Infantino, un leader azzoppato alla Fifa: la spaccatura è irrimediabile?

Pretendeva di unire il mondo attraverso il calcio. Per adesso ha soltanto spaccato il calcio in modo irrimediabile. Basterebbe questa considerazione per capire che Gianni Infantino non dovrebbe rimanere un minuto di più a capo della Fifa. Semplicemente: se ne deve andare.

Infantino, un leader azzoppato alla Fifa: la spaccatura è irrimediabile?
Gianni Infantino e Aleksander Ceferin (foto Ansa).

Si sarebbe già dovuto dimettere il primo agosto, cioè nel momento esatto in cui ha annunciato il ritiro del progetto di costituire Fifa Forward Enterprise (Ffe), il veicolo societario che avrebbe dovuto privatizzare il 21 per cento della confederazione (e dunque degli introiti derivati dalle sue principali manifestazioni sportive, a partire dai Mondiali maschili per rappresentative nazionali).

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Chi gli è rimasto accanto lo fa per puro interesse

Invece Infantino sta lì asserragliato nel bunker, circondato dai fedelissimi e costretto a chiedere asilo in Paesi che gli sono rimasti accanto per questione di puro interesse. E tenta di ricostruirsi la rete del consenso facendo esattamente ciò che recita il nome della ridente cittadina del Canton Vallese che gli ha dato i natali: Briga.

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Le accuse di aver governato in modo personalistico

Al suo disegno si è contrapposta radicalmente l’Uefa. Fin dall’inizio della vicenda la confederazione del calcio europeo si è schierata nettamente non soltanto contro il progetto di privatizzazione della Fifa, ma anche e soprattutto contro il suo presidente. Lo ha (giustamente) accusato di governare in modo eccessivamente personalistico il calcio mondiale e di aver fatto del progetto Ffe l’espressione più eclatante di questo stile di governance.

Lo scandalo Balogun e la subalternità a Trump

Chi osserva le questioni di politica calcistica internazionale sa che il conflitto fra l’Uefa e la Fifa di Infantino era latente da tempo, e che al primo casus belli sarebbe esploso in modo aperto. Già nel corso del Mondiale 2026 non erano mancati i motivi di aperta frizione, che hanno raggiunto il culmine con la revoca della squalifica per cartellino rosso di Folarin Balogun, attaccante della nazionale Usa: una mossa operata su espressa richiesta del presidente statunitense Donald Trump.

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Infantino in versione monarca.

In quella circostanza il duro intervento dell’Uefa era stato motivato dal fatto che quella cancellazione del provvedimento disciplinare andasse a danneggiare una nazionale europea (il Belgio), che si sarebbe ritrovata ad affrontare un giocatore avversario graziato con procedura di assoluto privilegio.

Partita la ribellione contro il capo della Fifa

Ma fino al momento in cui Infantino non aveva osato la mossa del progetto Ffe, dimostrando definitivamente di essere diventato Fifantino (la perfetta coincidenza fra l’organizzazione e il suo presidente, come se si trattasse di un abito sartoriale), il conflitto non era deflagrato in scontro aperto. Invece da quel passaggio in poi, la Fifa si è trasformata nell’avanguardia della ribellione al suo capo.

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Un disegno comparso in Svizzera poco prima dell’inizio del Mondiale che ritrae Infantino e Trump con una Coppa del Mondo alterata (foto Ansa).

L’annuncio che club e nazionali affiliate all’Uefa diserteranno le manifestazioni Fifa finché Infantino non si dimetterà da presidente è stata la presa di posizione più netta. E da quel momento in poi la confederazione presieduta dall’avvocato sloveno Aleksander Ceferin ha reiterato la richiesta attraverso comunicati ufficiali. L’ultimo dei quali è stato pubblicato lunedì 10 agosto: una dichiarazione congiunta con altre due confederazioni continentali (la Concacaf, che rappresenta le federazioni nazionali di Nord e Centro America e dei Caraibi, e l’asiatica Afc) in cui viene ripreso il tema del governo autocratico di Infantino. Il calcio non appartiene a uno solo, è il succo del testo.

Africa e Sud America ancora lo appoggiano

La mossa è forte e delinea degli schieramenti ben precisi. Da una parte c’è il gruppo degli anti-Fifantino, con l’Uefa a fare da capofila e Afc e Concacaf a condividere l’indirizzo. Dall’altra parte c’è una leadership azzoppata e ampiamente screditata della Fifa, che trova l’appoggio delle confederazioni di Africa (Caf) e Sud America (Conmebol).

Rimane indefinita la posizione della confederazione dell’Oceania (Ofc), che è anche quella caratterizzata dalla presenza di federazioni lillipuziane. Cioè le organizzazioni che, per intenderci, vengono ampiamente foraggiate dai programmi di sviluppo Fifa Forward voluti da Infantino dopo l’elezione nel 2016.

Al Congresso 2027 punta(va) sull’adesione di 200 federazioni su 211

Il riferimento ai programmi Fifa Forward (da cui il progetto di privatizzazione Ffe trae ispirazione non soltanto nella denominazione) è cruciale per capire quali siano le reali fazioni in campo e quale direzione possa prendere la guerra che ormai si è aperta per la guida della Fifa. Grazie a una distribuzione di denaro a pioggia, Infantino era arrivato ad assicurarsi, in vista del Congresso Fifa di Rabat che a marzo 2027 dovrebbe rieleggerlo, l’adesione di 200 federazioni nazionali su 211.

Siamo sicuri che il fronte degli oppositori sia così compatto?

C’è da dubitare che, per gran parte di quelle federazioni, la rinuncia alla grassa prebenda venga effettuata spensieratamente, specie laddove non si abbia certezza di un meccanismo sostitutivo. In questo senso, il sostegno delle federazioni africane al loro grande benefattore non veniva nemmeno quotato dai bookmaker, né si può dubitare che le micro-federazioni dell’Oceania possano andare in direzione opposta. Piuttosto, è sulla saldezza dello schieramento anti-Infantino che bisogna porsi qualche interrogativo. Siamo proprio sicuri che sia così compatto?

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Il presidente della Fifa Gianni Infantino (foto Ansa).

I segnali di senso contrario non mancano. E rispetto a ciò la Concacaf è la confederazione che ha già in casa un soggetto dichiaratamente dissidente: la federazione messicana, che nei giorni scorsi ha esternato l’appoggio a Infantino. E come la mettiamo con la federazione Usa e con le probabilissime pressioni di Trump? Per non dire di quelle caraibiche. Un esempio: Suriname (640 mila abitanti, 15 mila tesserati) è una delle miracolate (pur non essendo tra le qualificate) dall’allargamento a 48 squadre della fase finale dei Mondiali voluta da Infantino. Il suo voto vale quanto quello della Germania o del Brasile. Vogliamo dare per certo che si schieri contro il presidente azzoppato?

Qatar e Arabia Saudita stanno con Infantino

Né sul fronte Afc si può dare per assodata l’unanimità. Qatar e Arabia Saudita stanno con Infantino, che negli anni scorsi ne ha difeso il diritto a ospitare il Mondiale nonostante i discutibilissimi standard dei diritti civili e umani. Va aggiunto che, nel caso dei sauditi, Infantino ha proprio spianato la strada verso la candidatura a ospitare l’edizione 2034. In particolare, il Qatar ha un ruolo chiave nell’area Mena (Medio Oriente e Nordafrica) e nella costruzione di un’opinione pubblica globale di matrice araba (un tema sul quale la propaganda interna ha molto battuto durante il Mondiale 2022).

Che ruolo vuole giocare Nasser Al-Khelaifi?

Rispetto a questa posizione dell’emirato, resta da capire quale sia il ruolo che vorrà giocare Nasser Al-Khelaifi. Il plenipotenziario del Qatar per le questioni sportive, oltre a essere presidente del Paris Saint-Germain e dell’European Football Association (l’associazione dei club calcistici europei, ex Eca), è più che uno stretto alleato di Ceferin: è stato il suo lord protettore nei giorni del fallito tentativo di Superlega europea per club (aprile 2021) e da allora ha consolidato un potere personale che lo rende autonomo persino dal Qatar e dalla famiglia regnante degli Al Thani.

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Aleksander Ceferin con Nasser Al-Khelaifi (foto Ansa).

Come agirà Al-Khelaifi in questa partita? E se, per un verso, liberarsi di Infantino sarebbe la migliore notizia per la salute del calcio globale, per altro verso avere il dirigente qatariota come kingmaker è un approdo davvero auspicabile? Da qualsiasi parte la si giri, la situazione è incancrenita. Il calcio mondiale è totalmente balcanizzato. E il responsabile di tutto ciò è una sola persona, che adesso se ne sta attaccata alla poltrona come a un catetere.