di Aldo Primicerio
Quello tra chi governa e chi informa è un conflitto fisiologico e necessario in qualsiasi democrazia liberale. Il giornalista ha il dovere di incalzare e criticare il potere. Ma il politico che fa? Spesso insofferente al controllo, tende a delegittimare le inchieste scomode per evitare la “scomodità” della trasparenza. Sono pensieri che ti vengono quando leggi qualcuno che ti contesta quasi con la tuta mimetica ed un fucile in mano.
Disarmare il giornalismo è storia di sempre. Ma è vero o no che questo governo Meloni sembra stabilire un primato storico?
Nessun giudizio personale. Lasciamo a chi legge il compito di giudicare. Ed ai fatti il compito di obbligarci a ragionare. Sono tre gli elementi chiave su cui, come scrivono molti media, si concentrano critiche e timori. Il primo è la cosiddetta “Legge Bavaglio”: approvata per limitare la pubblicazione integrale delle ordinanze di custodia cautelare, è considerata dai sindacati dei giornalisti e dall’opposizione una norma che oscura i dettagli dei processi e riduce il diritto dei cittadini a essere informati. Il secondo è nelle querele ed azioni legali. Esponenti del governo e la stessa presidente hanno presentato denunce per diffamazione contro giornalisti, intellettuali e testate sgradite. Dal canto loro, i rappresentanti della maggioranza affermano che queste iniziative legali siano un diritto di tutela personale contro la diffusione di notizie false o diffamatorie. Terzo elemento è il controllo della Rai: l’influenza politica sulla televisione pubblica, nota con il divertente termine “Telemeloni”, è oggetto di forti polemiche per via della nomina di figure vicine all’esecutivo ai vertici aziendali e per la cancellazione o la censura di interventi critici, come il celebre caso del monologo di Antonio Scurati
Il conflitto fisiologico tra politico e giornalista. Da sempre in bilico su un sottile filo, alla ricerca di un equilibrio
Sono sempre quei pensieri che ti vengono quando leggi qualcuno che ti contesta. Il bilanciamento tra questi due ruoli si articola da sempre su alcuni punti chiave. Il primo è il ruolo di “cane da guardia”. La stampa – è riconosciuto dalla consolidata giurisprudenza europea – svolge la funzione di “cane da guardia” della democrazia. Ha anche il pieno diritto di utilizzare linguaggi provocatori e critici verso chi amministra la cosa pubblica, proprio perché i politici si espongono volontariamente al centro del dibattito e del giudizio pubblico. Il secondo è nei limiti della critica. Come sappiamo tutti, per non sfociare in diffamazione, la critica giornalistica deve comunque basarsi su fatti veritieri e non travisati. E ci siamo. Non è ammessa l’aggressione gratuita fine a se stessa o il puro dileggio. Poi la tendenza della politica degli ultimi tempi alla disintermediazione. Negli ultimi anni si è assistito a una deriva globale in cui molti esponenti politici, piuttosto che rispondere alle domande dei media, preferiscono la disintermediazione (cioè comunicare direttamente tramite i social). Questo approccio si traduce spesso in attacchi frontali al diritto di cronaca e d’inchiesta. Infine, il diritto di replicare. Se da un lato il politico ha il dovere di rispondere alle domande per rispetto dei cittadini, i giornalisti sono tenuti a garantire un’informazione equilibrata, evitando di piegare le notizie a logiche di fazione o di propaganda. Che fine fa questo equilibrio delicato? E’ costantemente a rischio. E le pressioni subite dai professionisti dell’informazione sono spesso al centro del dibattito europeo. Il rispetto dei ruoli resta il termometro principale dello stato di salute di un Paese
La posizione dell’Europa e del suo Parlamento? No a tentativi di soppressione della critica e del pluralismo
Il Parlamento – lo scrive lo stesso suo profilo ufficiale Internet – esprime profonda preoccupazione per lo stato della libertà dei media nell’UE e denuncia le violenze, gli abusi e la pressione cui devono far fronte i giornalisti. In una risoluzione non legislativa, approvata mercoledì con 553 voti favorevoli, 54 contrari e 89 astensioni, il Parlamento “condanna i tentativi dei governi di alcuni Paesi UE di ridurre al silenzio i media critici e indipendenti, di compromettere la libertà e il pluralismo dei media”, invocando “una migliore protezione per i giornalisti, in particolare per le donne”. Secondo gli europarlamentari, il pluralismo è a rischio a causa di una eccessiva concentrazione dei media nelle mani di pochissimi. Essi chiedono di potenziare il quadro giuridico per prevenire e contrastare l’incitamento all’odio online, nonché una maggiore collaborazione tra le piattaforme online e le autorità di contrasto. Magdalena Adamowicz – europarlamentare polacca e relatrice sulla risoluzione del Parlamento UE sulla libertà dei media e la protezione dei giornalisti – ha detto che oggi si assiste al ritiro della democrazia, alla presa di potere con la menzogna, alla negazione della libertà e del pluralismo se non c’è l’indipendenza dei media. Che devono servire la verità e non la menzogna, gli elettori e non chi è al potere.
Premierato, giustizia, migranti, Pnrr, caccia. Disegni di legge accelerati senza confronto con le opposizioni, senza consultare i cittadini
Quello che accade ormai da quattro anni sa poco di democrazia. Il governo Meloni ha fatto ampio ricorso ad un uso massiccio della decretazione d’urgenza ed a questioni di fiducia per accelerare l’iter parlamentare. La questione di fiducia è servita per blindare i testi nei passaggi parlamentari più complessi ed evitare ostruzionismi, accelerando l’approvazione finale. Il disegno di legge costituzionale per l’elezione diretta del Presidente del Consiglio è stato approvato dalla maggioranza dopo accesi scontri in Parlamento. Le opposizioni ne hanno contestato la natura, ritenendolo lesivo dei poteri del Presidente del Repubblica e del ruolo di garanzia delle Camere. L’autonomia differenziata, approvata dopo un lungo e duro confronto, ha visto le opposizioni contrarie e scettiche sul coinvolgimento preventivo dei territori e dei cittadini stessi nell’impostazione della riforma. Il Decreto Sicurezza ha generato forti polemiche per via del suo iter accelerato e le piazze sono scese a manifestare contro diverse misure considerate repressive. Il Ddl di riforma della caccia ad esempio – all’esame della Camera tra forti contrasti, perché connotato da forti sospetti di incostituzionalità e sotto osservazione severa dell’UE – è stato voluto da un ministro cacciatore ed è difeso a livello regionale e provinciale da politici di destra e di estrema destra con il tesserino di cacciatori. Che razza di democrazia è mai questa? Sulle riforme su temi sensibili, perché non aprire ai referendum consultivi? Perché non coinvolgere i cittadini prima che – una volta varata una riforma – si apra il varco ai referendum confermativi e ci si esponga a clamorose bocciature? Lo ha detto anche Licia Colò: se passa la riforma, la bocceremo dopo con un referendum. Perché, a chi giova questo clima di autarchia, di sovranismo anticostituzionale? Il NO dei giovani alla riforma della giustizia non è stato un primo serio avvertimento contro il tentativo di sovvertire la democrazia parlamentare, di disarmare il ruolo del Capo dello Stato, di smantellare la Costituzione?
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