Mohammad Hannoun resta in carcere dopo la decisione del tribunale del Riesame di Genova, chiamato a valutare le misure cautelari disposte nell’inchiesta che lo vede accusato di aver finanziato Hamas tramite associazioni benefiche e di essere a capo della presunta cellula italiana dell’organizzazione. I giudici hanno esaminato i provvedimenti emessi dalla gip e hanno annullato tre delle sette misure cautelari eseguite il 27 dicembre scorso, su un totale di nove disposte, mentre per altre posizioni è stata confermata la custodia. Le motivazioni del provvedimento saranno depositate entro trenta giorni. Il presidente dell’associazione dei Palestinesi in Italia rimarrà quindi presso il carcere di massima sicurezza di Terni.
Il legale di Hannoun: «La giustizia non può essere usata come strumento di guerra»
Dal dispositivo emerge che, per una parte degli indagati, è stata disposta la scarcerazione, mentre per altri le misure sono rimaste in vigore. In attesa delle motivazioni, il tribunale avrebbe escluso l’utilizzabilità della cosiddetta “battlefield evidence” di origine israeliana, ritenendo di dover valutare eventuali indizi sulla base di fonti diverse. Su questo punto è intervenuto l’avvocato Nicola Canestrini, secondo cui «È un risultato importante: viene affermato che la giustizia non può essere usata come strumento di guerra. La lotta al terrorismo va combattuta con le regole, non con scorciatoie». La difesa ha inoltre ribadito che continuerà «a vigilare con rigorosa attenzione critica su ogni tentativo di piegare il diritto a logiche militari, riservandosi ogni ulteriore valutazione dopo il deposito delle motivazioni». Più cauto Fabio Sommovigo, uno dei legali di Hannoun, che ha dichiarato: «Non siamo ovviamente soddisfatti del mancato annullamento della misura nei confronti di Hannoun ma notiamo che già in questa fase l’impianto accusatorio ha ceduto in modo importante a partire dal piano dell’utilizzabilità del materiale israeliano, visto che con questa decisione i giudici sembrano aver operato una separazione tra il finanziamento e la partecipazione all’associazione». I difensori hanno già annunciato il ricorso in Cassazione, dove, ha concluso Sommovigo, «si apriranno nuove prospettive difensive».
