Nanni Moretti, viaggio al termine dell’utopia

Quando La messa è finita vinse l’Orso d’argento al festival di Berlino, anno 1986, allora la mia proposta di scrivere un libro su Nanni Moretti venne finalmente accettata. Se Sogni d’oro, 1981, pur conquistando a Venezia il Leone d’argento dalle mani prestigiose di Italo Calvino, era stato un fiasco sia di critica sia di pubblico, i due film successivi, Bianca, 1985, e appunto La messa è finita, che sono tornati sui nostri schermi, avevano rilanciato Nanni Moretti quale stella indiscussa del giovane cinema italiano. Rispetto ai film precedenti, scritti e diretti in solitaria, Moretti si era stavolta avvalso della collaborazione di uno sceneggiatore lucido ed esperto quale Sandro Petraglia: scelta indubbiamente felice, perché la critica notò subito una narrazione filmica più coesa e matura, rispetto alle “scene”, incastrate e distinte, di cui era composto il fulminante esordio nel cinema professionale di Ecce bombo, 1978.

Nanni Moretti, viaggio al termine dell’utopia
Nanni Moretti in Ecce Bombo (da Youtube).

Moretti tra commedia all’italiana e i fratelli Taviani

Tanto Bianca che La messa è finita, insomma, furono film che siglarono la consacrazione di Nanni Moretti lungo un orizzonte non solo italiano, ma anche europeo, sollevandolo dalle pieghe del concitato dibattito promosso dal confronto televisivo, sotto la guida di Alberto Arbasino, tra lo stesso Nanni e Mario Monicelli, incentrato sulla questione, tutta e solo nazionale, se Ecce bombo fosse o meno l’aggiornamento generazionale della stracollaudata “commedia all’italiana”. Nanni era evidentemente mal disposto a sostenere una simile tesi, che il suo e quello di Monicelli – o di Risi, Scola, Steno e quant’altri – fossero la medesima tipologia di cinema. La stampa lo aveva persino incasellato tra i cosiddetti “nuovi comici”, al fianco di Verdone, Nuti, Troisi, Nichetti. Formula che certo non riconosceva né auspicava.

Numi tutelari espliciti erano stati semmai i fratelli Taviani, che nel 1977, grazie alle cure di Roberto Rossellini, avevano sorprendentemente trionfato a Cannes con Padre padrone, in cui proprio Nanni figurava nelle vesti di attore.

In La messa è finita, entrando in un caffè, il tormentato protagonista pronunciava una frase emblematica, «Vi amo, voi tutti che siete in questo bar…», evidente calco della battuta con la quale un personaggio de Il prato, 1979, regia dei fratelli Taviani, salutava lo sfrecciare di un convoglio ferroviario, «Vi amo, voi tutti che siete in questo treno…».

Bianca, La messa è finita e la fine delle utopie

È tuttavia fuor di dubbio che della migliore commedia italiana, Bianca conservava la capacità di aderire minuziosamente al tessuto sociale nazionale, mettendo in scena lo spirito del tempo, ovvero la fine delle utopie, attraverso il ritratto del sentire comune di quegli anni, che attraverso una fortunata formula giornalistica furono chiamati gli anni del “riflusso”, il riflusso del politico nel privato: non perché, come voleva il Sessantotto, anche il personale fosse politico, ma in quanto la dimensione stessa del politico stava per essere inghiottita dall’individualismo più esplicito e duro. Da cui lo smarrimento della memoria, altro tema carissimo a Moretti: l’incapacità persino di ricordare l’utopia perduta, la cui estrema conseguenza diventava la perdita di identità.

Moretti seppe davvero cogliere il nucleo semantico dello spirito del tempo, che era il paradosso di un individualismo senza identità, un ritirarsi nel grembo dell’io, dove i segni e segnali di riconoscimento, verso se stessi, e di riconoscenza, nei confronti delle politiche otto-novecentesche, finivano dissolti.

In La messa è finita, così, vestire l’abito talare, Moretti prete, venendo immediatamente meno ogni suggestione in una qualsiasi fede rivelata, significava il disperato tentativo di mantenere vivi orizzonte e funzione sociali, che la perdita delle utopie aveva relegato a inespressi barlumi fuori memoria. Anche in questo, Moretti non tradiva la vena migliore della commedia italiana, ovvero il gusto fondamentalmente amaro del comico, l’acre sapore della sconfitta a controbilanciare sorrisi e sberleffi.

Il filo che unisce Ecce Bombo e Amici miei

Nel 1984, la Rai realizzò un programma in due puntate dal titolo non equivocabile, Riso in bianco: Nanni Moretti atleta di se stesso. Il parallelo con Monicelli, allora, non può significare solo acre e irrisolta contrapposizione. Amici miei, 1975, dello stesso Monicelli, era infatti un film generazionale, come lo sarà tre anni più tardi Ecce Bombo. Il primo metteva in scena la generazione della guerra, che ha fatto la Resistenza, e vissuto la fondazione della Repubblica; l’altro, i giovani dopo il Sessantotto, orfani come si è detto delle utopie. La prima si rifugiava in una ostinata e estenuata goliardia, l’altra nel vuoto a perdere di una sfera sociale ed esistenziale alternativa alle convenzioni borghesi. La disillusione restava il tratto comune a entrambe, con una differenza però: la generazione proveniente dal fascismo e dalla guerra era costituita da vecchi che giocano a fare i bambini, mentre quella alla ricerca del sogno perduto, a specchio, da bambini che giocano a fare i vecchi.

Bianca e La messa è finita, così, sono i film successivi in cui il tema della disillusione non è più differibile. Il professore e il prete, figure protagoniste dei due film, sono ormai adulti, e pertanto degli esclusi: il carcere per il primo e la terra dove c’è un vento che fa diventare pazzi per l’altro diventano i rifugi senza uscita una volta assodata la sconfitta di tutto e di tutti (il primo filmino a passo ridotto di Moretti, non a caso, già intitolava La sconfitta).

Monicelli, a differenza di Moretti, delegava all’attore il senso della storia

Dal punto di vista strettamente cinematografico, la differenza tra Monicelli e Moretti è forse un’altra. Mentre Monicelli – e con lui Risi, Scola, Steno e quant’altri – disponevano di una formidabile generazione di interpreti (Gassman, Tognazzi, Sordi, Manfredi e Mastroianni), Nanni si deve collocare sia alle spalle che di fronte alla macchina da presa. La sua «notevolissima presenza d’attore» come scrisse un critico famoso, segna una cesura nella storia del cinema italiano. Forse solo la figura di Pietro Germi, spesso protagonista dei propri film, è paragonabile, seppur alla lontana, al cinema di Moretti. Monicelli e tutti gli altri avevano la possibilità di delegare all’attore il senso della storia e il significato del racconto: ne Il marchese del Grillo, 1981, la celebre battuta, «Io so’ io…e voi nun siete un cazzo!», è integralmente caricata sulle spalle di Alberto Sordi, e da questi a cascata sul personaggio. Monicelli, insomma, si tiene fuori. Le battute pronunciate da Moretti nei film, talune ormai proverbiali, diventano automaticamente messaggi dell’autore.

Nanni Moretti, viaggio al termine dell’utopia
Mario Monicelli (Ansa).

Il trauma dell’avvento del berlusconismo con Aprile e Il caimano

Questa ipertrofia dell’io, rappresentata e forse anche subita da Nanni, condurrà in seguito al trauma profondo dell’avvento dell’età berlusconiana.

Berlusconi, infatti, sarà colui capace di realizzare pienamente i sogni degli italiani, là dove la generazione di Ecce Bombo aveva già volatilizzato ogni possibile utopia. In breve, se Moretti autore/attore è il luogo di un eccesso dell’io nel segno della sconfitta generazionale, Silvio Berlusconi è lo spazio di un eccesso dell’io in nome del trionfo nazionale.

Come è noto, il trauma condusse a film quali Aprile, 1998, e Il caimano, 2006. Se la contrapposizione con Monicelli era ancora squisitamente generazionale, quella con Berlusconi assunse dunque carattere dolorosamente esistenziale. Berlusconi si manifestò come l’Ego dell’uomo di spettacolo, di contro all’Io dell’artista/autore. Cosa che rimanda a un certo neo-romanticismo nella poetica morettiana, forse non ancora sottolineato abbastanza. Si pensi che alla radice dell’ispirazione di un film quale Sogni d’oro stava il Tonio Kröger di Thomas Mann, ossia il ritratto emblematico dell’artista sospeso tra romanticismo e decadentismo. Sia Bianca che La messa è finita, oggi di nuovo al cinema, restano film emblematici e importanti, all’interno dell’evoluzione della poetica del loro autore, ma anche momenti di passaggio epocale nell’ambito di una possibile storia sociale dell’arte cinematografica italiana.