Meloni e De Luca. Due facce dello stesso dilemma: Ora cosa fare?

di Aldo Primicerio

Riflettiamoci. Su loro due si può parlare, a livelli geometrici diversi, dello stesso fenomeno biologico e fisico applicato al potere. Da ora chiamiamoli per nome. Sia per Giorgia che per Enzo, lo stancamernto in questa primavera del 2026 risponde alle stesse identiche leggi non scritte della leadership. Cambiano gli scenari e le ideologie, ma le affinità strutturali del loro status e delle loro difficoltà sono evidenti.

 

Ambedue vogliono mostrarsi granitici, ma hanno un analogo dilemma: fronteggiare le difficoltà della narrativa identitaria

Entrambi hanno costruito il proprio successo su una narrazione fortissima, quasi mitologica, basata sulla decisione e sulla rottura con il passato. Giorgia ha edificato la sua ascesa sulla coerenza, sulla fermezza identitaria e su promesse nette. Pensiamo ai blocchi sui flussi migratori e alla fierezza di aver creato, nell’hub in Albania, un precedente per gli altri Paesi UE   Ma pensiamo anche alla postura sovranista in Europa. Lei l’ha costruita sulla difesa degli interessi nazionali italiani, coniugata con un forte pragmatismo atlantico e istituzionale. Ha puntato a fare dell’Italia un ponte tra i conservatori europei e le dinamiche internazionali, destreggiandosi tra alleanze sovraniste e lealtà occidentali. Enzo fa girare tutto sull’efficienza decisionale indiscutibile e sul “modello Salerno” delle grandi trasformazioni. Lo conosciamo. Lui è un vero manager della politica, ha grande carisma. Ma il “modello Salerno” non si vede ancora, non è chiaro. Commerciale, industriale, turistica, logistica? I cittadini hanno votato lui, non i suoi programmi. Enzo continua a parla di sicurezza, ma non si comprende ancora a cosa alluda. Sicurezza è una parola complessa. Se s’intende contro abusi, violenza o criminalità, lui è sindaco di Salerno ma non di New York o Los Angeles dove il sindaco dirige trasporti, lavori pubblici e polizia. Se s’intende contro gli effetti del degrado urbano o dell’inquinamento acustico e lumnoso, siamo d’accordo.

 

Sia Giorgia che Enzo faticano sullo scontro tra racconto e realtà ordinaria, e sull’assenza di una “seconda linea”, di una forte classe dirigente

Giorgia fa fatica sui proclami sui confini che si scontrano con i trattati internazionali, sulla geopolitica e sui bisogni di manodopera delle imprese. Ad Enzo le grandi architetture (Crescent, Piazza della Libertà, porto Arechi) non bastano più a coprire le carenze quotidiane della raccolta rifiuti, dell’inquinamento luminoso al centro-città, della manutenzione nei quartieri o le liste d’attesa nella sanità anche a Salerno. Ma è l’over-centralize, l’accentramento, l’affinità più marcata tra lei e lui. Giorgia ed Enzo sono due leadership fortemente personalistiche. A Roma, l’esecutivo si regge in modo quasi totale sulla tenuta comunicativa e sul gradimento personale di Giorgia Meloni. A Salerno esiste un sistema che da decenni ruota quasi esclusivamente intorno alla figura, al carisma e al verbo del Sindaco, anche quando non ha vestito formalmente la fascia tricolore. E da quello che si legge da sempre l’iper-centralismo stanca i leader e desertifica ciò che sta intorno. Quando il Capo commette un errore o affronta un calo di popolarità, non c’è una classe dirigente diffusa capace di assorbire l’urto o di portare avanti l’azione di governo in autonomia. La stanchezza del leader diventa immediatamente la stanchezza di tutta l’istituzione.

 

Tranne qualche rara eccezione sia Giorgia che Enzo non possono contare su una classe dirigente all’altezza. Contano più la “trincea” ed il “nemico”

Perché accade tutto questo? Perché da qualche decennio assistiamo al degrado del prestigio della politica e perché i talenti fuggono verso altri settori. professionali. Rispetto al passato, è quasi scomparso il percorso di formazione all’interno di partiti o sindacati o, soprattutto, delle segreterie politiche. Le nomine avvengono spesso per fedeltà o logiche di appartenenza piuttosto che per competenze ed effettiva esperienza sul campo. L’ascesa della “politica liquida” e dei social media premia la comunicazione istantanea rispetto alla capacità di studio, di programmazione e di amministrazione della cosa pubblica. I professionisti più qualificati (nel settore privato o accademico) non sono disposti ad accettare gli stipendi, le responsabilità e l’esposizione mediatica della politica, specialmente a livello di giunte comunali dove i compensi sono modesti e i rischi amministrativi (come le indagini della Corte dei Conti o della giustizia ordinaria) sono elevati.

C’è poi da fare i conti con la ricerca ossessiva della trincea e del nemico. Sia la Giorgia, ma soprattutto l’Enzo, sono straordinari comunicatori d’assalto. Danno il meglio di sé quando si muovono nella cosiddetta trincea, la linea del fronte invalicabile su temi divisivi. E’ la resistenza estrema, la difesa accanita o lo scontro frontale quando ci si barrica per proteggere i propri principi, il proprio elettorato o il proprio potere. E’ lì che i due eccellono, quando c’è un avversario da colpire. Per Giorgia i poteri forti e l’Europa burocratica che deve fare meno e meglio. Per Enzo i “cafoni” o i “cinguettatori”. Ma, attenzione, è proprio questa permanente modalità da combattimento che può logorare. Per la verità qualche incrinatura la si avverte più nel presidente del Consiglio, meno o quasi mai nel sindaco che lo ricordo sempre così, duro e ferreo, dai tempi della segreteria provinciale del Pci con Paolo Nicchia in via Manzo a Salerno. Ed il logoramento può tradursi nei leggeri arretramenti nei consensi sia per Giorgia ed il suo Fdi, sia per Enzo. Il neo-sindaco ha strabattuto sì gli avversari, ma ha dovuto fare i conti con i suoi veri rivali, la solitudine senza il Pd e l’astensionismo (quasi 4 su 10 non sono andati alle urne).

 

Quarto anno di governo e Quinto Mandato. Il paradosso è proprio il potere consolidato

Il logoramento può non derivare necessariamente da un crollo dei voti improvviso (Fratelli d’Italia resta il primo partito nei sondaggi e De Luca mantiene salda la sua roccaforte), ma da un cambiamento del clima d’opinione. Ecco il veroi nemico. Siamo davanti ad una transizione psicologica: dal “Ma quale è l’alternativa” (il parallelismo anche qui, sia Roma che a Salerno non sembra esserci un “alter ego”) al “Ma le cose continuano a non funzionare” . Insomma, per un presidente del Consiglio verso fine legislatura e per un sindaco al quinto mandato la sfida è identica: capire che per durare non serve più dimostrare di essere forti contro qualcuno, ma dimostrare di essere utili per qualcosa, scendendo dal piedistallo del carisma per tornare alla concretezza dell’ascolto. Soprattutto per Salerno ce lo auguriamo fortemente. Lo hanno atteso per dieci anni (non se la prendano il buon Enzo Napoli, straordinario interprete di una situazione suppletiva difficile e sconcertante, e non ce l’abbiano gli altri candidati a Palazzo di Città). Il nostro Enzo, lui lo sa bene, è atteso non certo a gestire il declino, ma ad interpretare la voglia di rilancio.

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