Il piano decennale di Maldini: neanche Krusciov aveva osato tanto

A Paolo Maldini e Leonardo va riconosciuta l’ambizione. L’ex segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica Nikita Krusciov, che pure non era uomo da mezze misure – per farsi capire all’Onu batteva la scarpa sul banco -, quando volle strafare si spinse fino al piano settennale, la semiletka del 1959. Sette anni. Oltre, nemmeno il Gosplan – l’agenzia di pianificazione economica dell’Urss – osava: troppo lontano, troppo comodo, troppo inverificabile. Ci voleva la nuova direzione tecnica della Figc per superare il Cremlino: otto-10 anni, annunciati il 23 luglio in Lega Serie A, con Giovanni Malagò costretto a correggere al ribasso in diretta – «io penso a sei anni, Paolo ha parlato addirittura di otto-10». Quando persino lo sponsor della tua nomina ti dimezza l’orizzonte davanti ai club, forse un problema c’è. Aspettiamo solo di capire se, al prossimo Consiglio federale, Maldini batterà il mocassino sul banco. Coerenza estetica vorrebbe di sì.

Una dichiarazione d’intenti con scadenza oltre ogni rendicontazione

Il punto comunque non è l’orizzonte lungo. Le rifondazioni serie – quella tedesca dopo il 2000, o quella belga – erano decennali. Ma erano piani: fasi, tappe, obiettivi misurabili, gente che rispondeva se i numeri non tornavano. Qui invece abbiamo «linee guida» e una data d’arrivo collocata in un futuro nel quale, statisticamente, nessuno dei presentatori sarà più in carica. Siamo di fronte a una dichiarazione d’intenti con scadenza oltre ogni rendicontazione. Il quinquennale sovietico, almeno, prevedeva punizioni severe per chi mancava l’obiettivo. Qui non è previsto nemmeno il tagliando. E poi c’è il capolavoro: il pasticcio sulla scelta del commissario tecnico.

Siamo partiti dai migliori al mondo per arrivare a Pirlo

Ricapitoliamo la sequenza, perché merita. Primo atto: «Siamo partiti dai migliori al mondo». Pep Guardiola contattato, Carlo Ancelotti sentito. Applausi: finalmente si ragiona in grande! Secondo atto: i migliori del mondo, com’era prevedibile, hanno detto di aver meglio da fare. Terzo atto: si scende dunque al gradino successivo: Roberto Mancini, il preferito del presidente? Antonio Conte, il preferito della Lega? No. Si precipita su Andrea Pirlo, vincitore della First Division degli Emirati con lo United FC di Dubai, campionato che conta 28 club professionistici in tutto, contro i 100 italiani.

Il piano decennale di Maldini: neanche Krusciov aveva osato tanto
Roberto Mancini, Andrea Pirlo e Pep Guardiola (foto Ansa).

Nessun appeal a livello commerciale

Dall’allenatore che definisce un’epoca al vincitore della cadeteria emiratina, senza fermate intermedie. Non esiste modo più crudele di far apparire inadeguato un candidato che presentarlo come esito della stessa ricerca iniziata da Guardiola. E l’hanno fatto i suoi sponsor. L’errore Pirlo, del resto, non era solo tecnico: era contabile, e su questo sito i conti sono già stati fatti. Un ct con quel profilo produce zero riprezzamento commerciale il giorno dell’annuncio: nessun partner ritocca una voce di listino per chi ha vinto la cadetteria emiratina. E parliamo di una Federazione che ha già iscritto a bilancio 9,5 milioni di riduzione dei corrispettivi commerciali per il 2026, un malus Adidas da 9,6 milioni per la mancata qualificazione mondiale, un rosso previsto di 6,6 milioni, dentro un danno complessivo che Unimpresa stima oltre i 50 milioni.

Il pasticcio su Fonbet, il principale bookmaker di Mosca

In questo quadro, la direzione tecnica ha proposto l’unico candidato che non spostava un euro. Un risparmio senza investimento: il peggio di entrambi i mondi. Poi, certo, c’è stata la Russia. E qui il sarcasmo si scrive da solo: i signori del piano decennale in salsa Gosplan si presentano con un candidato ct che dall’ottobre 2025 fa il global ambassador di Fonbet, il principale bookmaker di Mosca, e che a maggio 2026, mentre su Kyiv cadeva di tutto, posava per i selfie al “Football Day” moscovita.

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Il messaggio di Pirlo su Instagram e la pubblicità di Fonbet.

«Nessun significato politico, è solo commercio», si è difeso Pirlo. Gli crediamo. È esattamente questo il problema: per fermarsi davanti a certe fotografie non serve un’opinione politica, basta un ufficio di due diligence. La Figc ne ha uno. La direzione tecnica non l’ha consultato, o peggio, l’ha consultato e ha proceduto lo stesso. Ci ha pensato l’ex attaccante ucraino Andriy Shevchenko nonché ex compagno di Maldini e Pirlo al Milan, con la sobrietà di chi ha la madre a Kyiv, a dire quello che a via Allegri non avevano notato: «Condanno ciò che hanno fatto».

Un caso reputazionale che era pubblico da nove mesi

Dunque 35 giorni dopo l’elezione di Malagò, il bilancio della gestione è questo: un candidato bruciato da un caso reputazionale che era pubblico da nove mesi; un presidente federale scavalcato e poi affrontato a muso duro in nome dell’«autonomia»; un potenziale conflitto d’interessi in casa (i figli di Maldini e Pirlo avviati alla professione di procuratori, con una norma federale sull’incompatibilità che pende come un lampadario); e zero commissari tecnici a 60 giorni dalla prima partita che ci attende, Italia-Belgio.

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Paolo Maldini, Andrea Pirlo, Gigi Buffon e Andriy Shevchenko nel 2014 (foto Ansa).

Il tutto condito dalla terza rottura professionale in tre anni – Cardinale nel 2023, il Fenerbahçe di Safi a giugno, Malagò oggi – per un dirigente il cui mandato dichiarato sarebbe «unire mondi che fanno fatica a interagire». Finora l’unico mondo che è riuscito a unire è quello, trasversale e affollato, di chi ha litigato con lui.

La fiducia si è consumata in nome dell’amichettismo

Per questo le dimissioni dovrebbero arrivare oggi, non domani. Nessuna punizione – Maldini resta una leggenda di questo sport, e nessuno glielo toglie -, ma una presa d’atto: la fiducia si è consumata prima di produrre alcunché, e l’amichettismo, come ha scritto Fabrizio Roncone sul Corriere della sera, qui è andato “oltre” se stesso. Prima si invoca il merito (Guardiola! Ancelotti!) per nobilitare l’amico, e quando l’amico affonda si grida all’autonomia violata. L’Italia che ha saltato tre Mondiali non si merita questo teatrino.

Chiellini ha dimostrato di tenere insieme uno spogliatoio

Serve un progetto serio. Che esiste, ed è persino a portata di mano. Al vertice tecnico un uomo che con la maglia azzurra ha vinto davvero: Giorgio Chiellini, capitano dell’Europeo 2021, oggi dirigente con ruolo istituzionale e (dettaglio non irrilevante) capacità dimostrata di tenere insieme uno spogliatoio, che è poi la versione ridotta del tenere insieme un sistema.

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Antonio Conte e Giorgio Chiellini insieme ai tempi della Nazionale 2016 (foto Ansa).

In panchina Antonio Conte, il miglior valorizzatore di rose del calcio italiano, con un contratto costruito per una volta con intelligenza: quadriennale, bonus legati al Mondiale 2030 e al ciclo completo, malus pesanti in caso di fuga anticipata. Perché la sua nomea di uomo da bienni la conosciamo tutti, e proprio per questo va messa sotto contratto, non sotto silenzio.

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Antonio Conte ct della Nazionale a Euro 2016 (foto Ansa).

Attorno, il progetto vero: la scadenza dell’Europeo 2032 in casa come orizzonte misurabile e una fondazione di partecipazione che vincoli le risorse di club e sponsor ai vivai, con conferimenti irrevocabili e conferenti fuori dagli organi di governo. Sei anni, tappe annuali, responsabili con nome e cognome. Si chiama piano. È quella cosa che, tra una scarpa e l’altra, nemmeno a Mosca riuscivano a fare durare 10 anni.