La Consob ha dato il via libera definitivo al prospetto informativo dell’offerta pubblica di acquisto (opa) volontaria e totalitaria promossa da Webuild su Trevi. La proposta del big delle grandi opere guidato da Pietro Salini mette sul piatto un corrispettivo interamente in cash di 4,50 euro per azione, per un valore complessivo di circa 295 milioni di euro. La pubblicazione del documento d’offerta è attesa nei prossimi giorni.
L’ops di Icop giudicata non conveniente da Trevi
Il via libera della Consob arriva a due giorni dall’apertura ufficiale dell’offerta pubblica di scambio (ops) concorrente lanciata da Icop, azienda friulana di ingegneria civile e costruzioni specialistiche. L’operazione si inserisce nel confronto sulla governance di Trevi emerso nei giorni scorsi, quando il cda del gruppo di Cesena ha giudicato l’offerta di Icop non conveniente e non congrua dal punto di vista finanziario. Nel proprio parere, il board di Trevi smonta l’impianto industriale dell’ops di Icop sollevando forti dubbi sulla consistenza economica e sulla reale fattibilità delle sinergie operative, commerciali e finanziarie annunciate dall’offerente. Secondo i vertici di Trevi, i benefici indicati da Icop non deriverebbero da un reale valore incrementale portato dalla società friulana, bensì dallo sfruttamento della piattaforma internazionale, della rete clienti e del know-how tecnico già consolidati da Trevi.
I dubbi del cda
Ma è sul fronte finanziario che si concentra la critica più severa del cda. La struttura dell’ops prevede esclusivamente uno scambio azionario (0,133 azioni Icop per ogni titolo Trevi) senza alcuna componente in contante — un’assenza che espone gli azionisti Trevi ai rischi legati all’andamento del titolo Icop e all’esecuzione del piano industriale. Questi ultimi si troverebbero in portafoglio titoli con, storicamente, un flottante ridotto e poca liquidità sul mercato,restando esposti alle incertezze del piano industriale di Icop e al profilo di indebitamento del nuovo aggregato. A questa criticità si aggiunge un ulteriore elemento legato alla disponibilità delle informazioni finanziarie sull’offerente. La decisione degli azionisti deve infatti essere presa sulla base di dati preliminari relativi al primo semestre 2026, non sottoposti a revisione. Le informazioni disponibili su Icop per i primi sei mesi dell’anno si limitano a tre grandezze, dichiarate nella documentazione come “espresse in valori approssimati” e “non comparabili” con il periodo precedente — un aspetto rilevante, perché la relazione semestrale definitiva sarà approvata il 21 settembre 2026, una settimana dopo l’apertura del periodo di adesione all’ops. In altre parole, al momento dell’avvio dell’offerta gli azionisti di Trevi sono chiamati a valutare lo scambio sulla base di una fotografia finanziaria di Icop ancora provvisoria e non revisionata, mentre i dati semestrali definitivi arriveranno solo in seguito. Un disallineamento temporale che pesa proprio nella finestra in cui gli azionisti devono decidere se aderire.
L’ops sarebbe penalizzante anche sul piano dell’assetto proprietario e della governance
Pesano anche le condizioni di efficacia poste da Icop, formulate — secondo gli amministratori di Trevi — nell’interesse esclusivo del compratore e liberamente rinunciabili – un elemento di forte incertezza sul perimetro finale della transazione. A questo si aggiunge lo spettro delle clausole di change of control. Il cambio di controllo potrebbe far scattare l’obbligo di rimborso anticipato di un pacchetto di finanziamenti bancari da 180 milioni di euro in capo a Trevi, un onere che finirebbe per gravare sulla società e, pro quota, sugli stessi azionisti che hanno aderito allo scambio. Anche sul piano dell’assetto proprietario e della governance, lo scenario prospettato da Icop viene giudicato penalizzante. Gli azionisti di Trevi vedrebbero svanire lo status di società a capitale diffuso, scivolando in una posizione di minoranza dentro una galassia controllata di diritto dalla famiglia Petrucco tramite la holding Cifre — il tutto regolato da uno statuto blindato da deroghe sull’opa da consolidamento e dal meccanismo del voto maggiorato. Infine, l’allarme industriale e fiscale: i vertici di Trevi hanno segnalato la totale mancanza di impegni vincolanti da parte di Icop sui livelli occupazionali e sulla tutela delle sedi estere — mercato che genera l’80 per cento dei ricavi del gruppo — oltre all’intenzione di Icop di valutare opzioni strategiche sulla divisione Soilmec. Una separazione di quest’ultima rischierebbe di spezzare la storica integrazione tecnologica di Trevi.
