di Angelo Parisi
La fiammella della protesta è diventata un incendio che oggi ha travolto anche la città di Salerno. I Tir di traverso, i motori spenti e i presidi che da ieri mattina bloccano la Zona Industriale — in particolare l’arteria strategica di via De Luca e le uscite verso la Tangenziale e l’autostrada — hanno calato il sipario sulla normale quotidianità cittadina. L’effetto è stato immediato e devastante: colonne di auto bloccate nel traffico tra la zona orientale e Pontecagnano, pompe di benzina prese d’assalto con le cisterne delle stazioni di servizio oramai ridotte al lumicino e l’ombra concreta che già da questa mattina gli scaffali dei supermercati salernitani restino sguarniti dei beni di prima necessità. Ma sarebbe un errore fermarsi alla cronaca del disagio stradale o dipingere i camionisti come i “colpevoli” di questa paralisi. Per capire cosa sta spingendo centinaia di autotrasportatori e padroncini del nostro territorio a incrociare le braccia e a bloccare la logistica del Sud, basta guardare la spietata chiarezza di quattro numeri che in queste ore rimbalzano sui telefoni di chi lavora sulle rotte d’Italia. Nel 2008, quando il prezzo del petrolio toccò la cifra record di 147 euro al barile, il gasolio alla pompa si pagava 1,51 euro al litro. Oggi, nel 2026, con il greggio sceso a quota 97 euro al barile, al distributore ci troviamo a sborsare cifre che superano abbondantemente i 2,16 euro al litro. È la radiografia di una speculazione spietata. Una trappola economica fatta di accise e rincari a cascata che strozza chi vive sulla strada. Come si può chiedere a un piccolo autotrasportatore di accendere il motore se ogni viaggio verso il Nord o verso i mercati ortofrutticoli significa lavorare in perdita? Come si può pretendere che chi garantisce il rifornimento delle nostre tavole continui a macinare chilometri solo per pagare carburante, autostrade e tasse, senza riuscire a portare a casa un guadagno dignitoso per la propria famiglia? A Salerno la tensione si tocca con mano. Quando la Zona Industriale si ferma, a tremare non sono solo le grandi piattaforme della distribuzione, ma l’intero tessuto economico della provincia: dai produttori della Piana del Sele che rischiano di veder marcire la merce fresca nei depositi, fino ai piccoli commercianti e ai consumatori locali. Perché l’effetto domino di questa crisi scivola inevitabilmente nelle tasche delle famiglie salernitane, già provate dall’inflazione e dal caro vita. La rabbia di chi oggi manifesta sui piazzali della nostra città e l’angoscia dei cittadini che cercano disperatamente un distributore ancora aperto sono esattamente la stessa cosa: il prodotto di una politica e di un governo che continuano a fare da spettatori di fronte alle speculazioni energetiche, convocando tavoli di crisi solo quando la frittata è ormai fatta. Servono risposte d’urto immediate: un tetto sui prezzi dei carburanti, un taglio reale e strutturale alle accise sul trasporto merci e interventi a tutela della logistica del Mezzogiorno. Se si spegne il motore dei camion, non si fermano solo i TIR: si spegne la vita di una città intera. E Salerno, oggi più che mai, non può permettersi di rimanere al buio.
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