C’è un momento preciso, leggendo la lectio magistralis che Leonardo Maria Del Vecchio ha pronunciato il 9 luglio a Villa Mondragone per il conferimento della laurea honoris causa in Diritto, innovazione tecnologica e sostenibilità dell’Università di Roma Tor Vergata (notizia data in anteprima da Lettera43), in cui si smette di seguire il filo e si comincia a contare. Succede più o meno alla terza occorrenza di quella costruzione retorica che ormai chiunque frequenti un chatbot riconosce a occhi chiusi: la negazione seguita dalla correzione. «Il privilegio non è una sentenza. È una prova». «Non è un gesto. È un cantiere». «Il limbo non ti distrugge. Ti conserva». «Non è poco. È tutto».
Un uso massiccio dell’antitesi che farebbe impallidire Cicerone
Nel testo integrale pubblicato dal Corriere della Sera, la formula ricorre più di 30 volte. Trenta. In 21 minuti di discorso. Cicerone, che pure di antitesi campava, a quel ritmo avrebbe chiesto una pausa. Bisogna dirlo subito, per correttezza: nessuno può dimostrare in modo incontestabile che un testo sia stato scritto da un’intelligenza artificiale. Ma è anche impossibile non notare che la lectio esibisce, con una densità probabilmente mai vista in alcun discorso pronunciato da un essere umano, l’intero campionario stilistico della prosa generata dai modelli linguistici.

Ciascuno tragga le proprie conclusioni, magari dopo aver chiesto a un chatbot «scrivimi un discorso ispirazionale per una laurea honoris causa, sul modello di Steve Jobs a Stanford». Provateci. Vi verrà restituito qualcosa di sorprendentemente familiare. Perché sì, c’è anche un passaggio su Jobs in quel calderone. Nel suo discorso, il neolaureato mette le mani avanti: «Lo schema non l’ho inventato io: lo usò Steve Jobs, a Stanford, nel 2005. Ve lo dico io, prima che lo scriva qualcun altro».
Raggiunte vette di involontario umorismo
Ma Jobs a Stanford raccontava fatti. Il corso di calligrafia seguito da imbucato al Reed College, il licenziamento dall’azienda che aveva fondato, la diagnosi di tumore. Cose successe, con date, luoghi, nomi. In 21 minuti di discorso autobiografico di Del Vecchio invece non compare un solo aneddoto circostanziato, a parte il bambino per mano al padre in fabbrica. E poi c’è il momento in cui il testo si supera, raggiungendo una vetta di involontario umorismo che nessuna penna umana avrebbe osato: il passaggio sull’intelligenza artificiale. «Una macchina produce risposte. Non può assumersi le conseguenze morali di una scelta. Nel tempo dell’IA, la difficoltà giusta sarà restare umani senza diventare lenti, e diventare veloci senza diventare vuoti».

Chiunque abbia posto a un chatbot la domanda «cosa resta all’uomo nell’era delle macchine?» ha ricevuto, pressoché parola per parola, questa risposta, chiasmo finale compreso. Se davvero la lectio è farina del sacco del suo autore, si tratta della più straordinaria imitazione involontaria della prosa artificiale mai prodotta da mente umana, e allora la laurea in innovazione tecnologica sarebbe pure meritata.
L’eredità e il riferimento a LMDV Capital
Fin qui la forma. Il contenuto, volendo, è anche meglio. Viene raccontato di come, alla morte del padre, l’autore sia «ripartito da uno zero che i numeri non registrano». Precisazione doverosa, perché i numeri registravano in effetti tutt’altro: una quota di Delfin, la holding di famiglia che controlla partecipazioni in EssilorLuxottica, Generali, Monte dei Paschi e UniCredit, menzionata 16 righe più in basso («Ho ereditato una quota in Delfin»), dopo aver dichiarato tre paragrafi prima che «il mio percorso non l’ho ereditato». Il percorso non ereditato ha per veicolo LMDV Capital, fondata nel 2022 con capitali sulla cui provenienza la lectio sorvola con l’eleganza di chi sa che certe domande, a Villa Mondragone, non le fa nessuno.

C’è poi la dichiarazione d’amore. «Ti amo, Italia. Nei fatti». I fatti: Delfin, la cassaforte di famiglia da una quarantina di miliardi, ha sede in Lussemburgo dal 2006, dove il capostipite la piazzò per godere della riservatezza e della tassazione agevolata che il Granducato riserva alle holding. Quanto alla «partita nell’ordine dei 15 miliardi» che l’oratore rivendica di aver «provato a riportare in Italia», le cronache finanziarie registrano un’operazione lievemente diversa: l’acquisto, con una decina di miliardi da prendere in prestito dalle banche, delle quote dei fratelli Paola e Luca in una holding lussemburghese, acquisto che avrebbe portato lui – non l’Italia – dal 12,5 al 37,5 per cento della cassaforte, facendone l’azionista di riferimento.
I dubbi dei manager vicini al padre sulle capacità del rampollo
Negli atti, nessuna traccia di traslochi verso la madrepatria. E la «scelta fermata nel punto in cui avrebbe dovuto trovare custodia», formula sibillina degna di un oroscopo, ha in realtà nome e indirizzo: il consiglio di amministrazione di Delfin, che a giugno ha rifiutato di autorizzare il pegno delle quote richiesto dalle banche finanziatrici, facendo saltare tutto anche perché, pare, i manager più vicini al padre non sono proprio convinti delle capacità di Leonardo Maria.

Insomma un patriota fermato non dal mercato, non dallo Stato, ma dal cda della holding di famiglia, all’assemblea della quale, il 30 giugno, ha preferito non presentarsi. Con un souvenir: circa un miliardo di debiti personali verso le banche che, riferisce il Corriere, fatica a restituire. Nove giorni dopo Del Vecchio saliva sul palco di Villa Mondragone a spiegare agli studenti che «il limbo delle decisioni non prese è una delle forme più eleganti della paura».
Non parla ai media, però se li compra
E il capolavoro finale: «Io oggi non parlo ai media. Parlo al futuro dell’Italia». Frase pronunciata davanti ai media, consegnata ai media e pubblicata integralmente dal primo quotidiano italiano cinque giorni dopo, con firma dell’autore e copyright in calce. Detta, per giunta, da un uomo che dei media è editore: primo azionista di Editoriale Nazionale, la casa di QN, Il Giorno, La Nazione e Il Resto del Carlino, socio al 30 per cento del Giornale, e con un’offerta ventilata in passato perfino per il gruppo Gedi. Non parla ai media nel senso tecnico dell’espressione: semmai li compra.

Ricordiamo che Del Vecchio ha ottenuto una laurea honoris causa in Diritto, innovazione tecnologica e sostenibilità. Ricapitolando. Diritto: il neolaureato non risulta avere formazione né attività giuridica, se si esclude la raffinata ingegneria societaria lussemburghese della holding di famiglia, che però immaginiamo non fosse il titolo della laudatio. Innovazione tecnologica: LMDV Capital investe in ristoranti, hotel e stabilimenti balneari, settore rispettabilissimo in cui l’ultima grande innovazione risale all’ombrellone. Sostenibilità: l’hospitality italiana detiene stabilmente il primato di stipendi più bassi e stagionalità più selvaggia del Paese, e i «1.500 posti di lavoro» rivendicati come «contabilità concreta» del capitalismo umanista andrebbero pesati anche con quella bilancia.
Quelle mille visite oculistiche gratuite…
La motivazione ufficiale del conferimento della laurea cita il lavoro alla guida della Fondazione OneSight EssilorLuxottica Italia, ossia la fondazione dell’azienda costruita dal padre. E la lectio si apre ringraziando per il «progetto concreto» da cui è nato l’incontro con l’ateneo: il Campus Visivo, mille visite oculistiche gratuite agli studenti di Tor Vergata, con la promessa di molte altre grazie alla Conferenza dei rettori. L’università riceve le visite, il benefattore riceve la laurea, e sull’opportunità di questo elegante circuito di gratitudine reciproca lasciamo volentieri la parola agli organi accademici, al ministero presente in sala e a chiunque, in quell’aula, si occupi per mestiere di conflitti di interessi.
