La diplomazia del mattone: Trump, Gaza e il business della pace

Se pensavate di aver visto tutto con la diplomazia affidata ai tweet, preparatevi: siamo entrati ufficialmente nell’era della diplomazia del real estate. Quello che sta accadendo sotto i nostri occhi con il cosiddetto Board of Peace voluto da Donald Trump è la distopia finale del neoliberismo applicata a un campo di macerie. È un incubo geopolitico dove la sovranità si compra, la pace si appalta a fondi di private equity e i diritti umani vengono “tokenizzati” su una blockchain.

L’adesione ridotta a un sistema pay-to-play

Dimenticate le Nazioni Unite. Il Board of Peace è stato disegnato per renderle obsolete, sostituendo il diritto internazionale con le logiche di un club esclusivo a pagamento. La struttura è verticistica e padronale: Donald Trump ne è il presidente a vita, con potere di veto assoluto. Ma il vero scandalo è il meccanismo di adesione: un sistema “pay-to-play” spudorato. Vuoi un seggio permanente per decidere il destino del Medio Oriente? Il prezzo del biglietto è di 1 miliardo di dollari. In contanti. Dal multilateralismo siamo passati alle aste. Stati come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, abituati a comprare influenza, si sono già messi in fila, mentre democrazie come il Canada esitano di fronte a un esborso che trasforma la diplomazia in una transazione commerciale. È la mercificazione definitiva della politica estera: chi paga comanda, chi non paga osserva. E chi sta sotto le bombe? Di quelli ce ne fottiamo. Non hanno voce. Troppo poveri e troppo palestinesi. 

La diplomazia del mattone: Trump, Gaza e il business della pace
Donald Trump a Davos presenta il “Board of Peace” (Ansa).

Witkoff, il genero Kushner, Blair e gli altri

Scorrendo la lista dei membri del board, la sensazione di grottesco diventa fisica. Non ci sono pacificatori, storici o esperti di diritti umani. Ci sono immobiliaristi e finanzieri. Al centro di tutto c’è Jared Kushner, il genero-consigliere che, senza vergogna, ha definito il lungomare di Gaza una «proprietà immobiliare di grande valore» (waterfront property). Mentre la gente moriva di fame, lui guardava le mappe sognando resort di lusso. Il suo fondo, Affinity Partners, è finanziato proprio da quei Paesi arabi che siedono nel board, creando un conflitto di interessi grande quanto la Striscia stessa. Accanto a lui troviamo Steve Witkoff, un magnate del mattone di New York senza alcuna esperienza diplomatica, nominato Inviato Speciale. Un uomo che tratta la pace tra popoli come la chiusura di un deal per un grattacielo a Manhattan. E poi Sir Tony Blair, resuscitato nonostante la sua eredità tossica legata all’Iraq, per dare una patina di rispettabilità a questa operazione predatoria e il segretario di Stato Marco Rubio. Nel comitato esecutivo per Gaza, tra gli altri figurano Marc Rowan, CEO del fondo avvoltoio Apollo Global Management, e Yakir Gabay, miliardario israeliano del settore immobiliare. Personaggio che incarnano la finanziarizzazione della ricostruzione.

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Tony Blair (Ansa).

Il progetto Gaza Riviera e la “deportazione” dei palestinesi

Il cuore pulsante del progetto folle è il piano “Gaza Riviera“. A Davos, Kushner ha presentato slide generate dall’Intelligenza artificiale che mostrano la Striscia trasformata in una Dubai del Mediterraneo: grattacieli scintillanti, marine per yacht e “smart cities”. Ma dietro i rendering patinati si nasconde l’orrore. Il piano prevede la rimozione delle macerie (e con esse della memoria storica) per fare spazio a zone franche per data center e turismo d’élite. E la popolazione? Qui il cinismo raggiunge vette inesplorate. Si parla di «ricollocamento volontario» in zone sicure o Paesi terzi, una perifrasi elegante per la deportazione di massa vietata dalla IV Convenzione di Ginevra. Per chi possiede terre, la proposta è la “tokenizzazione”: cedere i diritti di proprietà reali in cambio di “token digitali” e un pugno di dollari (5.000 e sussidi), trasformando titoli fondiari storici in crypto-asset volatili. È un esproprio 2.0, una pulizia etnica digitale venduta come innovazione finanziaria. Esperti legali e organizzazioni come CAIR e Trial International hanno già definito questo schema un potenziale crimine di guerra e un saccheggio legalizzato.

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Un frame tratto dalla diretta video della Casa Bianca mostra una delle slide mostrate da Jared Kushner, nel suo intervento a Davos (Ansa).

Se a garantire la ricostruzione è un club di autocrati

E chi sono i garanti di questo piano? Un “Club degli Autocrati” a cui venerdì ha aperto anche Giorgia Meloni. E dire che il board finora ha attratto regimi che figurano agli ultimi posti di ogni indice di democrazia. Dall’Arabia Saudita all’Egitto, dagli Emirati Arabi Uniti all’Azerbaigian di Aliyev (fresco di pulizia etnica in Nagorno-Karabakh), fino all’Ungheria di Orbàn e alla Bielorussia di Lukashenko. Mentre le democrazie europee come Francia e Norvegia si sfilano disgustate, il Board of Peace diventa una lavanderia reputazionale per dittatori o aspiranti tali, felici di pagare il biglietto d’ingresso per sedere al tavolo di Trump. La legittimità democratica è assente; la rappresentanza palestinese è affidata a un comitato tecnocratico (NCAG) guidato da Ali Sha’ath, privo di mandato popolare e visto da molti come un mero esecutore testamentario della sovranità palestinese. Come se l’orrore legale e umano non bastasse, c’è l’aspetto estetico e morale che scivola nel grottesco puro. Trump quasi un anno fa aveva rilanciato un video generato dall’IA che mostrava una “Gaza del futuro” surreale: statue d’oro giganti, Elon Musk sotto una pioggia di banconote e, in un tocco di delirio kitsch, uomini barbuti che ballano in bikini. Nato forse come satira, nelle mani del Presidente è diventato propaganda ufficiale. È la banalizzazione suprema della tragedia: mentre a Gaza si muore di fame e freddo tra le tende, il mondo osserva Trump e Netanyahu che sorseggiano cocktail a bordo piscina. È la gamification del genocidio.

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Una slide sulla nuova Rafah che avrebbe in mente Jared Kushner (Ansa).

Ogni crisi umanitaria rischia di diventare un affare

Il Board of Peace nei fatti è un piano di liquidazione. Tratta un popolo come un inquilino moroso da sfrattare per ristrutturare l’immobile e aumentarne il valore di mercato. Ignora sistematicamente il diritto all’autodeterminazione, la sovranità e le leggi di guerra, sostituendole con contratti smart e accordi privati. Se questo modello dovesse passare, creerà un precedente devastante: ogni crisi umanitaria diventerà un’opportunità di investimento, ogni territorio devastato una asset class da tokenizzare. Non siamo di fronte solo a una cattiva politica estera, sarebbe troppo facile. Qui siamo di fronte alla cancellazione della politica stessa in favore del profitto più brutale. E il silenzio, o la complicità, di chi dovrebbe opporsi è forse l’aspetto più spaventoso di tutti.