare a masturbarmi in bagno, guardando un video porno sull’iPad per poi pulirmi con il fazzoletto che appositamente porto sempre con me nel taschino della giacca. Mentre il treno si ferma a Saronno (non pensavo che un treno diretto a Malpensa potesse passare addirittura per Saronno), mi guardo intorno e non capisco dove vada tutta questa gente, quando intorno a noi il cambiamento climatico sta uccidendo il mondo sempre più velocemente facendo bruciare la Grecia e la Sicilia e devastando Milano con uragani notturni di grandissimo spessore. Ma fatto sta che il treno arriva al Terminal 1 e sono costretto a scendere guardandomi intorno e sorprendendomi del fatto che nessuno di quei giovani in bermuda e sneaker ultracolorate non solo non si sia avvicinato a me per chiedere un autografo o, che so, una foto, ma oltretutto nessuno mai mi abbia rivolto la parola e addirittura fatto un cenno di saluto (Ero forse diventato nuovamente irrilevante?). In fondo per loro non esisto, sono solamente un uomo di mezza età, con la giacca e i pantaloni lunghi, che legge giornali in inglese e libri in francese e che, a un certo punto del viaggio, si è dovuto calare una pastiglia di viagra anche per farsi una sega. Vabbè, sicuramente Portnoy avrebbe apprezzato, il resto è noia avrebbe detto qualcuno, perché in fondo a me di questi quattro ragazzini non me ne frega veramente un cazzo.
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«Moriremo retequattristi» è la dolente chiosa che il giornalista Sergio Scandura utilizza spesso sul suo account Twitter. Il retequattrismo del resto è un non luogo che negli anni si è costruito un’identità. Eravamo ragazzi e Rete 4, Canale 5 e Italia 1 venivano proposte come la modernità della televisione italiana, e col tempo abbiamo imparato a distinguerne le anime. Canale 5 e Italia 1 erano i canali delle trasmissioni sguaiate, della risata anabolizzata mentre Rete 4 appariva come la rete più rassicurante, rotonda. Poi con l’arrivo di Emilio Fede, parcheggiato là con la missione di condurre spudoratamente il telegiornale che Silvio Berlusconi sognava a rete unificate, il tratto distintivo è stato chiaro: era lì che si sperimentavano le formule possibili dell’occupazione del potere camuffato da informazione.
Con Giambruno Rete4 conferma la sua missione: fingere di informare concimando la propaganda
Sono passati gli anni, Pier Silvio Berlusconi ha mischiato le carte ma Rete 4 risale agli onori della cronaca come laboratorio. Identica la missione: fingere di informare mentre si concima la propaganda che serve al potere. Emilio Fede non c’è più, decotto e deluso dalla dipartita del padrone. A prendere il volo è Andrea Giambruno storico giornalista dell’azienda travolto da un’improvvisa popolarità. Giambruno è, più di tutte le altre cose, il compagno (duole chiamarlo così, come proprio non vorrebbe, ma la lingua italiana non lascia scampo alle famiglie non cristianamente naturali) della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Meloni, a dire il vero, pretenderebbe di essere chiamata “il” presidente. La coppia suona ancora peggio: “il compagno del presidente del Consiglio” è una definizione a un passo dal burrone del demoniaco gender.
Emilio Fede in una foto del 2010 (Imagoeconomica).
Se la moglie di Renzi avesse bacchettato un ministro straniero sarebbe scoppiato un caso diplomatico
Delle scorribande politiche di Giambruno nella sua striscia quotidiana Diario del giorno se ne è scritto parecchio in questi giorni. Urge però una prefazione: il compagno di un capo di governo a cui viene affidato un programma quotidiano di commento politico è roba degna delle autarchie che di solito osserviamo raccapricciati da lontano. Se Kim Jong-un facesse presentare una trasmissione alla moglie Ri Sol-ju sui nostri giornali fioccherebbero gli editoriali indignati che chiedono l’intervento dei Caschi blu dell’Onu. Non c’entra niente, ci dicono, perché Mediaset è una televisione privata, mica di Stato. Ci mancherebbe, si potrebbe rispondere. Ma che un imprenditorie televisivo non scorga un problema di autorevolezza e indipendenza è un sintomo dello stato del sistema dell’informazione. Tant’è che se il giornalista Giambruno bacchetta il ministro tedesco Karl Lauterbach la notizia c’è, eccome, e finisce nelle pagine di politica. E questo non accade perché «contro il compagno della premier stanno tutti lì con il dito puntato» come dicono dalle parti del governo: accade perché se la moglie di Draghi (o di Conte o di Renzi) avesse dato del coglione a un ministro qualsiasi avremmo avuto seri nodi diplomatici da sciogliere. Con una differenza sostanziale: quelle avrebbero potuto farlo a una cena tra amici, questo può permettersi di farlo su una televisione nazionale sotto il bollino del “programma di informazione”. Si coglie il dislivello?
Giorgia Meloni e Andrea Giambruno al Quirinale (Imagoeconomica).
Lo stile alla Emilio Fede: postura amicale, deridere chi la pensa diversamente e gigioneggiare nel ruolo di ‘vicino al potere’
Giambruno nel giro di pochi giorni è riuscito a irridere il ministro tedesco e la Germania oltre ad avere confezionato un servizio con dati falsi per negare il cambiamento climatico. Roba da Emilio Fede, appunto, perché ne contiene tutti gli elementi: la realtà piegata alla propaganda, la postura amicale e rassicurante, la derisione di chi sostiene tesi contrarie e un certo gigioneggiare nel suo ruolo di “vicino al potere”. Ha il terrore di essere considerato un raccomandato: al Corriere della Sera aveva detto «ho dimostrato che, di tv, qualcosina capisco. Sono quasi 20 anni che la faccio. Primo giorno a Telenova, a 22 anni, mentre ancora studiavo all’università Cattolica», anticipando di non avere per niente compreso la delicatezza del suo ruolo. Anzi, nel corso delle dichiarazioni rilasciate al quotidiano, ribadiva che ogni critica ricevuta è in realtà un modo di ferire la compagna Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio, di cui peraltro proprio lui ha diffuso per primo in onda il video-messaggio del Primo Maggio. «Cosa deve fare, deve smettere di lavorare?», mi dice indispettito un parlamentare di Fratelli d’Italia. Sì, forse sarebbe meglio. O forse qualcuno dovrebbe spiegare che logica ci sia nel sospendersi dalla conduzione del telegiornale Studio Aperto («una scelta presa insieme all’azienda per una questione di reciproca opportunità», disse a ottobre dell’anno scorso) per prendersi una striscia di approfondimento. Perché da fuori ha tutta l’aria di essere un reality presidenziale usato per diventare megafono della propaganda del potere. Ma sarebbe troppo per essere vero. O no? Anche per Rete 4.
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