Nei corridoi di Montecitorio prende sempre più corpo l’ipotesi del voto anticipato in primavera. A parlarne sono i diretti interessati, i parlamentari, sulla base di un ragionamento molto pragmatico: è il momento in cui scatta il “trattamento pensionistico contributivo”, erede del vituperato vitalizio. Al nuovo benefit, ugualmente ambito, si accede dopo quattro anni, sei mesi e un giorno di servizio, quindi i parlamentari di prima legislatura puntano a metà aprile 2027 (tra l’11 e il 27), data cruciale anche per quei sindaci che vogliono trasferirsi a Roma. Scenario che accende un faro soprattutto su Milano.
Dimissioni intorno a febbraio, Palazzo Marino lasciato vacante
Il caso più interessante è infatti quello di Beppe Sala, in scadenza di mandato alla guida del capoluogo lombardo e pronto a candidarsi in Senato con il Partito democratico. Se il voto nazionale fosse appunto in aprile e arrivasse prima di quello amministrativo, Sala dovrebbe dimettersi al momento dell’indizione dei comizi, cioè intorno a febbraio, lasciando Palazzo Marino nelle mani di un commissario prefettizio.

Ovviamente la cosa non gioverebbe particolarmente all’immagine di un centrosinistra in larghissimo vantaggio, ma ancora lontano dall’aver individuato il candidato ideale (Pierfrancesco Majorino? Mario Calabresi?). La tensione interna è tale che ci si divide anche sui possibili effetti dell’uscita di scena anticipata del sindaco. C’è chi minimizza, sottolineando i diversi precedenti in altre piazze meno in vista, e chi invece avanza qualche preoccupazione: l’eventuale commissario sarebbe nominato dal governo nazionale e potrebbe anche essere qualcuno di particolarmente solerte nel mettere in luce eventuali problematiche dell’amministrazione uscente.

Ma attenzione a non fare i conti senza l’oste. L’accordo tra Sala ed Elly Schlein è fatto, ma il primo cittadino dovrà annunciare pubblicamente le proprie intenzioni. Tra le Primarie meneghine e quelle nazionali, la segretaria dem invita alla calma, febbraio però in fondo è dietro l’angolo. Tra l’altro questo complesso puzzle istituzionale deve passare al vaglio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale – si mormora in Quirinale – non sarebbe certo entusiasta di avallare quel piano finalizzato a tutelare l’interesse economico dei rappresentanti del popolo (leggi calcoli sui vitalizi).
