Erika Noschese
Direttore Saracino, si chiude una pagina giudiziaria piuttosto complessa. C’è stata una piena assoluzione, ma sono stati anni senza dubbio difficili…
«Anni durissimi, non solo per il fatto in sé. La cosa più tragica – e questa è la domanda che mi ha tormentato ogni giorno, logorandomi mentalmente – è il perché io mi sia trovato in quella situazione, nonostante abbia semplicemente fatto il mio lavoro. Ancora oggi, pur con una piena assoluzione “per non aver commesso il fatto”, continuo a chiedermi: perché? Ma so che nessuno mi darà mai una risposta. Ed è proprio questa la parte più logorante. Sono un direttore di banca, e a giugno 2026 taglierò il traguardo dei 31 anni di carriera. Fui nominato direttore a soli 23 anni, in occasione della riapertura della Banca Popolare di Salerno a Ravello. All’epoca ero il direttore più giovane».
Cosa ricorda di quegli anni legati all’inchiesta?
«Una vergogna assurda. Non dimenticherò mai quella data maledetta: il 2 novembre 2020, alle 6:30 del mattino, mi stavo svegliando per andare a lavorare – all’epoca ero direttore della filiale di Roccapiemonte – quando mi trovai davanti alla porta la Guardia di Finanza che mi notificava gli arresti domiciliari. Il maresciallo che mi consegnò l’atto era lo stesso con cui, fino a poco tempo prima, avevo collaborato per indagini svolte nell’interesse della banca. Mi permetta un inciso: questa vicenda nasce il 16 luglio 2017, proprio grazie alle mie denunce. Ne feci ben 16, contro persone che oggi sono state condannate a 4 anni e 6 mesi. Per essere chiari: le denunce le ho presentate io. Eppure, secondo l’impianto accusatorio del pubblico ministero, io sarei stato addirittura costretto a farle. È un paradosso. Sa cosa penso? Alla fine, ho pagato relativamente, perché oggi posso dire che giustizia è stata fatta, e in realtà non c’erano dubbi. Ma mi domando ancora: non ho commesso alcun errore, non ho fatto nulla di male. Eppure mi hanno accusato di “associazione per omesso controllo”, un capo d’imputazione già di per sé giuridicamente molto vago. E allora mi chiedo: questo pubblico ministero, quando pagherà per i suoi errori? Perché non dovrebbe rispondere di una vicenda che mi ha rovinato la vita per cinque anni e mezzo?».
Anche questo è uno dei tanti problemi riscontrati: giustizia lenta, processi infiniti…
«Le faccio fare una risata: la sentenza è stata emessa il 3 febbraio 2026. La prima udienza utile era fissata per il 9 dicembre 2025, ma ci sono stati ben tre rinvii.
Il primo? Il presidente del collegio giudicante, testuali parole, disse che avevano già un’altra camera di consiglio da affrontare e non potevano trattenersi troppo a lungo: si sarebbe fatto tardi, quindi preferirono rinviare. Si andò così al 20 dicembre. Ma anche in quel caso ci fu un ulteriore rinvio: il giudice relatore era assente. Forse era sulla neve, in vacanza, non lo so… fatto sta che tutto slittò nuovamente, stavolta a metà gennaio. E indovini un po’? Altro rinvio. Sa perché? Perché si accorsero che nel fascicolo mancava l’agenda di uno degli imputati – uno di quei truffatori già condannati – non era stata recuperata, bisognava cercarla… e così si è arrivati al 3 febbraio. Una situazione grottesca».
Dopo quanto le è accaduto, lei crede ancora nella giustizia?
«Credo nella giustizia, ma solo quando si ha la consapevolezza di non avere nulla da temere. Tuttavia, questa giustizia, così com’è oggi, sembra pensata per i delinquenti, non per le persone perbene. Una persona onesta, come me, che ha semplicemente fatto il proprio dovere e non ha commesso alcun reato, si è ritrovata a dover affrontare sei mesi di arresti domiciliari.
Mi sono dovuto difendere in un’aula di tribunale come un criminale qualsiasi, pur non avendo fatto nulla. E lo ribadisco: se il pubblico ministero avesse svolto con attenzione il proprio lavoro, si sarebbe accorta che le accuse mosse nei miei confronti non avevano alcun fondamento.
Quindi sì, credo ancora nella giustizia, ma in una giustizia che oggi è ingiusta. È una giustizia che finisce per penalizzare chi è onesto e favorire chi non lo è. Una persona onesta non dovrebbe mai trovarsi a vivere quello che ho vissuto io. È stata un’esperienza devastante, che non auguro nemmeno al mio peggior nemico. Ho vissuto momenti di sconforto profondo, veri e propri crolli emotivi. E la cosa più dura da accettare è che tutto questo non è dipeso da me, ma da errori altrui. Questo, ancora oggi, fa più male di tutto».
Cosa si sente di dire oggi a chi si trova nella sua stessa situazione, in attesa di una sentenza?
«Potrei dire: “Non mollate, tenete duro, abbiate fiducia nella giustizia”, ma sarebbe retorica. Quello che davvero mi sento di dire è: abbiate fiducia solo in voi stessi, nella vostra integrità e nella vostra moralità. Forse, prima o poi, questo viene riconosciuto. E magari avrete anche la fortuna di incontrare persone che, nel giudicarvi, capiscano davvero cosa hanno davanti. Perché il vero problema è che, a volte, si viene giudicati da persone che non comprendono ciò che stanno valutando, ma si concentrano solo sul verdetto. Mi spiego: per un pubblico ministero può fare notizia portare a processo il direttore di filiale con 80 persone coinvolte, ma non ci si preoccupa abbastanza di cercare la verità. Non si riflette su cosa possa provocare un’accusa infondata nella vita di una persona innocente. Questa è la mala giustizia, quella fatta dagli uomini, e quindi soggetta a errori. Alla fine, però, chi sa di non avere nulla da nascondere deve continuare a camminare a testa alta. Sempre».
Oggi può dire, in qualche modo, di aver avuto un riscatto?
«Non sono ancora tornato a fare il direttore di banca, sono ancora in attesa di essere reintegrato. Certo, sono sempre un dipendente, percepisco regolarmente lo stipendio, ma comprensibilmente mi hanno tenuto a casa in attesa della conclusione del processo».
Quindi adesso per lei si apre una nuova pagina…
«Sicuramente. Il lavoro è stato, ed è, la mia vita. Lavoro in banca dall’età di 21 anni. È la mia passione, il mio mondo. Vengo da una famiglia di banchieri: mio nonno era direttore di banca, mio padre è stato direttore generale della Banca Popolare di Salerno. Per me la banca è qualcosa di sacro, e quella sacralità non l’ho mai tradita».
L'articolo Saracino: dall’arresto all’assoluzione. “la mia odissea” proviene da Le Cronache.
