Chi è più sacrificabile tra Matteo Salvini e Carlo Calenda? La domanda presto potrebbe porsela Giorgia Meloni che, pallottoliere alla mano, segue il day after vannacciano con apprensione. Dopo i föra di ball, i brindisi e le pacche sulle spalle, nella Lega – e nella maggioranza – si cominciano a contare i danni e a maneggiare percentuali. Se il centrodestra fino a pochi mesi fa guardava alle Politiche 2027 con ottimismo, adesso lo scenario è cambiato. La forbice con il centrosinistra si sta assottigliando. Secondo l’ultimo sondaggio SWG per La7, la maggioranza è al 48,1 per cento, contro il 44,3 per cento del campo progressista. Un calcolo che non conteggia Azione: il 3,8 per cento di Calenda pesa. Soprattutto alla luce del 4 per cento circa che Futuro Nazionale potrebbe rosicchiare sia a Fratelli d’Italia sia alla Lega, in calo al 7,7 per cento. Senza contare i peones che vedono in Vannacci una scialuppa di salvataggio per la prossima legislatura.

Azione si candida a essere ago della bilancia
A un anno dalle Politiche, un battito di ciglia, Calenda si candida così a essere ago della bilancia. Se il suo ingresso nel centrodestra, sponsorizzato da Forza Italia, ridarebbe ossigeno a Meloni, un eventuale accordo con il campo largo, su cui però pesa l’incompatibilità di Calenda con i 5 stelle e con Matteo Renzi, rischia di ribaltare il tavolo. Le condizioni poste dal leader di Azione alla destra fin qui sono state chiare: niente coabitazioni con filo-putiniani e generalissimi. Fuori Vannacci dalla Lega, l’ostacolo resta dunque Salvini.

Per questo l’ex Capitano dovrà inventarsi qualcosa e in fretta. Riuscirà a estrarre l’ennesimo coniglio dal cilindro? L’ultimo trucco doveva essere Vannacci: si è visto com’è finita. Il partito, con il suo dna leninista, a parole difende il capo, ma gli animi sono tutt’altro che sereni perché o Salvini riesce a rendere la Lega di nuovo appetibile come alleata, il che equivale a riportarla intorno al 10 per cento, oppure è game over. Il segretario lo sa bene, ed è per questo che ha tentato fino all’ultimo una mediazione con il generale, non certo per amicizia e convinzione.

Salvini in un vicolo cieco: una nuova chance per il Nord?
Ora che il velo è stato squarciato, con reciproche accuse di tradimento, per Salvini l’unica via d’uscita percorribile sarebbe fare un passo indietro ammettendo, seppur a mezza bocca, l’errore («ha creduto nella parola di Vannacci in buona fede», è la versione ufficiale fornita da Attilio Fontana). In Lega qualcuno spera che la batosta lo porti a riconsiderare la creazione di un movimento nordista, sul modello della Csu-Cdu in Germania. Progetto avanzato da Luca Zaia, che il segretario aveva bocciato senza appello. Però gli equilibri sono cambiati. Naufragata l’idea di una Lega iper-sovranista, ecco che il gioco di prestigio potrebbe essere proprio il ritorno alle sorgenti del Po, alla battaglia per l’autonomia, ai territori come da tempo chiedono i governatori del Nord. Una soluzione da infiocchettare magari con la nomina di Massimiliano Fedriga a vicesegretario, poltrona rimasta libera dopo l’uscita di Vannacci. Più difficile una “promozione” di Zaia. Non solo perché lo statuto del Carroccio prevede un vicesegretario per regione e il Veneto è già rappresentato da Alberto Stefani, attuale governatore e successore in pectore di Salvini. Ma anche perché difficilmente Zaia, che verosimilmente non finirà la carriera come presidente del Consiglio regionale, si accontenterebbe di un ruolo da gregario, o di una semplice candidatura alle Politiche.

Qualcuno in Lega sente aria barbara
A differenza delle oltre 500 mila preferenze conquistate da Vannacci alle Europee 2024, provenienti anche da militanti leghisti e dunque difficili da replicare in solitaria, le 203 mila messe a segno da Zaia alle ultime Regionali sono invece tutte “certificate”. Un bottino che conferma il gradimento e la presa dell’ex Doge. Situazione che, in questo momento, qualcuno non si sente più di ignorare. In giorni di passione padana, c’è chi ricorda le ramazze maroniane con cui, nel 2012, venne detronizzato Umberto Bossi. Non si sarebbe ancora arrivati alla resa dei conti e alle purghe, ma tira aria barbara. Detto altrimenti: o Salvini riesce nell’impresa di rianimare la Lega, magari con il sostegno dell’ala nordista, oppure potrebbe essere costretto a lasciare, in un modo o nell’altro, la guida del Carroccio. Fantapolitica, forse. Sta di fatto che non è passata inosservata la nuova avventura comunicativa di Zaia che mercoledì ha lanciato il videopodcast Il Fienile. Un modo, si commenta, per preparare il terreno, accreditandosi come leader in grado di riaccendere la passione dei padani e attirare nuovi voti. Una Lega targata Zaia, inoltre, non dispiacerebbe ad Azione. E qui si torna al gioco della torre. Se costretta, chi sacrificherà Meloni: il Capitano ammaccato e sovranista o Calenda?
