Spiagge e luoghi turistici, l’allarme del cardiologo Giuseppe Colangelo

Il medico calabrese Giuseppe Colangelo, che vive e opera in Campania, porta con sé un defibrillatore al mare, in montagna e nei luoghi affollati. L’appello alle istituzioni per una vera rete della cardioprotezione e ai colleghi cardiologi: «Diventiamo punti mobili di cardioprotezione. Un DAE vicino, nel momento giusto, può contribuire a salvare una vita» Spiagge affollate, stabilimenti balneari, borghi turistici, sentieri di montagna, piazze e località che durante i periodi di vacanza accolgono migliaia di persone. Ma se una persona viene improvvisamente colpita da arresto cardiaco, quanto tempo occorre per avere un defibrillatore accanto alla vittima? È la domanda sollevata dal dottor Giuseppe Colangelo, cardiologo calabrese che vive e opera in Campania, istruttore certificato di primo soccorso e presidente onorario dell’Associazione Calabria Cardioprotetta, da tempo impegnato nella diffusione della cultura delle manovre salvavita e della cardioprotezione. «Quando si verifica un arresto cardiaco improvviso, il tempo diventa il nostro principale avversario. Non possiamo permetterci di perdere minuti preziosi cercando un defibrillatore senza sapere dove si trovi, se sia accessibile o se sia realmente funzionante». L’attenzione del cardiologo è rivolta soprattutto ai luoghi ad alta frequentazione turistica. Dalle spiagge della Costiera Amalfitana alle località montane, dai borghi alle piazze affollate, sono milioni le persone che ogni anno frequentano luoghi nei quali la disponibilità immediata di un DAE può assumere un’importanza determinante in caso di arresto cardiaco. Secondo Colangelo, è necessario interrogarsi sulla reale capacità dei territori di rispondere all’emergenza. «Dov’è il defibrillatore più vicino? Quanto tempo occorre per raggiungerlo? È funzionante? È accessibile? È chiaramente segnalato? Chi ne controlla periodicamente la manutenzione? Sono domande alle quali ogni territorio dovrebbe essere in grado di rispondere». Colangelo, però, non si limita agli appelli. Ha trasformato la cardioprotezione in una scelta personale e quotidiana. Quando va al mare, in montagna, visita una località turistica o si reca in luoghi particolarmente affollati, porta con sé uno dei suoi defibrillatori semiautomatici. Il DAE viaggia con lui. Sotto l’ombrellone, durante una vacanza, nelle località turistiche e ovunque ritenga che la disponibilità immediata di un defibrillatore possa rappresentare una possibilità in più per intervenire. «Porto con me un DAE perché l’arresto cardiaco improvviso non sceglie il luogo né il momento. Può accadere su una spiaggia, lungo un sentiero di montagna, in una piazza affollata o durante una vacanza. Se dovesse verificarsi nelle mie vicinanze, voglio avere la possibilità di intervenire senza perdere minuti preziosi». Una scelta personale che diventa inevitabilmente anche una provocazione. «Io posso portare un defibrillatore con me. Ma la sicurezza di migliaia di cittadini e turisti non può dipendere dalla fortuna di avere nelle vicinanze un medico o una persona che possiede un DAE». Da qui il primo appello alle istituzioni. Per Colangelo è necessario costruire una vera rete della cardioprotezione. Non basta acquistare e installare defibrillatori. Servono dispositivi pubblicamente mappati, accessibili, chiaramente segnalati, funzionanti, sottoposti a manutenzione periodica e inseriti in un sistema organizzato e coordinato con l’emergenza sanitaria. «Un DAE chiuso in una struttura, non segnalato o del quale nessuno conosce l’esistenza rischia di essere inutile proprio nel momento in cui dovrebbe salvare una vita. Cardioproteggere significa organizzare un territorio prima che si verifichi l’emergenza». Ma il cardiologo rivolge anche un secondo appello. Questa volta direttamente ai suoi colleghi. «Mi rivolgo ai cardiologi, a coloro che conoscono perfettamente le conseguenze di un arresto cardiaco non trattato tempestivamente. Noi sappiamo quanto vale ogni minuto. Per questo possiamo essere i primi a dare l’esempio». L’invito è quello di valutare la possibilità di dotarsi personalmente di un defibrillatore portatile e di averlo con sé, quando possibile, durante i viaggi e la permanenza in luoghi turistici, affollati o distanti dai presidi di emergenza. «Colleghi, diventiamo punti mobili di cardioprotezione. Portiamo con noi la nostra arma salvavita: il DAE. Non sappiamo dove e quando potrà servire, ma sappiamo quanto può essere importante averlo disponibile nel momento giusto». Un appello che, secondo Colangelo, non vuole in alcun modo sostituire le responsabilità delle istituzioni. «La cardioprotezione pubblica non può essere delegata ai singoli professionisti. Il mio è un invito a dare l’esempio, a diffondere una cultura nuova e a dimostrare concretamente che la sicurezza comincia dalla preparazione». La vera sfida, infatti, non riguarda soltanto il numero dei defibrillatori presenti sul territorio. Riguarda soprattutto la formazione delle persone. «Nei primi minuti di un arresto cardiaco accanto alla vittima quasi mai c’è un medico. Ci sono familiari, amici, bagnini, operatori turistici, colleghi di lavoro e semplici cittadini. Sono loro il primo anello della catena della sopravvivenza». Per questo Colangelo chiede una grande campagna di formazione della popolazione alle manovre di rianimazione cardiopolmonare e all’utilizzo del DAE, coinvolgendo scuole, luoghi di lavoro, strutture sportive, stabilimenti balneari, alberghi, operatori turistici, associazioni e comunità locali. «Dobbiamo costruire una cultura della prontezza. Sapere riconoscere un arresto cardiaco, chiamare immediatamente il sistema di emergenza, iniziare la rianimazione cardiopolmonare e utilizzare un DAE devono diventare conoscenze diffuse». Da qui il doppio messaggio del cardiologo. Alle istituzioni: costruire una vera rete della cardioprotezione. Ai colleghi cardiologi: essere i primi a testimoniare, attraverso l’esempio personale, il valore della disponibilità immediata di un defibrillatore. «Il mio DAE viaggia con me. Al mare, in montagna, nei luoghi turistici e ovunque possa esserci bisogno di intervenire. Non so se e quando servirà. Ma so che, se dovesse servire, voglio averlo vicino». E conclude: «Non possiamo impedire che un arresto cardiaco improvviso si verifichi. Possiamo però decidere quanto essere preparati ad affrontarlo. Alle istituzioni chiedo una vera rete della cardioprotezione. Ai miei colleghi cardiologi chiedo di dare l’esempio: quando possibile, muniamoci della nostra arma salvavita e portiamo con noi un DAE. Perché una vita può dipendere anche dalla presenza del defibrillatore giusto, nel posto giusto, al momento giusto».

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