Il cinema italiano riparta da L’estranea

Parlare del film L’estranea, regia del trentenne Paolo Strippoli, con Jasmine Trinca, Adriano Giannini, Romana Maggiora Vergano e Valeria Bruni Tedeschi, significa riflettere sulla situazione del cinema italiano oggi. La questione è sufficientemente nota. Poiché negli ultimi festival importanti (Berlino, Cannes…) nessun film tricolore è stato selezionato in concorso, alla Mostra del cinema di Venezia abbiamo assistito al prevedibile reclutamento delle opere precedentemente ignorate. Il direttore Alberto Barbera, però, fa anche dell’altro: viola il copione, includendo in concorso il film di un giovane regista alle prime armi, per di più di genere, per di più una sorta di psico-horror. Apriti cielo! Illustri e attempati critici cinematografici hanno immediatamente gridato allo scempio, rimproverando a Barbera l’incauta decisione. La rinascita del cinema italiano, strepitano, non può passare per i divertimenti sballati del primo ragazzetto, pur sveglio e talentuoso. La verità è che i critici laureati, i pochi rimasti, non hanno mai avuto gli strumenti per giudicare il cinema di genere, se non nella modalità, otto-novecentesca, della dissacrazione: grazie alla dissacrazione, infatti, Sergio Leone per il western, e Dario Argento, per il giallo, sono stati recuperati e inseriti nel pantheon d’autore.

Il successo al festival di Toronto e lo sguardo agli Oscar

Al di là della critica ufficiale, che in fondo conta sempre meno, è accaduto che Paolo Strippoli, il regista del film, senza dissacrare niente e nessuno, dopo Venezia, abbia partecipato al festival di Toronto, ovvero la porta aperta sulle succose praterie del mercato americano, manifestazione in cui L’estranea ha riscosso un enorme successo. Importanti attori di Hollywood, dopo aver visto il film, hanno manifestato vivamente il desiderio di lavorare con Strippoli, il quale sta trattando con case di produzione statunitensi la realizzazione del prossimo progetto. Forse non è un caso, allora, che L’estranea sia stato selezionato a rappresentare l’Italia nella corsa agli Oscar.
Il film era atteso al varco dell’uscita in sala sul territorio nazionale, in data 8 ottobre. Ebbene, curiosità del pubblico e passa parola degli spettatori sembrano funzionare, perché L’estranea oscilla tra il secondo e il terzo miglior incasso di giornata. A questo punto, non resta che chiedersi se il cinema italiano sappia, o intenda, approfittare del caso, per ora isolato, di un film che si fa apprezzare all’estero (già venduto anche in Francia e Belgio), e incontra un certo favore del pubblico.

Il cinema italiano riparta da L’estranea
Il cinema italiano riparta da L’estranea
Il cinema italiano riparta da L’estranea
Il cinema italiano riparta da L’estranea
Il cinema italiano riparta da L’estranea
Il cinema italiano riparta da L’estranea
Il cinema italiano riparta da L’estranea
Il cinema italiano riparta da L’estranea
Il cinema italiano riparta da L’estranea
Il cinema italiano riparta da L’estranea

La comfort zone della commedia

La storia è nota: il cinema italiano è da tempo recluso nella comfort zone di film che la produzione ritiene riconoscibili e appetibili: la commedia, il dramma a sfondo sociale, qualche documentario, il crime. Il fatto è che, pur riconoscendoli, o forse proprio per questo, il pubblico ormai diserta le sale dove tali film si proiettano. La commedia non ha più gli sceneggiatori né gli attori capaci di assicurare agli spettatori ciò di cui la commedia italiana ha sempre vissuto: la capacità di proporre temi e argomenti che senza interpreti e scrittori di richiamo e di talento il pubblico non avrebbe mai accettato. Un esempio per tutti: Una vita difficile, 1961, odissea amara di un intellettuale prima partigiano poi giornalista nell’Italia del Dopoguerra, senza Alberto Sordi protagonista, Rodolfo Sonego sceneggiatore, e Dino Risi regista, non sarebbe andato a vederlo nessuno. Veniamo al documentario. Il recente caso di Naza, incentrato sulle nefandezze dei reparti dell’esercito israeliano a Gaza, alle soglie in Italia dei 5 milioni di euro di incredibile incasso, dovrebbe far riflettere. Il documentario ha senso solo se è in grado di abbracciare tematiche di portata globale (globale, oggi, sostituisce il vecchio “universale”), che infondono al pubblico la certezza, ripeto la certezza, che ciò che andranno a vedere e sentire sia qualcosa di unico, fondamentale e decisivo, che solo quel documentario specifico è in grado sul serio di mostrare e descrivere. Per il dramma a sfondo sociale e il genere crime, infine, vale il vecchio adagio: i filoni risultano ormai inflazionati, anche perché gli innumerevoli programmi tv d’inchiesta «al di là di ogni ragionevole dubbio» soddisfano pienamente la domanda di mercato.

Il segnale è chiaro: rilanciamo il cinema di genere

Di fronte al dato inequivocabile di un cinema italiano piegato sterilmente su sé stesso, agganciato a schemi spettacolari fin troppo collaudati, fermo a temi, motivi e moduli narrativi stantii, si è pensato stavolta di gettare un sasso nello stagno. Da Venezia, Alberto Barbera, inserendo L’estranea nel concorso maggiore, aveva mandato un segnale: rilanciamo il cinema di genere, affidandolo a rappresentanti delle giovani generazioni, i quali siano in grado, come fu per Leone e Argento, di «autorializzare» il genere stesso, senza tuttavia snaturarlo, svuotarlo, o piegarlo a logiche che non gli competono. Questa, in fondo, è la formula. Attori capaci e intelligenti, pur abituati al cinema d’autore, hanno accettato di mettersi al servizio dell’impresa: Jasmine Trinca regge tutto il film sulle proprie spalle, interpretando un personaggio che richiede almeno tre approcci di interpretazione diversi e distinti, a volte co-presenti nella stessa scena, riuscendo magnificamente nell’impresa. Valeria Bruni Tedeschi accetta di fare il verso a sé stessa, entrando e uscendo dal personaggio senza mai far pesare il passaggio di ritmo e di tono. Adriano Giannini si mette al servizio del film elevando un personaggio non protagonista a carattere pieno e compiuto. Non a caso, con esibita civetteria, Bruni Tedeschi, in un’intervista, ha dichiarato di «essere infine pronta per Hollywood».

Il cinema italiano riparta da L’estranea
Paolo Strippoli, Adriano Giannini, Valeria Bruni Tedeschi, Romana Maggiora Vergano e Jasmine Trinca a Venezia (Ansa).

Quell’artigianato italiano che tocca gli estremi dell’arte

È evidente il tentativo, innumerevoli volte tentato, di sprovincializzare il cinema, attraverso ciò per cui lo spirito italiano è generalmente conosciuto nel mondo, ossia un artigianato così minuzioso e accurato da toccare gli estremi dell’arte. Il cosiddetto made in Italy. Per il cinema, come accennato, esempi furono già Argento e Leone, artisti e artigiani di lusso. Per L’estranea si tenta la medesima operazione, ossia l’artigianato elevato al cubo. Ciò risulta evidente, esaminando i reparti tecnici del film. Il montaggio di Federico Palmerini conferisce al film un ritmo fortissimo, e cadenza immagini e musiche come si trattasse di un melodramma dark, coniugato con un divertimento spudorato di ispirazione goliardica: cosa che L’estranea, oltre i richiami all’horror, effettivamente è. Attraverso il gioco di luci del direttore della fotografia Cristiano Di Nicola, un altro trentenne come Palmerini e Strippoli, il melodramma si asciuga e si bagna alternativamente in tinte calde e fredde, a seconda dell’ottovolante di impulsi visivi e sonori in cui è proiettato il pubblico.

Il cinema italiano riparta da L’estranea
Paolo Strippoli (Ansa).

Una certa critica resta appiccicata alle memorie del neorealismo

A tale proposito, non dimentichiamo che proprio così ci vedono gli americani. In una recente masterclass italiana, il regista Walter Hill (I guerrieri della notte, Driver l’imprendibile, 48 ore…) ha ammesso che i film di Sergio Leone sono tutto fuorché western: grazie all’apporto decisivo di Ennio Morricone, Per un pugno di dollari, per il gusto yankee, è innanzitutto un pulsante melodramma, ossia un racconto colorato e violento messo prepotentemente in musica. E L’estranea è proprio così: un melodramma dark di suoni, musiche, luci e colori.
Il film si inserisce dunque in questo percorso: un prodotto “americano” fatto con il gusto tipicamente italiano. Questo fa imbestialire la critica laureata, appiccicata alle memorie del neorealismo. E anche qualche cultore del genere a tutti i costi, amante della sciatteria elevata a poesia. L’estranea sembra un horror, ma in realtà è un’opera buffa, talmente buffa che il riso si deforma in ghigno, e il divertimento slitta sul fuoristrada della tragedia.

Il cinema italiano riparta da L’estranea
Ennio Morricone (Ansa).

La forza del melodramma dark

Di cosa parla infatti il film? La protagonista, Anna Colonna, colonna della famiglia, madre e moglie, come i secoli dei secoli insegnano, incontra la personificazione del destino, che la mette a confronto con la propria hybris. Di quale colpa si tratta? Quella di aver generato altri esseri viventi, i figli, senza aver generato sé stessa, la propria coscienza e identità. Di aver prodotto degli oggetti, la prole, senza aver prima tessuto a dovere il proprio Io, ossia il soggetto. Oggetti senza soggetto, i figli saranno sballottati di qua e di là dai giochi del destino, che obbliga Anna a selezionare disperatamente i traumi senza assumere coscienza delle colpe. Questo paradosso, ironico e tragico, è il tema centrale del film, talmente paradossale, così spudorato e terribile, da risultare buffo, caloroso e misterioso. Un melodramma dark, che assume i modi dell’horror, come Sergio Leone, assieme a Morricone, faceva opere in musica assumendo le vestigia del western.
L’artigianato creativo, il made in Italy, che all’estero fa sbalordire e per cui tutti in fondo ci ammirano.