Il “male” che “resiste”? L’inflazione “persistente”

Ernesto Pappalardo

L’economia globale è di fronte a una dinamica di crescita “modesta e un’inflazione persistente”, mentre in Italia “si registra una fase di rallentamento con una crescita del Pil stimata tra lo 0,5% e lo 0,7% annuo”. Il quadro economico “presenta luci e ombre, bilanciando tassi di interesse in calo e un’occupazione record con la crisi dell’industria manifatturiera”. La crescita italiana, quindi , risulta contenuta, “frenata dall’incertezza geopolitica internazionale e dalle debolezze del settore industriale”. Va detto che “a livello europeo, l’Italia rimane tra i Paesi con i tassi di incremento più modesti e con il rapporto debito/Pil più elevato”. Nonostante la frenata del Pil, “il mercato del lavoro mostra resilienza”. Il tasso di disoccupazione nazionale “si aggira sui minimi storici (intorno al 5,1%), con una crescita occupazionale trainata soprattutto dalle regioni del Sud”. E il costo della vita? “Continua a fluttuare, con un tasso di inflazione che in Italia si aggira al 3,2% annuo”. Per combattere “gli effetti delle tensioni sui mercati e sostenere l’economia, la Bce e la Fed hanno avviato un ciclo di tagli ai tassi di interesse, alleviando il peso dei mutui”. E le Borse “mostrano dinamiche alterne, sensibili agli scenari di instabilità politica internazionale (come in Francia) e alle oscillazioni del settore automobilistico ed energetico”. Ma se guardiamo i nostri dati (Istat) si registra un dato che significa tante cose: risulta “in crescita la propensione al risparmio delle famiglie”. “La pressione fiscale è stata pari al 37,6%, in aumento di 0,3 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente”. Il reddito disponibile delle famiglie consumatrici “è aumentato dell’1,6% rispetto al trimestre precedente, mentre i consumi sono cresciuti dell’1,4%”. Nel primo trimestre 2026 l’indebitamento netto delle Amministrazioni Pubbliche “in rapporto al Pil è stato pari al -7,8% (-8,4% nello stesso trimestre del 2025)”. Il saldo primario “delle AP (indebitamento al netto degli interessi passivi)” è “risultato negativo, con un’incidenza sul Pil del -4,4% (-4,7% nel primo trimestre del 2025),come pure il saldo corrente delle AP “è stato anch’esso negativo, con un’incidenza sul Pil del -2,9% (-3,3% nel primo trimestre del 2025)”. La pressione fiscale, quindi, “è stata pari al 37,6%, in aumento di 0,3 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente”. Il reddito disponibile delle famiglie consumatrici “è aumentato dell’1,6% rispetto al trimestre precedente, mentre i consumi sono cresciuti dell’1,4%”. Di conseguenza, “la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è stata pari all’8,0%, in aumento di 0,2 punti percentuali rispetto al trimestre precedente”. A fronte di una variazione dello 0,8% del deflatore implicito dei consumi, “il potere d’acquisto delle famiglie è cresciuto rispetto al trimestre precedente dello 0,8%”. La quota di profitto delle società non finanziarie, pari al 42,8%, è diminuita di 0,5 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. Il tasso di investimento delle società non finanziarie, pari al 24,9%, è aumentato di 0,3 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. Va segnalato che “i saldi primari e correnti delle AP sono migliorati nel primo trimestre del 2026 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente”. L’indebitamento netto in rapporto al Pil “è risultato in calo”. Nello stesso periodo, “il reddito disponibile delle famiglie ha segnato un aumento congiunturale, così come il potere di acquisto. In crescita anche la propensione al risparmio delle famiglie”. La quota di profitto delle società non finanziarie è risultata in diminuzione, dopo l’aumento registrato nell’ultimo trimestre del 2025, mentre il tasso d’investimento ha rilevato una crescita rispetto al trimestre precedente. (Istat) Eppure, è il momento di riflettere tutti insieme su un’altra questione persistente: siamo di fronte, cioè, a una “migrazione interna” forte, con la popolazione “ridotta del 7,6% al Sud”. La “migrazione interna”, quindi,continua a essere forte. Secondo Il Sole 24 Ore – rielaborazione dati Istat – dal 2019 a oggi la popolazione tra i 18 e i 35 anni residente nelle regioni del Sud del Paese si è ridotta del 7,6%, mentre nel Nord Italia è cresciuta del 4,8%. Un divario che “fotografa uno dei fenomeni più persistenti degli ultimi anni: l’esodo dei giovani dal Sud verso le aree economicamente più dinamiche del Paese”. Nel Sud Italia i residenti tra i 18 e i 35 anni si posizionano da oltre 4,1 milioni nel 2019 a circa 3,8 milioni nel 2026. Una perdita di oltre le 313mila persone. Nelllo stesso periodo il Nord del Paese ha guadagnato circai 240mila giovani, da 4,95 a 5,19 milioni. Le migrazioni interne segnalano – è molto chiaro – il divario socio-economico tra Nord e Sud del Paese, con il settentrione che “risulta essere un polo attrattivo per chi si sposta”. In diverse province del Sud, invece, si registrano una perdita di under 35. Le contrazioni più evidenti riguardano il Sud Sardegna (-13%), Isernia (-12,2%), Oristano (-12,1%), Crotone (-12,1%), Potenza (-12%) e Reggio Calabria (-11,9%). Il fenomeno non è riconducibile solo ai numeri. A partire sono profili maggiormente qualificati. Nel rapporto annuale del 2026 e nelle considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia si evidenzia che il Paese “fa fatica a trattenere i laureati. Un fenomeno che rischia di impoverire ulteriormente il capitale umano dell’Italia, proprio mentre si cerca di far fronte al declino demografico e a una crescita economica debole”.

L'articolo Il “male” che “resiste”? L’inflazione “persistente” proviene da Le Cronache.