Da Avanti-PSI ad Antani-PSI

Se la politica salernitana avesse un genere cinematografico di riferimento, la saga di Avanti-PSI a Palazzo di Città meriterebbe senza dubbio la Palma d’oro per la migliore sceneggiatura non originale, interamente ispirata ai capolavori del surrealismo d’autore. Dopo le polemiche infuocate dei giorni scorsi, a cui il partito e il suo neoeletto consigliere comunale Antonio Cammarota avevano risposto nell’unico modo che sembra ormai congeniale alle rispettive segreterie, cioè non rispondendo affatto e trincerandosi dietro un silenzio di piombo, ieri mattina è andata in scena l’ennesima, incredibile giravolta istituzionale. Una di quelle novità che lasciano l’osservatore dinanzi a un bivio interpretativo: considerare il tutto come un raffinato colpo di genio tattico o prenderne atto come l’ennesima certificazione del definitivo de profundis ideologico. Mentre nelle stanze della politica cittadina si rincorrevano con insistenza suggestioni e indiscrezioni giornalistiche circa un imminente abbandono del partito da parte dello stesso Cammarota e della neoeletta Simona Calzaretti, lo scenario si arricchiva di ulteriori e ancora più clamorosi rumors. Voci di corridoio, infatti, davano per uscenti e pronti al grande salto persino i pesi massimi della compagine progressista: il riconfermato assessore all’Ambiente del Comune di Salerno, Massimiliano Natella, e il rinnovato consigliere regionale Andrea Volpe. Di fronte a questo potenziale terremoto politico, capace di azzerare quasi del tutto (resterebbe sempre Maraio, fino alla prossima opportunità elettorale s’intende) la rappresentanza socialista nelle istituzioni che contano, la reazione dei vertici del partito è stata un capolavoro di immobilismo. Nessuna smentita ufficiale è giunta a placare le acque, nessuna richiesta di rettifica o di chiarimento è stata avanzata in merito ai messaggi assolutamente controcorrente rispetto all’ortodossia della sinistra che Cammarota aveva affidato alle bacheche social solo poche ore prima. Anzi, nel perfetto stile della commedia degli equivoci, ieri mattina è arrivata la mossa che spariglia le carte e ridefinisce i confini dell’assurdo: la formalizzazione della nomina di Antonio Cammarota a capogruppo di Avanti-PSI al Comune di Salerno. La nota ufficiale, vergata con lo stesso inchiostro intriso di retorica e buone intenzioni che caratterizza la produzione standard delle segreterie, annuncia il rilancio dell’azione politica e organizzativa del movimento, celebrando la designazione come un ulteriore passo nel percorso di consolidamento del progetto a Salerno. Si legge di un autentico lavoro di squadra e di un percorso condiviso, mentre i segretari Donato D’Aiuto e Silvano Del Duca fanno a gara nel lodare l’esperienza del consigliere, giunto alla sua quinta consiliatura e già storico presidente della Commissione Trasparenza. L’analisi prettamente giornalistica di questo documento svela però una realtà ben più cinica e drammatica di quella descritta nella narrazione ufficiale. La nomina a capogruppo di Cammarota rappresenta la conferma definitiva di un principio pericolosissimo per la credibilità dei partiti storici: all’interno del perimetro socialista si può tranquillamente affermare tutto e il contrario di tutto, muovendosi in assoluta e plateale controtendenza ideologica rispetto ai valori fondanti della sigla che si rappresenta, senza che ciò comporti la minima conseguenza sanzionativa. Al contrario, la refrattarietà ai dogmi del progressismo laico viene persino premiata con i gradi di “leader” dell’esecutivo consiliare. Viene da pensare, con un briciolo di malizia ampiamente giustificata dalle circostanze, che dopo tanto rumore e tante fibrillazioni, il PSI salernitano non avesse in realtà alcuna fiche politica da spendere se non quella della resa incondizionata. La nomina a capogruppo appare a tutti gli effetti come l’ultima, disperata mossa rimasta a disposizione dei segretari per evitare il tracollo immediato, un escamotage per blindare Cammarota e impedirgli di abbandonare la zattera socialista per traghettare verso il Gruppo Misto alla prima occasione utile. A stretto giro, come da copione, è arrivata la replica social del neoeletto capogruppo, che ha offerto elementi di analisi persino più succulenti del comunicato di segreteria. Nel ringraziare per l’importante ruolo politico attribuito, Cammarota ha vergato un post che è un piccolo trattato di equilibrismo semantico e funambolismo ideologico. Chiunque legga con attenzione le sue parole non potrà fare a meno di notare anomalie macroscopiche. Anzitutto, il neo-capogruppo ringrazia genericamente “il partito”, ma si guarda bene dal citare mai ufficialmente e per esteso il Partito Socialista Italiano. Un’omissione che sa di prudenziale distanziamento, quasi a voler marcare una propria alterità identitaria. Ma il vero capolavoro retorico si consuma quando l’avvocato afferma che “il socialismo ha tante declinazioni con i valori di libertà e giustizia sociale”. Una formula abusata che, nel contesto specifico, suona come una tardiva e maldestra giustificazione per gli scivoloni ideologici dei giorni scorsi, dalle sponde nostalgiche sul caso Falvella agli affondi volgari contro il Pride, liquidato come un circo. Secondo la singolare dottrina Cammarota, evidentemente, definire un carnevale triste la massima manifestazione dei diritti civili rientra in una delle tante declinazioni possibili del pensiero socialista. Il corto circuito si fa ancora più stridente sul piano della memoria storica. Il neo-capogruppo scrive testualmente che la sua azione si muoverà “nel solco antico della città che fu la più socialista d’Italia”. Quel verbo al passato remoto suona come una sberla in pieno viso ai vertici del garofano locale (e nazionale). Da anni, infatti, il PSI salernitano (Maraio in primis) si affanna ad ogni scadenza elettorale per produrre percentuali importanti, macinare preferenze e mettere in piedi coalizioni d’assalto al solo scopo di poter raccontare al mondo che Salerno è, oggi, la città più socialista d’Italia. Arriva Cammarota, incassa la nomina a capogruppo, e con un colpo di penna relega quel primato a un’epoca archeologica, a un passato sbiadito che non c’è più. Un’ammissione di verità che sconfessa la narrazione ufficiale del partito, pronunciata proprio da chi dovrebbe guidarne la pattuglia in consiglio comunale. L’ispirazione dichiarata sarà l’autonomia di pensiero e di azione politica, una perifrasi elegante per chiarire a tutti che il consigliere continuerà a fare esattamente ciò che vuole, forte del fatto che la segreteria non ha gli strumenti né la forza politica per ricondurlo all’ordine. Quanta controtendenza sarà ancora legittimata all’interno di Palazzo di Città, in quota PSI? La sensazione è che il limite sia già stato ampiamente superato e che il caso salernitano sia lo specchio fedele di una crisi identitaria che investe il socialismo a livello nazionale. Il PSI sembra ormai aver smarrito la propria bussola ideale, trasformandosi in un Partito Senza Idee, un dato politico che trova quotidiana conferma nei palazzi romani. Mentre a Salerno si assiste a queste commedie provinciali, il segretario nazionale Enzo Maraio si affanna a rivendicare una visibilità e una centralità nel cosiddetto campo largo della sinistra, tra convegni e tavoli programmatici. Alla fine, però, la sostanza non cambia: i quattro leader che contano e che compaiono al centro del dibattito sono sempre gli stessi, e a Maraio non resta che il ruolo di spettatore pagante, pronto ad applaudire sperando che il posizionamento strategico possa fruttare, alla prima occasione utile, un seggio sicuro per se stesso. In tutto questo risiko di poltrone e organigrammi dell’ultim’ora, colpisce il silenzio assordante di Simona Calzaretti. La prima eletta assoluta della lista, colei che ha capitalizzato il consenso più alto portando in dote alla coalizione un risultato elettorale straordinario, si trova oggi nella singolare e sgradevole posizione di chi assiste alla spartizione dei pani e dei pesci restando a mani vuote. Superata in prima battuta da Massimiliano Natella per quanto riguarda l’agognata poltrona in giunta, la consigliera Calzaretti si è vista ieri scavalcare a destra dallo stesso Cammarota per il ruolo di capogruppo, nonostante i suoi voti personali avessero un peso specifico decisamente superiore. Un capolavoro di meritocrazia al contrario che non fa che alimentare i dubbi sulla reale tenuta psicologica e politica della consigliera, la cui permanenza nel gruppo appare sempre più legata a un filo sottilissimo. Questo modus operandi mette a nudo il peccato originale di una forza politica che da anni ha rinunciato a qualsiasi barlume di progettualità ideale per concentrarsi esclusivamente sul mero risultato numerico delle urne. L’importante è imbarcare preferenze, mettere insieme liste competitive, vincere la tornata elettorale e occupare gli spazi di potere, pur sapendo scientificamente che pochi mesi dopo gli scenari interni diventeranno totalmente diversi, con ripescati dell’ultima ora e transfughi storici pronti ad abbandonare la nave senza alcuna remora morale, come la cronaca degli ultimi anni ha ampiamente dimostrato. Oggi, però, il problema si fa gigantesco e investe la natura stessa della rappresentanza. Assegnare il ruolo di capogruppo del Partito Socialista Italiano a un consigliere con una storia personale e culturale interamente radicata nella destra sociale, che solo pochi giorni fa ha definito pubblicamente un circo triste il Pride difeso e patrocinato dallo stesso centrosinistra (PSI in primis!) e che ha strizzato l’occhio alle celebrazioni nostalgiche nel Salone dei Marmi, non è più un semplice compromesso tattico. È una mutazione genetica. A questo punto, per pura onestà intellettuale e per rispetto nei confronti dei padri nobili del socialismo, bisognerebbe avere il coraggio di aggiornare l’acronimo di riferimento. La transizione da Avanti-PSI ad Antani-PSI, mutuando ancora una volta il lessico della celebre pellicola cinematografica, sembra ormai completata. Il nuovo significato della sigla è servito: non più Partito Socialista Italiano, bensì un più realistico e pragmatico Partito Senza Ideali. Un contenitore vuoto dove le idee non albergano più, sostituite da una disperata gestione del contingente e dalla necessità di sopravvivere ai propri stessi errori strategici. Nemmeno l’immaginazione di Mario Monicelli sarebbe arrivata a concepire un simile livello di grottesco istituzionale. Con la supercazzola formale delle nomine e dei post di ringraziamento, i vertici socialisti hanno creduto di aver blindato il gruppo e salvato la facciata, senza rendersi conto che lo scappellamento è avvenuto stabilmente a destra e che i primi a essere stati gabbati sono proprio gli elettori che ancora credevano nei valori del sol dell’avvenire.

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