Com’è andata veramente la visita di Zelensky negli Usa

Non è stata una grande trasferta quella di Volodymyr Zelensky negli Stati Uniti. Appena atterrato, qualche giorno fa, è stato accolto dalla prima pagina del New York Times che gli ha sparato in faccia la notizia che la strage avvenuta il 6 settembre scorso a Kostiantynivka era stata causata in realtà da un missile ucraino fuori controllo. I 17 civili morti al mercato della cittadina del Donbass sarebbero dunque vittime di Kyiv e non di Mosca: se lo dicono gli americani, migliori alleati dell’Ucraina, sarà probabilmente vero. Zelensky non se ne è preoccupato troppo, in patria i media hanno glissato, l’intelligence ha negato. Porgere le scuse alle vittime inoltre non è il caso, va contro le regole della propaganda che impone di negare tutto, anche di fronte all’evidenza, dal sabotaggio di Nord Stream al missile finito in Polonia, passando per gli omicidi mirati in territorio russo.

Com'è andata veramente la visita di Zelensky negli Usa
Il pezzo del New York Times sulla strage al mercato di Kostiantynivka.

Zelensky si è reso conto che la coperta degli aiuti si sta accorciando

Non è certo un caso, né la prima volta, che la stampa statunitense piazza i suoi affondi, segnali fatti arrivare da dietro le quinte per mandare il messaggio che a Washington non si tiene nascosto nulla e la corda non va tirata troppo. E il presidente ucraino ha capito, nonostante pacche sulle spalle e sorrisi, sempre conditi dalla formula del sostegno assicurato fino a che sarà necessario (a far che?), che i tempi sono cambiati. Dagli Usa dunque parte con poco in mano, in un’atmosfera che non è stata certo quella dell’ultima visita trionfale dello scorso anno: un pacchetto di aiuti da 325 milioni di dollari (che ha spaccato il Congresso). Ma niente missili a lunga gittata Atacms, i caccia F16 solo il prossimo anno, nel migliore dei casi e la promessa che i primi carri Abrahms arriveranno a breve, ma ormai arrivano anche l’autunno, le piogge, l’inverno e la neve e la controffensiva rimarrà definitivamente bloccata. Soprattutto Zelensky ha toccato con mano che la coperta degli aiuti si sta riducendo. Ai repubblicani in particolare il braccino si accorcia, come cresce lo scontento generalizzato di fronte a risultati promessi e sbandierati che non arrivano. Kyiv incolpa Washington, la guerra non si può vincere senza un sostegno sempre maggiore, ma gli Usa, e non solo loro, hanno qualche dubbio, e non riguarda solo la tempistica. L’Ucraina ha tutto il diritto di difendersi e di attaccare direttamente Mosca, il rischio di un’escalation sul territorio della Federazione russa che porterebbe a reazioni annunciate però in Occidente non lo vuole correre nessuno. Di morire per Kyiv insomma non se ne parla.

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La delegazione ucraina guidata da Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca (Getty Images).

Anche in Europa il vento pro-Kyiv sta cambiando

Il tempo quindi stringe per Zelensky e i suoi che a parole puntano sulla presa della Crimea per raggiungere una vittoria totale e far sprofondare la Russia. La realtà è però diversa: la cartina geografica indica sempre un quinto del territorio ucraino occupato, Mosca pare tutt’altro che isolata, tra Asia e Grande Sud che crescono in autonomia e solo l’Europa che rimane attaccata al carro a stelle e strisce. Anche nell’Ue però le questioni economiche e politiche interne dei vari Paesi stanno facendo cambiare leggermente il vento, basti guardare la vicenda del grano e le frizioni tra Ucraina e Polonia. Poi ci sono i problemi a Kyiv dove si ripresenta la situazione dello scorso anno, quando in autunno e in inverno la Russia ha martellato il sistema energetico e messo il Paese e buona parte della popolazione in ginocchio. All’inizio di ottobre parte di consueto la stagione del riscaldamento, vengono accesi impianti, e Mosca ha cominciato già questa settimana a prendere di mira le infrastrutture. L’Ucraina è preparata. Saranno comunque mesi difficili, che non porteranno con grande probabilità a svolte sul terreno, ma potranno aprire spazi per ripensare la strategia.