La crisi climatica costa 15 milioni di euro ogni ora in tutto il mondo

Ogni ora, a livello mondiale la crisi climatica causa danni per 16 milioni di dollari (circa 15 milioni di euro). È quanto afferma un nuovo studio della Victoria University di Wellington, in Nuova Zelanda, disponibile sulla rivista Nature Communications. A livello annuale, fra il 2000 e il 2019 i Paesi di tutti i continenti hanno speso circa 140 miliardi di dollari (circa 132 miliardi di euro), anche se solo nel 2022 i costi sono raddoppiati toccando la cifra di 280 miliardi di dollari (270 miliardi di euro). L’analisi ha tenuto conto dei danni causati da ondate di calore e siccità, ma anche eventi meteorologici estremi come tempeste, inondazioni e piogge torrenziali. Mancano però alcuni dati a lungo termine, dalla resa dei raccolti all’innalzamento del livello del mare.

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La crisi climatica ha colpito oltre 1 miliardo di persone in 20 anni

Come ha riportato il Guardian, si tratta della prima ricerca in grado di calcolare i costi attribuibili alla crisi climatica direttamente provocata dall’uomo. Adottando un approccio diverso, ha infatti calcolato come il surriscaldamento globale stia impattando giornalmente sugli eventi meteorologici estremi. Per poter dare vita alla loro ricerca, gli esperti hanno analizzato i disastri registrati nell’International Disaster Database in cui hanno perso la vita almeno 10 persone o ne sono state coinvolte almeno un centinaio. Si è potuto così stabilire che, nell’arco di 20 anni dall’inizio del nuovo millennio, la crisi climatica abbia impattato sulla vita di circa 1,2 miliardi di persone. Due terzi dei costi totali sono frutto dell’azione dell’uragano Harvey, che colpì gli Stati Uniti nel 2017, e del ciclone Nargis che si abbatté sul Myanmar nel 2008.

Tempeste e inondazioni, ma anche siccità e ondate di calore causano sempre più danni. Solo nel 2022 spesi quasi 270 miliardi, con ripercussioni su oltre 1 miliardo di persone. Gli anni più nefasti sono stati 2003, 2008 e 2010.
Gli effetti dell’uragano Harvey negli States (Getty Images).

«La cifra principale cui fare attenzione sono i 140 miliardi di dollari spesi annualmente», ha sottolineato il professore Ilan Noy, che ha condotto lo studio con la collega Rebecca Newman. «È di per sé un gran dato, ma non del tutto corrispondente alla realtà». L’esperto ha infatti sottolineato che, sebbene via sia una grande abbondanza di dati e fonti per Europa e Nord America, lo stesso non avviene per altri continenti meno sviluppati come Africa e zone dell’Asia. «Non abbiamo idea di quante persone abbiano perso la loro vita nell’area sub-sahariana». Secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale, dagli Anni 70 il numero di vittime sarebbe sette volte più grande di quello ottenuto da segnalazioni ufficiali. La stima però è destinata a crescere nel prossimo futuro, in quanto i fenomeni estremi diventeranno sempre più frequenti.

Dal caldo nel 2003 agli uragani del 2017, gli anni più nefasti

Lo studio dell’Università di Wellington ha inoltre evidenziato gli anni in cui la crisi climatica si è fatta sentire con maggiore intensità. Nefasto il 2003, quando un’ingente ondata di calore investì l’Europa. La canicola si protrasse per tutta l’estate, raggiungendo il picco in agosto quando in Portogallo e Spagna si sfiorarono i 50 gradi di temperatura. Temperature vicine ai 40 gradi anche in Italia, Svizzera e Regno Unito. Fra gli anni più difficili anche il 2008, quando il ciclone Nargis colpì il Myanmar tra fine aprile e inizio maggio, provocando la morte di quasi 140 mila persone. Sotto i riflettori anche la siccità del 2010, che si abbatté soprattutto sulla Russia e in Africa, causando enormi danni in Somalia. L’analisi neozelandese ha messo l’accento anche sugli uragani Katrina e Harvey che colpirono gli States nel 2005 e nel 2017.