L’articolo che leggerete qui di seguito è stato già pubblicato da questo giornale un anno fa, a fine giugno del 2025. Lo riproponiamo senza aggiungere una virgola (al netto di questo distico) perché già da tempo nel Festival di Salerno Letteratura si coglievano i segni di una decadenza profonda che spiega, almeno in parte, la grave censura comminata a Erri De Luca nell’attuale edizione. Rileggetelo, se ne avete voglia e tempo, e scoprirete di quali colpe può macchiarsi la cultura inautentica, messa in scena da persone inadeguate e inadatte per magnificare il vertice di una “monarchia assoluta” in cambio di congrui contributi pubblici. Una friabilità ideativa, contenutistica e organizzativa per nulla attenuata dal vertice artistico della rassegna, sulla carta qualificato.
di Malatesta
Che ne sarà tra qualche mese della retorica democratica, negatrice di ogni sapere, quando calerà una pesante – e ci si augura definitiva – saracinesca sul regime deluchiano che ha aperto per più di un trentennio voragini tra chi si esprime (il potere) e chi ascolta (il popolo), tra chi agisce e chi è inerzialmente guidato, quest’ultimo ormai disabituato dall’esercitare qualsiasi autocritica? Non è soltanto un interrogativo seduttivo e recriminatorio, ma un tema che sollecita lo sguardo sul futuro e una riflessione sulla politica e su quanto si muove intorno ad essa (o, peggio, è da essa condizionato), una sorta di “teatrocrazia” insediatasi nella città di Arechi, con la mente che va a quella decadenza di cui parla Platone nelle Leggi.
Non c’è più narrazione
antagonista al potere
Il richiamo a Platone, a Socrate e alla filosofia greca in genere, può apparire peregrino ma non lo è. Si può essere vittima di una maggioranza che sbaglia (“caso non inusuale durante la dittatura fascista”, sostiene il professore Luciano Canfora), perché essere in molti non significa essere nel giusto. E a Salerno, negli ultimi trent’anni, il concetto di maggioranza è stato il più artificiale di tutti, così come il diritto è assurto al rango, direbbe Louis Blanc, di “malinteso fondamentale”. È come se il racconto della città si fosse interrotto più di trent’anni fa, deprivato della sua forza narrativa, compresso nella sua estensione temporale, mutilando il pensiero collettivo di tutta la ricchezza che risiede in ciò che è da venire. Mentre un tratto della cultura contemporanea è costituito dall’abbattimento della lontananza, per cui ciò che si dice in un attimo porta e comporta storia (o, più correttamente, recupera e rilancia storie personali), nella città del vecchio politico divenuto il più fantozziano dei raìs nell’indifferenza plaudente delle nuove folle fameliche, si è verificato il fenomeno inverso. Non è il narratore l’antagonista del potere, ma è quest’ultimo che, nascondendo realtà e verità, parla, mutila, nasconde, enfatizza e simula il racconto che manca, irrobustendo quotidianamente la retorica democratica, alla cerca di clientes.
Finanziamenti amichevoli
per cartelloni ripetitivi
È così che la cultura e la letteratura sono diventati i segmenti mossi con abilità all’interno di un percorso informativo sollecitato, attraverso i finanziamenti indiscriminati e arbitrari, da un potere allo stremo. Le storie e i racconti vengono da lontano, dall’anima della città e dei territori. L’informazione, soprattutto quella pilotata e finalizzata al consenso, restringe al contrario l’elemento spazio-temporale e tenta l’avvitamento popolare come inevitabile forza del destino. Nessuna aura narrativa, ma solo la grevità di messaggi astrusi e misterici dotati di un artificioso effetto-esca.
Temi depistanti
pensati per il raìs
L’esempio più eloquente di questa degradante conversione è costituito dal tema di fondo della nuova edizione di Salerno Letteratura (una spruzzatina poetante di Francesco De Gregori e un rovello antico del dualismo cultura-potere), rassegna maturata con l’elargizione di tanti soldi prodotti dal ventre molle e prolifico del potere deluchiano, lontana dall’ascolto della città, replica sgradevole di decine di iniziative già esistenti in Italia, queste ultime – contrariamente a Salerno – con un legame fortissimo con i territori di appartenenza al punto da essere, in prevalenza, sostenute quasi interamente da sponsor che “investono” in cultura. Rassegna affidata, questa salernitana, sia pure con la “copertura” di due operatori interni alla cultura del pensiero e alla letteratura, a una gestione familiare incapace di cogliere anche solo il ronzio della sensibilità culturale ed etica di una città rimasta estranea, con la sua storia, alla ideazione della kermesse, soprattutto dopo la morte prematura del primo direttore artistico, Francesco Durante.
Il potere gioca così la sua partita in maniera del tutto incontrollabile: fondi assicurati dal denaro della collettività, senza alcuna preventiva valutazione progettuale del disegno realizzativo; indiscriminate reti di colleganza con strutture anche accademiche, mobilitate esclusivamente ai fini della performance e senza alcun apporto ideativo, adesioni improvvisate con qualche scuola o con fantasmi dell’intellettualità locale, ma soprattutto un evento varato senza una disincantata valutazione del principio ispiratore che dovrebbe essere portante. Non è pensabile una rassegna che non si ponga l’obiettivo di costruire, cioè, attraverso la cultura, un evento ispirato alla democrazia partecipativa, da rianimare nel tempo del pensiero unico e della letteratura vissuta solo come fenomeno performativo o di mercato. Se io organizzo la presentazione di un libro, ho proposto alla città una presentazione di un libro. Se promuovo in sette giorni cento presentazioni di libri, tenute insieme da un tema artificioso e traballante, ho proposto centro presentazioni di libri, niente altro.
Nessuna intelligenza
nelle programmazioni
La natura dell’intrapresa non cambia se non c’è un’idea, un focus da cui originino gli eventi. Idee che, altrove, ispirano le scelte, tengono alta la bandiera della tematicità e soprattutto rafforzano, ad ogni edizione, il legame forte con le sensibilità di un’utenza che andrebbe preventivamente individuata, definita e compresa. È nell’interesse delle utenze che si opera, non dei disegni o della tasca di chi “commercializza” gli eventi.
Gli orientamenti colti sono stati alla base del successo di iniziative simili varate in altre parti d’Italia, anche al Sud. Piccoli Comuni di pescatori oggi vivono di scambi culturali per l’intero anno, mediati da Università e comitati scientifici autorevolissimi; in paesi dove i pescatori annodavano le reti sono nate librerie, centri di lettura, aree per la promozione della cultura locale. Basta andare su Internet e verificare, anche indirettamente, il vuoto progettuale di una rassegna come quella salernitana, frutto di un decennale e disperato tentativo di restaurazione di un potere ansimante, capace soltanto di una feconda “impurità” democratica. Perciò, il tema della letteratura come contropotere non è una prospettiva credibile, piuttosto appare come la pagina finale di un ancien règime che gioca a nascondino con sé stesso.
Il Massimo cittadino
nelle mani di un amico
In questa città, dove la letteratura-contropotere viene inventata come plateale diversivo dall’interno del potere stesso e non è ispirata alla grande storia culturale dei decenni passati, si accendono le luci d’inverno montate sul nulla e, sempre dal nulla, compare un anonimo trombettista che gestisce le attività artistiche super-finanziate del Teatro Verdi. Un’altra vetrina scintillante e vuota. La vera musica, come quella del prestigioso e dimenticato Festival di Musica Antica, però non esiste più. Lo organizzavano due appassionati studiosi mai imparentati con il potere dominante. Buon motivo per farli fuori. Nonostante il Festival, rigorosamente autofinanziato, sia stato fino al 2009 un laboratorio di idee innovative, mettendo assieme la musica antica, il jazz e le sonorità della musica contemporanea, con curiosità anche inedite quali le armonie ricorsive del filosofo Friedrich Nietzsche. Ogni edizione costruita quale “caso di studio” di un periodo o tema storicamente contestualizzato, ha dato visibilità a “contenitori” simbolo della città.
Il Festival di Musica Antica
fermato perché autonomo
La gratuità e il livello qualitativo elevatissimo dei concerti sono stati a loro volta un attrattore potente, insieme alla scelta dei luoghi di svolgimento della rassegna: i più antichi, come il castello di Arechi, venivano riutilizzati quali incubatori di un’officina culturale che ha ricondotto la musica nei suoi spazi coevi, restituendo, al contempo, l’uso e il riuso di questi ultimi alla collettività. E la collettività ha sempre risposto con entusiasmo: ogni concerto, preceduto da una fila di intenditori, cultori o semplici amatori, in paziente attesa per la conquista di un posto a sedere, finiva inevitabilmente con le proteste rumorose di chi non era riuscito a entrare. Tanti, dunque, i luoghi di Salerno rivisitati dal Festival: il castello, la sala rossa del Casino Sociale, l’ex Convento dell’Annunziata, il Museo Provinciale, la Chiesa di S. Giovanni di Dio, l’Aula Magna dell’ex seminario, il Complesso di Santa Sofia, il Chiostro di S. Francesco, l’Ex convento di San Lorenzo, la chiesa di Sant’Apollonia, la sala del Tempio di Pomona, quella degli Stemmi del Palazzo Arcivescovile, in un percorso di conoscenza anche urbanistica di una città ‘nascosta’, con i suoi tesori architettonici e storici. Proprio qui sono arrivati nel corso del tempo giovani solisti e gruppi musicali divenuti poi celebri in ambito nazionale e internazionale: Rinaldo Alessandrini, il gruppo vocale e strumentale “Concerto Italiano”, Fabio Biondi con l’orchestra “Europa Galante”, Massimo Lonardi con i musicisti del “Conserto Vago”, l’Ensemble Micrologus, il Quartetto d’archi di Torino e interpreti salernitani come la bravissima Renata Fusco insieme all’Ensemble Antica Consonanza di Guido Pagliano.
L’elenco potrebbe continuare e la domanda sui motivi per cui il Festival di Musica Antica di Salerno sia rimasto fermo al 2009 resta aperta. Ma forse la risposta arriva proprio dai misteri della “Opulenta” città del Medioevo, racchiusi ormai non solo nel cuore stratificato del suo centro antico bensì anche in quello pietrificato dell’indifferenza militante del suo (s)fascismo culturale.
È soltanto un esempio, questo del Festival, dell’eutanasia praticata dal regime deluchiano sui corpi vivi di una creatività non aggregabile al potere. Potremmo parlare del teatro, dei contributi a pioggia che ne favoriscono la circuitazione del pessimo gusto, filodrammatico e non, ma il discorso sarebbe lungo e riguarderebbe gli amici degli amici, i registi abusivi e le rappresentazioni da recita scolastica.
La città ora riscopra
la forza del pensiero
Ciò che invece è indifferibile è un’interrogazione popolare su come reinventare la cultura e la democrazia in una città il cui corpo morto e le metamorfosi del potere minacciano la resistenza della parola residua. In un discorso ampio e autenticamente di base, ora che il regime di De Luca appare finalmente alla frutta, potrebbe essere individuato anche il futuro di ciò che goffamente già esiste, come Salerno Letteratura, una iniziativa affidata a nuclei familiari “abusivi” in aree così specifiche.
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