C’è un nuovo indagato per l’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci, avvenuto a Pomezia (Roma) nell’ottobre del 2025. Si tratta dell’imprenditore ed ex giornalista-editore Valter Lavitola, in passato già coinvolto in altre vicende giudiziarie. Per i pm di Roma sarebbe lui il mandante dell’azione dinamitarda avvenuta all’esterno della villetta dove il conduttore di Report vive assieme alla famiglia. Lavitola, in base a quanto filtra, è stato oggetto nei giorni scorsi di una perquisizione domiciliare da parte dei carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma e Frascati su mandato dei pm della Distrettuale Antimafia. Nel corso dell’attività istruttoria sono stati sequestrati il cellulare e il pc dell’indagato. Un’iniziativa che punta a cercare elementi relativi al movente che avrebbe spinto Lavitola ad ordinare l’attentato. Al momento infatti non ci sono ‘certezze’ su cosa si celi dietro il blitz messo in atto da una banda composta da quattro persone che la scorsa settimana sono state raggiunte da un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip della Capitale. A Lavitola e ai quattro è contestata in concorso la detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dal metodo mafioso. Gli inquirenti sono al lavoro per ricostruire elementi utili per chiarire il movente. Nel 2023 il quotidiano Il Riformista pubblicò una foto che ritraeva Lavitola e Ranucci insieme al ristorante romano dell’imprenditore. Secondo quanto ricostruito dai magistrati, la banda sarebbe stata contattata da un intermediario. “Quello” veniva definito dai componenti del gruppo nelle molte intercettazioni ambientali citate dal gip nell’ordinanza avrebbe dato alcune migliaia di euro ai quattro per compiere il blitz. I quattro sono stati fermati tra Napoli e Avellino: si tratta di una giovane coppia residente ad Avella, Pellegrino D’Avino e sua moglie, Marika De Filippi, finita ai domiciliari, e di Saverio Mutone, residente a Sperone, a pochi chilometri da Avella e di Antonio Passariello, 53 anni, originario di Cicciano, ritenuto uno dei capi del gruppo. Stando a quanto scrive il giudice su di loro gravano “elementi gravi, precisi e concordanti” a ritenere che “abbiano preso parte all’azione criminosa e abbiano offerto, ognuno con un ruolo specifico e determinato, un contributo rilevante alla commissione dei reati”, messi in atto in cambio di denaro. Ad interfacciarsi con l’intermediario era il solo D’Avino. Nelle carte si afferma che l’indagato “ha preso contatti con un soggetto terzo, evidentemente il mandante o colui che parlava per suo conto” che dopo l’attentato si è “reso disponibile a garantire un temporaneo allontanamento dal territorio in favore degli esecutori dell’attentato” garantendo “risorse economiche, strumenti di pagamento ricaricabili e modalità operative idonee ad eludere eventuali attività investigative”. Dopo l’arresto dei quattro Ranucci è stato convocato in Procura per essere ascoltato come testimone dai titolari dell’indagine. “Al momento gli inquirenti non escludono alcuna pista, stanno lavorando a 360 gradi – ha dichiarato il giornalista dopo l’audizione -. Mi hanno prima di tutto chiesto se conoscevo gli arrestati di martedì e abbiamo ripercorso alcune vecchie inchieste di Report che hanno riguardato l’area geografica in cui vivevano i componenti della banda”.
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