Gli brillano gli occhi. E brillano anche quelli dei ragazzi che lo aspettano, che lo accolgono con cori, applausi, entusiasmo. Quando Edoardo Leo entra nell’Arena Troisi per incontrare i giovani del Premio Fabula, l’atmosfera è quella delle grandi occasioni. Prima ancora delle domande arrivano le urla, le risate, i saluti. Qualche bambina, prima di prendere il microfono, trova anche il coraggio di mandargli i saluti della mamma, «che è una tua grandissima fan». Leo sorride, raccoglie l’affetto e poi si mette a disposizione dei ragazzi. E sono loro, ancora una volta, a prendere in mano l’incontro, con una raffica di domande che attraversa la sua carriera, le difficoltà, i personaggi, il cinema, il teatro e soprattutto il senso di scegliere una strada e avere il coraggio di seguirla. La prima domanda riguarda proprio una scelta che spesso, vista da fuori, sembra naturale: è stato difficile decidere quale sarebbe stato il suo percorso professionale? «Assolutamente sì», risponde Leo. Perché prima dei successi ci sono stati gli ostacoli, gli intoppi, le porte chiuse e soprattutto persone che non credevano in lui. Registi e produttori che non avevano scommesso sulle sue possibilità e che, in alcuni casi, si è poi ritrovato a incontrare sul set quando la sua carriera aveva preso una direzione completamente diversa. Ma non c’è rancore nel suo racconto. Anzi, Leo consegna ai ragazzi una delle riflessioni più nette dell’incontro: il rancore è una perdita di tempo. Non ha mai sentito il bisogno di tornare da quelle persone per dimostrare loro quanto si fossero sbagliate, né di presentare il conto delle occasioni mancate. La risposta è stata semplicemente continuare a lavorare. Anche le bocciature, allora, assumono un significato diverso. Leo racconta di essere stato respinto all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico e al Centro Sperimentale di Cinematografia. Un passaggio che, con il senno di poi, non considera affatto una vergogna. Anzi, ripensando a quell’Edoardo di allora, ammette che forse avevano fatto bene a bocciarlo. Non era ancora pronto, non aveva studiato abbastanza, non possedeva le basi necessarie e gli mancava quella maturità che sarebbe arrivata soltanto più avanti. Il talento, da solo, non bastava. Servivano studio, esperienza, consapevolezza. E così quella che sembrava una porta chiusa è diventata una spinta a costruirsi diversamente, a non smettere di imparare e a capire che per fare questo mestiere non basta desiderarlo. Fondamentali, nel suo percorso, sono stati però anche gli incontri. Le persone che arrivano nel momento giusto e che possono cambiare una traiettoria con una parola, un consiglio, un esempio. Tra tutti, Gigi Proietti. Leo ne parla come di un incontro capace di lasciare un segno profondo, non soltanto sul piano professionale ma anche umano. Perché il mestiere si impara anche attraverso chi lo ha attraversato prima di noi, attraverso gli insegnamenti ricevuti e persino attraverso il modo in cui un grande artista sceglie di stare davanti agli altri. È anche questa la ragione per cui Leo insiste sull’importanza delle relazioni e degli incontri: nessun percorso, per quanto personale, nasce davvero in solitudine. Poi ci sono i personaggi, quelli che sulla carta finiscono quando si chiude un film ma che, dentro un attore, spesso continuano a vivere. Leo racconta che tutti quelli che ha interpretato lo hanno cambiato. Ognuno gli ha lasciato qualcosa, una riflessione, una domanda, un modo diverso di guardare alla realtà. Anche i ruoli più lontani da lui sono diventati occasioni per interrogarsi. È successo soprattutto quando ha dovuto interpretare uomini molto virili, personaggi che sentivano il peso di dover dimostrare di essere più forti, più duri, più invulnerabili delle donne. Entrare nella loro testa, comprenderne le fragilità e le contraddizioni è diventata una lezione anche per la sua vita quotidiana. Perché il lavoro dell’attore, spiega, non consiste soltanto nel fingere di essere qualcun altro, ma nel provare a comprendere l’altro. E forse è proprio questa curiosità a spiegare perché, nonostante tutto, Leo non abbia mai smesso di amare il suo mestiere. Continuerà a farlo perché recitare, dirigere, raccontare storie significa per lui provare ancora una grande emozione. E davanti ai ragazzi del Fabula confessa di rivedersi in loro. In quei giovani seduti dall’altra parte dell’Arena Troisi, pieni di domande e desiderosi di capire, riconosce il ragazzino curioso che è stato anche lui. Quello che aveva bisogno di guardare le cose da un’altra prospettiva, di cercare una strada personale, di non accontentarsi delle risposte già confezionate.Ed è proprio qui che il racconto di Leo incrocia il tema scelto quest’anno dal Premio Fabula, «Fuori dal mondo». Lui, fuori dal mondo, dice di esserci sempre stato. Ma attenzione: non in senso negativo, non come sinonimo di isolamento o solitudine. Al contrario. Essere fuori dal mondo ha significato, per lui, riuscire a guardarlo da una prospettiva tutta sua, personale, soggettiva. Non necessariamente quella più comoda o quella condivisa dalla maggioranza. Ed è stata proprio questa capacità di osservare la realtà da un punto di vista diverso ad accompagnarlo nel percorso che lo ha portato fino a qui. A volte sentirsi fuori posto può diventare una risorsa, se si ha il coraggio di trasformare quella distanza in uno sguardo.Per Leo, del resto, è questo uno dei grandi poteri dell’arte. Il teatro, il cinema, la narrazione hanno la capacità di mettere insieme persone che non si conoscono, di farle sedere nello stesso luogo e regalare loro un’emozione comune. Ma allo stesso tempo lasciano a ciascuno una libertà assoluta: quella di ridere, commuoversi, piangere, riconoscersi o non riconoscersi in una storia. Nessuno può stabilire cosa debba provare chi guarda. Ed è proprio questa libertà, secondo Leo, una delle cose più belle del cinema e del teatro. Così quello con i ragazzi del Fabula non è soltanto l’incontro con un attore amato e applaudito. È una conversazione sul valore dei no, sulla necessità di studiare, sulla fortuna degli incontri, sulla capacità di non coltivare rancore e sulla libertà di costruirsi un proprio punto di vista. Edoardo Leo arriva davanti ai ragazzi con una carriera importante alle spalle, ma sceglie di raccontare soprattutto la strada che c’è stata prima dei traguardi: le bocciature, le porte chiuse, i dubbi, le persone che non hanno creduto in lui e quelle che invece hanno saputo indicargli una direzione. E quando guarda quei ragazzi che lo ascoltano con gli occhi che brillano, sembra quasi di vedere il cerchio chiudersi: il ragazzino curioso che voleva fare questo mestiere oggi è dall’altra parte, davanti a una nuova generazione di ragazzi curiosi. E continua a ricordare loro che sentirsi «fuori dal mondo» non significa necessariamente essere soli. A volte significa soltanto avere il coraggio di guardarlo con occhi propri.
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