Le trattative sul prossimo bilancio pluriennale dell’Unione europea, quello 2028-2034, sono già state battezzate a Bruxelles il negoziato politico più duro della storia recente. Da un lato i Paesi cosiddetti frugali (cioè Germania, Paesi Bassi, Austria, Danimarca e Svezia) spingono per un budget più leggero e maggiori risorse sulle necessità “moderne” di competitività e difesa. Dall’altro, gli Amici della coesione, ossia gli Stati del Sud e dell’Est, tra cui l’Italia, sono pronti a difendere, anche a suon di minacce di veto, i fondi destinati a comparti tradizionali come agricoltura (Pac) e coesione. A rendere lo scontro ancora più delicato è il fattore tempo: un compromesso va trovato prima che alcuni membri dell’Ue, tra cui Francia e Italia, entrino nelle rispettive campagne elettorali del 2027, dove soffierà il vento sovranista. Se vincessero le destre, sarebbe potente la spinta per tagliare i contributi nazionali. Un’eventualità che farebbe naufragare l’idea di un’Europa forte tra Stati Uniti e Cina, in cui qualcuno ancora spera.

Bardella vuole dimezzare la quota versata da Parigi
Il leader del Rassemblement national Jordan Bardella, il delfino in ascesa di Marine Le Pen dato dai sondaggi tra il 35 e il 37 per cento al primo turno, vorrebbe dimezzare la quota versata da Parigi all’Ue e ha definito anti-democratico un voto sul bilancio prima dell’eventuale cambio di maggioranza. Una presidenza Bardella parrebbe per adesso arginabile al ballottaggio da un candidato di centrodestra del fronte repubblicano, ma l’incertezza spinge le diplomazie europee a chiudere presto i negoziati.

Lo strano asse tra Sánchez e Meloni (che deve difendersi da Vannacci)
In questo scenario la posta in gioco per Roma è altissima. Per difendere le risorse storiche, la premier Giorgia Meloni si è trovata costretta a formare un asse politico atipico addirittura con il socialista spagnolo Pedro Sánchez, essendo i due leader di spicco dei 17 Paesi del gruppo Amici della coesione. Sul fronte interno, la presidente del Consiglio deve invece gestire le pressioni dell’europarlamentare Roberto Vannacci, che contesta ogni incremento del budget comunitario, mentre il governo ha bisogno di massimizzare i ritorni da Bruxelles.

Le trattative si giocano sulla negotiating box, presentata a metà giugno dalla presidenza cipriota del Consiglio Ue sulla base della proposta della Commissione del 2025: 1.730 miliardi di euro a prezzi costanti (circa 2 trilioni a prezzi correnti), pari all’1,23 per cento del Reddito nazionale lordo (Rnl) europeo. È il budget più consistente della storia dell’Ue, ma così com’è non accontenta nessuno.
Il governo si lamenta per la contrazione dei fondi
Il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti, di Fratelli d’Italia, si è lamentato: «Siamo il terzo contribuente netto e vediamo una riduzione delle nostre allocazioni. Non riteniamo salvaguardate le politiche tradizionali, a partire dalla coesione, ma anche l’agricoltura».

L’Italia ha ricevuto dal bilancio 2021-2027 circa 38 miliardi per la Pac e 43 per la coesione. Col nuovo budget la prima voce subisce una contrazione e gli stanziamenti del secondo capitolo confluiscono in una macro-rubrica flessibile che lascia maggiore autonomia di gestione agli Stati membri (e meno alle Regioni). Una grande differenza sarebbe poi che la quota principale di queste risorse verrebbe vincolata all’attuazione di riforme, sul modello del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).
Le proteste italiane e la rigidità della Germania
Giuseppe Lupo, vicepresidente della Commissione Bilancio all’Eurocamera e deputato dei Socialisti & Democratici (eletto col Pd), spiega a Lettera43: «Continueremo a chiedere linee di bilancio separate e finanziamenti sicuri. Questa architettura non dà certezza di programmazione a enti locali e imprese. Non possiamo pagare le nuove priorità togliendo fondi ai territori più deboli».

Le nuove priorità, cioè competitività, prosperità e sicurezza, sono state aumentate del 140 per cento rispetto al budget attuale. Sono le voci che anche i Paesi nordici vogliono rafforzare, opponendosi tuttavia a far crescere quel bilancio comunitario che in larga parte finanziano. Eelco Heinen, ministro delle Finanze olandese, ha tagliato corto: «Altro che “nego box“, per i Paesi Bassi questa è una “no-go box“. Il volume complessivo rimane troppo alto e finanzia le priorità di ieri a scapito delle sfide di domani». Una rigidità confermata dalle rivelazioni di Reuters su un documento interno in cui la Germania, primo contribuente assoluto, chiede una riduzione strutturale da 400 miliardi di euro, che stravolgerebbe ulteriormente le allocazioni.

Il testimone delle trattative è appena passato da Cipro all’Irlanda, che ha assunto la nuova presidenza Ue e a ottobre deve presentare una nuova nego box. Servirà l’unanimità dei 27 e poi il via libera del parlamento europeo, che chiede di alzare il budget di almeno il 10 per cento, puntando su nuove tasse europee e sul debito comune osteggiato da Berlino.
Numeri lontani da quelli necessari secondo il Rapporto Draghi…
Sullo sfondo restano le raccomandazioni del Rapporto Draghi, che stima necessari oggi almeno 1.200 miliardi all’anno per non far morire la competitività europea. Numeri ben diversi rispetto ai 1.730 miliardi in sette anni di cui si discute. Secondo il dem Lupo, «siamo dinnanzi ad assetti geopolitici nuovi, è un’illusione pensare che si possano difendere gli interessi degli Stati membri indebolendo l’Unione».

Tra lo spettro di veti incrociati, spinte nazionaliste e scadenze elettorali, i prossimi mesi diranno, oltre la retorica, in quale idea di Europa credono davvero i governi, e se ci credono ancora.
