Crans-Montana, il rapporto che segnalava gravi carenze già nel 2023

Il Comune di Crans Montana era a conoscenza di disfunzioni nei servizi comunali da almeno due anni prima che accadesse la strage di Capodanno al Constellation. È quanto emerge da un audit interno realizzato nel 2023, il quale rivela che in quell’anno il Municipio era stato informato di carenze all’interno dei servizi comunali, in particolare quello incaricato dei controlli antincendio degli esercizi pubblici. Il rapporto, dal titolo Sintesi di un audit sommario sul modo di funzionamento del Comune di Crans-Montana in termini di management, organizzazione e comunicazione, è datato 31 agosto 2023.

Il report segnala sovraccarichi di lavoro e ritardi nelle scadenze

L’audit mette in luce problemi di gestione del personale, evocando «casi disciplinari non gestiti o ignorati» nonché «rifiuti di incarico» da parte di alcuni collaboratori. Il documento segnala poi una mancanza di mezzi: «Le risorse, il personale e il tempo a disposizione rispetto alle missioni attese (dai capi servizio) sono inadeguati. (…) Questa situazione genera un sovraccarico di lavoro in alcuni servizi (…) e ritardi nelle scadenze». Questa problematica riguarda direttamente il servizio incaricato dei controlli antincendio che non ha effettuato le visite annuali obbligatorie, come quella del Constellation, in violazione della legislazione vallesana. L’ultima ispezione risale al 2019 per il bar. L’audit è stato consegnato al Municipio di Crans-Montana il 31 ottobre 2023 e, secondo diverse fonti anonime, il Comune ha applicato solo marginalmente le misure correttive suggerite, in particolare all’interno del servizio della sicurezza pubblica.

Nessun commento da parte del Comune

Contattato dai media svizzeri, il Municipio ha dichiarato: «Il Comune di Crans-Montana non commenta quanto rientra nella procedura in corso. Di conseguenza per il momento non viene concessa alcuna intervista. Il Comune di Crans-Montana collabora con le autorità giudiziarie per permettere loro di stabilire i fatti e determinare le responsabilità. Nell’ipotesi in cui la responsabilità del Comune sia coinvolta, questa sarà assunta»

Israele riavvia la registrazione di terre in Cisgiordania

Il governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu ha approvato ulteriori misure per rafforzare il controllo dello Stato ebraico sulla Cisgiordania e facilitare il possesso di terreni da parte dei coloni. Domenica 15 febbraio è infatti arrivato il semaforo verde all’avvio di un processo di registrazione dei terreni occupati della West Bank che permetterà di dichiararli come “proprietà statale”, se i palestinesi non saranno in grado di presentare documenti che ne attestino la titolarità. Tutto questo dopo decenni di occupazione e guerra, in cui la documentazione potrebbe essere andata persa o distrutta: di fatto, l’obiettivo è l’espropriazione di massa dei territori palestinesi. «Stiamo proseguendo la rivoluzione degli insediamenti e rafforzando la nostra presa su tutte le parti del nostro territorio», ha dichiarato Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze, tra i promotori del piano assieme a Yariv Levin (Giustizia) e Israel Katz (Difesa).

La registrazione dei terreni riguarderà l’Area C

Era dal 1967 che Tel Aviv non procedeva alla registrazione dei terreni occupati in Cisgiordania. Il nuovo piano riguarderà l’Area C della West Bank individuata dagli Accordi di Oslo, dove vivono oltre 300 mila palestinesi. Essa costituisce circa il 60 per cento dell’intera Cisgiordania, di fatto sotto il pieno controllo militare israeliano.

Israele riavvia la registrazione di terre in Cisgiordania
Bezalel Smotrich e Benjamin Netanyahu (Ansa).

Anp: «Flagrante violazione del diritto internazionale»

«Una grave escalation e una flagrante violazione del diritto internazionale», che equivale a una «annessione de facto». Così l’ufficio di Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), ha definito il piano di Israele, invitando la comunità internazionale e in particolare il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a intervenire immediatamente. Hamas ha definito quello del governo di Netanyahu un «tentativo nullo e privo di valore» di «giudaizzare» la Palestina. Anche Giordania, Egitto, Qatar e Turchia hanno condannato la mossa di Tel Aviv, che già la scorsa settimana aveva annullato il divieto di vendita di terreni in Cisgiordania agli israeliani ebrei e la pubblicazione dei registri catastali. Il divieto di cessione di terreni ai non musulmani risaliva al periodo di amministrazione da parte della Giordania (1948-1967): finora le persone non di fede islamica non potevano acquistare terreni a titolo personale, ma solo tramite società private.

Giustizia, continua lo scontro tra Nordio e Gratteri sul referendum

Non si placa lo scontro politico e istituzionale sul referendum sulla giustizia. Dopo lo scalpore per le dichiarazioni del procuratore di Napoli Nicola Gratteri, secondo cui «voteranno Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente», sono le parole del ministero della Giustizia Carlo Nordio a gettare benzina sul fuoco. Il Guardasigilli ha infatti definito le correnti del Consiglio superiore della magistratura (Csm) parte di un «meccanismo para-mafioso», scatenando reazioni durissime da parte dell’opposizione, della magistratura associata e di numerosi esponenti istituzionali.

Cos’ha detto Nordio sulle correnti del Csm

Entrando più nel dettaglio, in un’intervista al Mattino Nordio ha criticato duramente il funzionamento interno del Csm, sostenendo che le correnti avrebbero creato una «consorteria autoreferenziale» basata su logiche di potere e carriera. Secondo lui, l’iscrizione alle correnti sarebbe determinante per l’avanzamento di carriera, perché senza l’appoggio di una di esse o di un “padrino” un magistrato sarebbe penalizzato. Durante le elezioni del Csm, inoltre, si creerebbero dinamiche di scambio di favori. Il ministro ha quindi difeso la proposta del sorteggio per la selezione dei membri del Consiglio, sostenendo che questo sistema potrebbe «rompere il meccanismo para-mafioso» e superare quello che ha definito un «verminaio correntizio» e un «mercato delle vacche».

Gratteri: «Parole inaccettabili»

Dura la reazione di Gratteri, che in un’intervista a Repubblica ha definito le parole del ministro «inaccettabili», sostenendo che affermazioni di questo tipo non necessitano neppure di commento per la loro gravità.

Giustizia, continua lo scontro tra Nordio e Gratteri sul referendum
Nicola Gratteri (Ansa).

La reazione delle opposizioni

Le dichiarazioni del Guardasigilli hanno suscitato immediate proteste anche da parte delle opposizioni. Tra i più critici la segretaria del Partito democratico Elly Schlein e il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, che l’hanno accusato di aver superato il limite del confronto politico, attaccando l’indipendenza della magistratura. Intervenendo a un evento a Bari, Schlein ha dichiarato: «Quando ho letto stamattina le parole di Nordio non potevo crederci. E ora non posso credere che siano passate le 11 e nessuno del governo abbia ancora detto qualcosa. Capisci quanto è grave tutto questo? Non è accettabile che un ministro della Repubblica utilizzi parole che alimentano uno scontro istituzionale. Nordio deve scusarsi e la presidente Meloni prendere le distanze. Una guerra tra istituzioni non fa bene al Paese. Ci sono limiti che non vanno superati nemmeno in campagna elettorale, soprattutto sapendo qual è stato l’altissimo prezzo pagato dalla magistratura nella lotta alle mafie. Paragonare i giudici ai mafiosi è un insulto insopportabile alla memoria di uomini come Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Rosario Livatino, Rocco Chinnici, Cesare Terranova e tanti altri che hanno servito lo Stato pagando con la vita». Dal canto suo, Conte ha così commentato sui suoi social: «Dovrebbero solo chiedere scusa ai tanti che lavorano nel nostro sistema di giustizia, alla memoria dei tanti giudici che hanno perso la vita per combattere la mafia, quella vera. È davvero incredibile vedere un governo che getta fango e ombre sulle istituzioni e su servitori dello Stato solo per portare a casa una riforma che mira a salvare i politici e i governi dalle inchieste».

La replica: «Indignazione scomposta»

Nonostante le polemiche, Nordio ha respinto le accuse, definendo «scomposta» l’indignazione per le sue dichiarazioni e ribadendo di aver semplicemente citato opinioni espresse in passato da magistrati tra cui Nino Di Matteo. In un colloquio con il Corriere della sera, Nordio ha dichiarato di aver raccolto numerose dichiarazioni critiche sul correntismo e di essere pronto a citarle pubblicamente durante la campagna referendaria. Ha inoltre escluso qualsiasi rischio politico per il governo in caso di vittoria del No al referendum, affermando che la consultazione riguarda esclusivamente la riforma della giustizia e non la stabilità dell’esecutivo.

È morto il critico cinematografico e youtuber Federico Frusciante

È morto a 52 anni Federico Frusciante, noto su Internet per le recensioni e i video di analisi sul cinema pubblicati sul suo canale YouTube, che conta circa 120 mila iscritti. Nato a Pontedera nel 1973, aveva aperto a Livorno un negozio di videocassette e DVD a noleggio, chiamato Videodrome (omaggio al film di David Cronenberg), che in città – e non solo – era diventato un punto di riferimento per tanti cinefili e, in generale, un presidio culturale. E proprio nel suo videonoleggio (tenuto aperto fino al 2022) Frusciante aveva cominciato a pubblicare i primi video di critica cinematografica. Parallelamente all’attività commerciale, aveva costruito una forte presenza come divulgatore, tanto da essere invitato a tenere lezioni in ambito universitario e a far parte della giuria in festival internazionali. Di recente assieme a Davide Marra (Mr. Marra), Francesco Alò e Mattia Ferrari (Victorlaszlo88) aveva avviato il progetto collettivo I Criticoni.

È morto il critico cinematografico e youtuber Federico Frusciante
Federico Frusciante (YouTube).

Il ruolo di Giorgia Meloni nel divorzio Salvini-Vannacci

Neanche la suocera più invadente con la nuora più ribelle. Giorgia Meloni sembra aver gestito il divorzio tra Matteo Salvini e Roberto Vannacci come potrebbe fare una sovrana Windsor con il matrimonio in crisi dell’erede al trono. Una separazione diventata affaire di Stato, che sarebbe stata ‘controllata’ da remoto dagli sherpa più fidati della presidente del Consiglio.

Il ruolo di Giorgia Meloni nel divorzio Salvini-Vannacci
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Il braccio di ferro tra Lega e FdI sugli aiuti all’Ucraina

L’incrinatura dei rapporti tra il segretario leghista e il suo vice era evidente da mesi. E a metà settembre il raduno di Pontida ha fotografato una situazione che non poteva più essere risolta. La nomina di Vannacci a responsabile della campagna elettorale in Toscana e il risultato disastroso alle Regionali di ottobre hanno accelerato un processo irreversibile. Ma Salvini – si racconta – ha continuato a frenare per settimane. Sapeva che Vannacci se ne sarebbe andato, lo aveva confidato ai suoi ma continuava a ‘pregare’ il generale di ritardare l’annuncio. Fino a che qualcosa non si è rotto verso la fine dell’anno.

Il ruolo di Giorgia Meloni nel divorzio Salvini-Vannacci
Matteo Salvini e Roberto Vannacci a Pontida (Imagoeconomica).

Nel corso dell’ultima riunione del 2025, il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto che prorogava gli aiuti all’Ucraina. Salvini era assente, già in vacanza con la fidanzata a New York, e aveva lasciato solo il senatore Claudio Borghi a commentare. Via libera, quindi, fino al 31 dicembre 2026 all’autorizzazione a cedere «mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari» alle autorità governative ucraine, con «interventi a supporto delle attività di assistenza alla popolazione». A cui si aggiungeva la clausola di «priorità» agli aiuti logistici o sanitari, richiesta dalla Lega. Un compromesso al ribasso per gli ex lumbard ma su cui il partito della premier non intendeva cedere. Ed è in questo iato tra FdI e Lega che ha cominciato ad ‘agitarsi’ Vannacci, brandendo la sua contrarietà al decreto.

Il ruolo di Giorgia Meloni nel divorzio Salvini-Vannacci
Il senatore leghista Claudio Borghi (Imagoeconomica).

L’uscita di Crosetto: «Parleremo noi con Vannacci»

Il 7 gennaio Salvini era rientrato da Nyc – mai fatte vacanze così lunghe in anni – ed era sulle piste del Trentino con la figlia. Attilio Pierro e Davide Bergamini stavano per lasciare la Lega per passare a Forza Italia. A un deputato che lo ha incontrato, il capo ha domandato se era a conoscenza di altre fuoriuscite imminenti di colleghi. E quando lo sventurato gli ha fatto il nome di Edoardo Ziello e Rossano Sasso, Salvini ha risposto serafico: «Ah ma no… non intendevo loro, loro lo so, vanno con Vannacci». Tutto dunque era già deciso e noto un mese prima. Il punto di non ritorno si è però raggiunto giovedì 15 gennaio. Quel giorno, l’Aula di Montecitorio ha approvato la risoluzione di maggioranza sulle comunicazioni del ministro della Difesa, Guido Crosetto, impegnando il governo «a continuare a sostenere l’Ucraina» in coordinamento con Nato, Ue e alleati internazionali e valorizzando anche gli aiuti civili. Il dispositivo, nella parte sugli impegni, evitava il termine «militari» ma ne conteneva il riferimento nelle premesse. L’assemblea ha approvato il testo con 186 voti favorevoli, 49 contrari e 81 astenuti. Ma è sui voti leghisti che si è puntato il faro: sette erano assenti, otto in missione, due – Ziello e Sasso, appunto – hanno votato contro. Crosetto, intervenendo in Aula, ha difeso la necessità di continuare a sostenere Kyiv per proteggere popolazione e infrastrutture, evocando l’urgenza del contesto bellico per spiegare le ragioni dietro all’invio di mezzi ed equipaggiamenti. Terminato il discorso – si racconta -, si è avvicinato a un dirigente di peso della Lega e si sarebbe sfogato: «Il tuo capo non controlla più il partito. Parleremo noi con Vannacci».

Il ruolo di Giorgia Meloni nel divorzio Salvini-Vannacci
Galeazzo Bignami e Guido Crosetto (Imagecomica).

La premier ha preteso chiarezza prima dell’approdo in Aula del decreto

E probabilmente così deve essere stato. Da allora in poi nella Lega si è continuato a negare l’imminente uscita del generale, ma in FdI erano tutti certi dell’inevitabile rottura. E già si preparava la linea da tenere: Vannacci ha sbagliato i tempi, ha rotto troppo presto, un anno fino alle Politiche logorerebbe chiunque. È questa, del resto, la linea che prevale ora nel centrodestra dopo che la rottura si è consumata. Ma forse Matteo e il suo amico generale avrebbero aspettato ancora un po’ a lasciarsi. Forse – è il pensiero di alcuni – è stata Meloni a voler accelerare. Sicuramente, per la collocazione internazionale dell’Italia, la premier ha preteso chiarezza prima dell’approdo in Aula del decreto Ucraina.

Il ruolo di Giorgia Meloni nel divorzio Salvini-Vannacci
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Con la fiducia si è voluto “stanare” il generale

L’annuncio del divorzio Salvini-Vannacci risale a martedì 3 febbraio, i deputati vannacciani sono usciti dalla Lega venerdì 6, il decreto è approdato in Aula alla Camera lunedì 9. Una tempistica così scadenzata da sembrare programmata. Certamente, programmata è stata la reazione. L’idea di mettere la fiducia al decreto per ‘stanare’ il generale sarebbe tutta made in FdI.

Il ruolo di Giorgia Meloni nel divorzio Salvini-Vannacci
Edoardo Ziello, Rossano Sasso, Emanuele Pozzolo (Ansa).

Stando a quanto riferito da una fonte autorevole a L43, sarebbe stato il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, a prendere contatto con i leghisti per proporre la strategia ideata dalle parti di Palazzo Chigi. «Meloni vorrebbe mettere la fiducia, voi che ne pensate?», avrebbe chiesto Ciriani. L’emissario avrebbe inoltrato la proposta a Salvini, che non avrebbe trovato alcuna ragione per opporsi. Insomma, la fiducia sarebbe stata tutta farina del sacco della premier, e non una richiesta di Salvini come fatto attentamente trapelare sui quotidiani. «Ti voglio bene ma la mia strada è un’altra», ha scritto Vannacci a Salvini, stando alla narrazione leghista. Nei prossimi mesi forse capiremo cosa ha scritto alla ‘suocera’ Giorgia.

Il ruolo di Giorgia Meloni nel divorzio Salvini-Vannacci
Roberto Vannacci e sullo schermo alle sue spalle Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Dall’Italia: Un oro olimpico che sa di fantascienza

Un oro olimpico che sa di fantascienza

Il campione kazako Mikhail Shaidorov ha vinto l'oro nel pattinaggio artistico, sostenuto da colonne sonore di fantascienza.

Magari scarseggiano gli Oscar, Emmy o Golden Globe assegnati a opere di fantascienza, ma quest'anno possiamo quasi dire che il nostro genere preferito ha messo nella bacheca dei trofei un premio del tutto inaspettato: una medaglia d'oro olimpica, nella disciplina del pattinaggio artistico. Il merito va tutto al campione Mikhail Shaidorov, dal Kazakistan – magari non tuttissimo, un po' anche alla defiance del più quotato campione mondiale Ilia Malinin che si è auto danneggiato con una prestazione finale disastrosa – vincitore appunto della medaglia d'oro.... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Dall'Italia - 16 febbraio 2026 - articolo di S*

Editoria: Superstar, fantascienza iraniana

Superstar, fantascienza iraniana

La prima antologia di fantascienza Iraniana pubblicata in Italia, tradotta direttamente dal persiano. 

La casa editrice Future Fiction di Francesco Verso porta in Italia mette a segno un altro risultato eccezionale sul fronte della world science fiction, pubblicando per la prima volta in Italia una antologia di racconti di un'autrice iraniana, tradotta direttamente dalla lingua persiana. Si tratta di Superstar di Zoha Kazemi, un libro di grande interesse che apre al lettore italiano uno spaccato della società e della cultura persiane attraverso il linguaggio della fantascienza. Il libro è in doppia lingua, italiano e persiano. La quarta di copertina Superstar di Zoha... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Editoria - 16 febbraio 2026 - articolo di S*

Televisione: Ecco il primo trailer di Spider-Noir, serie Prime Video con Nicholas Cage

Ecco il primo trailer di Spider-Noir, serie Prime Video con Nicholas Cage

Direttamente dallo Spider-Verse arriva una versione più cupa e adulta dell'Uomo Ragno

Tra le serie supereroistiche più interessanti di questo 2026 (che in verità non porta molte nuove storie) troviamo lo spin-off dello Spider-Verse che vede Nicholas Cage interpretare una versione dell'uomo ragno arrivata direttamente dal multiverso. Spider-Noir è infatti la serie che esordirà su Prime Video il prossimo 27 maggio e che vede Cage ricoprire il ruolo del detective Ben Reilly, a cui l'attore ha precedentemente dato voce nel lungometraggio animato del 2018 Spider-Man: Into the Spider-Verse. Guarda il video: “Spider-Noir” – Authentic Black &... - Leggi l'articolo

 

SERIE TV - Televisione - 16 febbraio 2026 - articolo di Angela Bernardoni

Dall’estero: Barack Obama e gli alieni

Barack Obama e gli alieni

“Gli alieni esistono”, ha detto in un'intervista. Poi ha chiarito meglio cosa intendeva.

Gli alieni sono reali? ha chiesto Brian Tyler Cohen all'ex presidente americano Barack Obama. Obama, tutt'altro che stupito dal genere di domanda, ha risposto: Sono reali, ma io non li ho mai visti, e non sono conservati nella… come si chiama… Area 51. Per poi aggiungere, sibillinamente: A meno che non ci sia una cospirazione enorme al punto da nasconderli anche al presidente degli Stati Uniti. L'intervistatore gli ha poi chiesto Qual è la prima domanda alla quale ha voluto una risposta, una volta diventato presidente?, e Obama ha risposto... - Leggi l'articolo

 

Notizie - Dall'estero - 16 febbraio 2026 - articolo di S*

Trump e il miraggio americano della jobless growth

Nel 1996 Paul Krugman pubblicò su Harvard Business Review un saggio dal titolo tanto semplice quanto rivoluzionario: A Country Is Not a Company. Un Paese non è un’azienda. Dietro quella formula c’era un avvertimento preciso: applicare alla gestione di uno Stato la logica di una corporation porta a errori sistemici. Un’impresa massimizza il profitto, difende quote di mercato, chiude stabilimenti improduttivi. Una nazione no. Una nazione deve massimizzare redditi reali, occupazione diffusa, stabilità sociale e crescita sostenibile nel tempo. Krugman metteva in guardia contro la tentazione di leggere il deficit commerciale come una “perdita” e la bilancia dei pagamenti come un conto economico. In macroeconomia, spiegava, il saldo commerciale riflette equilibri tra risparmio e investimento, non la bravura o l’incapacità di un leader nel negoziare. Eppure, 30 anni dopo, la politica economica di Donald Trump sembra costruita proprio su quella fallacia: trattare gli Stati Uniti come se fossero una società impegnata in una trattativa permanente.

Trump e il miraggio americano della jobless growth
Paul Krugman (Ansa).

Il boomerang dei dazi e lo stop della Camera

I dazi ne sono l’esempio più evidente. Quando si colpiscono a livello tariffario partner come Canada e Messico, non si sta punendo un concorrente esterno, ma si stanno aumentando i costi di una filiera profondamente integrata. L’industria automobilistica, l’energia, la componentistica nordamericana funzionano come un ecosistema unico. Introdurre barriere significa rendere più costosa la produzione interna. Non a caso la questione è diventata così controversa da portare, l’11 febbraio, la Camera dei Rappresentanti a bloccare i dazi al Canada, un gesto politico raro che segnala quanto l’impatto economico sia percepito come problematico anche dentro gli Stati Uniti.

Trump e il miraggio americano della jobless growth
Il Congresso degli Stati Uniti d’America (Ansa).

Gli Stati Uniti nella trappola della jobless growth

Quando i costi salgono e l’incertezza aumenta, le imprese reagiscono in modo prevedibile: rallentano le assunzioni. È qui che si inserisce il secondo grande elemento di questa fase economica, la cosiddetta febbre da investimenti nell’intelligenza artificiale. Gli Stati Uniti stanno vivendo un’ondata massiccia di CapEx (investimenti in conto capitale per acquistare o mantenere immobili, macchinari ma anche software e brevetti) destinata a data center, semiconduttori, infrastrutture energetiche e reti. JPMorgan stima che la spesa in data center possa aggiungere fino a 20 punti base al Pil, mentre Bridgewater parla di un impatto macroeconomico significativo nel biennio 2026-27. Ma la crescita degli investimenti non coincide automaticamente con la crescita dell’occupazione. Gran parte di questa spesa è capital intensive, non labour intensive. Molti miliardi finiscono in hardware, chip, supply chain globali. Barron’s e analisti di JPMorgan hanno parlato apertamente di un disaccoppiamento tra investimenti e lavoro: CapEx in aumento, assunzioni in rallentamento. È la dinamica della jobless growth, cioè crescita senza occupazione diffusa. Finché la costruzione di data center e infrastrutture procede a ritmo sostenuto, il Pil appare solido. Ma se il mercato del lavoro non accelera, l’economia si regge su una base fragile.

Trump e il miraggio americano della jobless growth
Un’agenzia per il lavoro a Los Angeles (Ansa).

Il mix fatale di lavoro stagnante ed elevato costo della vita

La fragilità diventa evidente guardando le famiglie. Negli Stati Uniti i tassi medi sulle carte di credito si aggirano attorno al 21 per cento. Significa che milioni di famiglie finanziano la spesa quotidiana a costi finanziari estremamente elevati. Se i prezzi dei beni restano alti, anche per effetto dei dazi e delle tensioni commerciali, e le assunzioni non crescono in modo significativo, il reddito reale si erode. Non è necessario che si verifichi una disoccupazione di massa per generare stress economico. È sufficiente una combinazione di lavoro stagnante e costo della vita elevato per comprimere i consumi. Quando i consumi rallentano, le imprese iniziano a tagliare davvero. Ed è qui che si materializza la hard landing. Non come un crollo improvviso e spettacolare, ma come una sequenza progressiva e non lineare. I costi aumentano, le assunzioni si congelano, le famiglie riducono la spesa, il ciclo degli investimenti rallenta, e ciò che sembrava semplice prudenza si trasforma in contrazione occupazionale. La transizione da poche assunzioni a licenziamenti può avvenire in pochi trimestri se la fiducia si incrina. A complicare il quadro contribuisce il contesto geopolitico. Politiche commerciali aggressive, tensioni con alleati storici, frizioni nel Nord America e posture internazionali controverse aumentano il premio di rischio. In un’economia moderna la fiducia è un moltiplicatore potente. Se l’incertezza cresce, gli investimenti diventano più cauti e le decisioni di assunzione più conservative.

Trump e il miraggio americano della jobless growth
Un supermercato a New York (Ansa).

Cosa succede se la spinta si ferma?

Krugman non sosteneva che il commercio fosse irrilevante. Sosteneva che interpretarlo come una gara tra aziende fosse un errore concettuale. Governare una nazione come se fosse un’azienda può produrre politiche che alzano i costi interni, comprimono i redditi reali e aumentano la vulnerabilità sistemica. Oggi gli Stati Uniti non sono formalmente in recessione. Ma mostrano segnali di squilibrio: investimenti concentrati e poco intensivi di lavoro, mercato occupazionale che non accelera, famiglie fortemente indebitate a tassi elevati, politiche tariffarie che aumentano i costi domestici. Questa combinazione può reggere finché la spinta del CapEx sostiene il Pil. Il problema è cosa accade quando quella spinta si attenua. Il rischio ora non è il fallimento in senso contabile. È l’erosione progressiva della base economica e sociale che sostiene la crescita. Quando si governa una nazione come fosse un bilancio aziendale, il pericolo non è perdere una trattativa. È perdere l’equilibrio macroeconomico che tiene insieme un sistema complesso.

Midterm, la carta dem contro Trump: tre outsider senza niente da perdere

Non è da tutti essere un politico e ritrovarsi circondato da persone che vogliono un selfie. Certo, magari aiuta essere un volto noto della musica che ha appena scelto di scendere in campo. È quello che è successo lo scorso autunno a Washington, come raccontato dal New York Times, a Bobby Pulido, 52enne star della musica Tex-Mex. Uno che sul comodino ha non uno, ma ben due Latin Grammy. E ora ha deciso di stoppare la carriera da cantante per tentare l’impresa di conquistare con il Partito democratico il 15esimo distretto del Texas, dal forte dna repubblicano. Non è l’unico profilo che sorprende tra gli outsider dem in vista delle elezioni di metà mandato in programma a novembre del 2026. Oltre a Pulido ci sono anche un agricoltore e un 31enne paracadutista antincendio. Tutti in corsa in circoscrizioni dove nel 2024 Donald Trump ha (stra)vinto con almeno una decina di punti percentuali di vantaggio. Mission impossible. O forse no.

«Poca esperienza? Non è un problema in un’elezione come questa…»

Per qualcuno la scarsa esperienza di questi candidati potrebbe diventare un’arma a favore. Il deputato newyorkese Hakeem Jeffries, leader della minoranza alla Camera, ha detto al Nyt: «Questo aspetto non è un problema in un’elezione che privilegia il cambiamento. Anzi, potrebbe essere un punto di forza». Il suo ottimismo si basa sulla serie di risultati positivi che i dem hanno ottenuto alle urne negli ultimi mesi. Alcuni davvero a sorpresa, come la performance di Taylor Rehmet che alle elezioni speciali di fine gennaio si è portato a casa un seggio al Senato del Texas, vincendo in una circoscrizione in cui nel 2024 Trump aveva battuto Kamala Harris di 17 punti. E mentre i repubblicani parlano di «campanello di allarme», i democratici appaiono galvanizzati e convinti dell’opera di scouting iniziata subito dopo le Presidenziali del 2024 per inquadrare profili adatti a competere in aree dove sembravano spacciati.

Midterm, la carta dem contro Trump: tre outsider senza niente da perdere
Il democratico Hakeem Jeffries, leader della minoranza alla Camera (foto Ansa).

Proprio come quella in cui si presenta Pulido. Il Texas è uno Stato profondamente e storicamente conservatore. Una condizione che i repubblicani hanno provato a blindare ridisegnando i collegi elettorali nel 2025. Nonostante questo, gli strateghi del partito democratico credono che il cantante abbia tutte le carte in regola per mettere in discussione il colore di un seggio che Trump ha vinto con 18 punti di scarto.

Pulido ha chiamato il figlio come il suo fucile preferito

Cinque candidature e due vittorie ai Latin Grammy, Pulido è figlio di un bracciante agricolo immigrato, ha appoggiato l’espulsione dei criminali dal Paese e ha chiamato il suo primogenito Remington, in omaggio al suo fucile preferito tra le decine e decine di armi che possiede. Insomma, un po’ lontano dallo stereotipo del classico dem. E ancora di più da quello del neosocialista sulla scia di Zohran Mamdani e Alexandria Ocasio-Cortez.

Midterm, la carta dem contro Trump: tre outsider senza niente da perdere
Zohran Mamdani e Alexandria Ocasio-Cortez (da Fb).

«Mi ascolterà anche chi ha sempre votato i repubblicani, perché abbiamo un legame culturale», ha spiegato lui in attesa della formalità delle Primarie di marzo. Effettivamente la sua fama e la sua musica potrebbero rappresentare una sorta di lasciapassare di cui i dem non avevano mai goduto in terra texana.

Ager, l’agricoltore che «non ha l’aspetto giusto»

Anche Jamie Ager, 47 anni, a una prima occhiata non matcha granché con l’immagine del dem per antonomasia. «Non sono tanti i democratici tra gli agricoltori bianchi delle zone rurali», ha ammesso lui stesso, super favorito alle Primarie per la candidatura in un distretto della Carolina del Nord. Gli elettori di quell’area da vent’anni premiano solo i repubblicani e sono rimasti sorpresi quando Ager ha svelato a quale partito appartiene: «Dicono che non ho l’aspetto giusto», ha aggiunto prima di ricordare la storica militanza politica della sua famiglia: il fratello è un deputato statale, mentre il nonno, decenni fa, è stato eletto al Congresso. «Fa parte di ciò che sono», ha concluso riferendosi alla sua casacca blu dell’Asinello.

Forstag, il paracadutista contro i tagli voluti da Musk

E se Ager pensa di ottenere la poltrona facendo leva sul malcontento della gestione repubblicana dopo l’uragano Helene, nel Montana (dove Trump ha battuto Harris di una ventina di punti percentuali) Sam Forstag, un paracadutista antincendio poco più che trentenne, ha deciso di fare il grande passo perché frustrato dall’attuale amministrazione dopo i tagli nel settore forestale voluti da Elon Musk quando era al Dipartimento per l’efficienza governativa (Doge). «Sono i poveri lavoratori che vengono fregati mentre qualcun altro si arricchisce. È sempre la solita dannata storia», ha attaccato Forstag, che è anche leader sindacale.

Secondo il già citato deputato Jeffries, il progressivo calo dell’approvazione nei confronti di Trump darebbe un’ulteriore spinta ai candidati democratici: «Fin dall’inizio, la nostra teoria era che ci sarebbero state opportunità di espansione. Sapevamo che il presidente e la sua amministrazione si sarebbero spinti troppo oltre e così stanno facendo», ha spiegato al New York Times. La vede diversamente Mike Marinella, portavoce della sezione elettorale dei repubblicani alla Camera: «Inseguono miraggi politici. Fantasticano di conquistare distretti in cui non vinceranno mai, mentre sprecano soldi per difendere una lunga lista di seggi, molto vulnerabili, su cui siedono i loro membri più radicali». Basta aspettare nove mesi per scoprire chi ha ragione.

Gli invasati delle startup IA e l’ipocrisia della settimana schiavista da 72 ore

La pressione sui lavoratori nelle startup dell’intelligenza artificiale non nasce dal nulla: è costruita, coltivata, narrata. Si chiama 996, dalle 9 del mattino alle 9 di sera, sei giorni su sette, 72 ore a settimana. Praticamente schiavismo retribuito. E chi non è convinto da questa prospettiva, semplicemente non fa parte della squadra. Rilla, startup newyorkese che vende sistemi IA per monitorare agenti commerciali, lo ha scritto in modo spudorato nel suo annuncio di lavoro: «Non candidarti se non sei entusiasta di lavorare 70 ore a settimana». Si cercano persone «come atleti olimpionici, ossessionate e con ambizione infinita». Will Gao, responsabile della crescita dell’azienda, spiega che il modello è persino flessibile: «Se ho un’idea su cui sto lavorando, posso stare fino alle 2 o 3 di notte, poi arrivare in ufficio il giorno dopo a mezzogiorno».

Gli invasati delle startup IA e l’ipocrisia della settimana schiavista da 72 ore
Will Gao di Rilla (foto da LinkedIn).

L’ipocrisia strutturale della diversità di compensi

Si tratta tuttavia di un’ipocrisia strutturale che raramente viene messa a fuoco: i ritmi di lavoro sono gli stessi per tutti, ma le ricompense non lo sono affatto. Su Reddit, la comunità tecnologica non si perde in chiacchiere. Scrive un utente: «La 996 ha senso se sei il fondatore e stai investendo l’anima nell’azienda. Per tutti gli altri, il rapporto rischio-guadagno non regge. Ho avuto un fondatore completamente scollegato dalla realtà che si lamentava dei dipendenti che volevano un equilibrio vita-lavoro. Gli ho detto: tu ti stai giocando tutto. Gli altri pensano a sé stessi, giustamente». Gli fa eco un altro, che dice: «Non capisco perché si aspettino che tutti gli altri tengano all’azienda quanto loro. Letteralmente non ricevono le stesse ricompense».

Neolaureati sfruttati e buttati fuori quando saranno esausti

Non si tratta solo di un ragionamento etico, è anche un problema di mercato. Come infatti osservano diversi ingegneri senior nei forum, nessun professionista con esperienza accetta queste condizioni. Chi ci va sono i neolaureati, convinti di costruire il futuro. Chi li sfrutta sa che tra uno o due anni li butterà fuori, esausti, e ne troverà altri. E questa è un’altra contraddizione che moltissimi lavoratori del settore trovano insopportabile e che raramente viene espressa con tale chiarezza.

Gli invasati delle startup IA e l’ipocrisia della settimana schiavista da 72 ore
Molte startup nel mondo dell’IA non tengono conto dell’equilibrio vita-lavoro (foto Unsplash).

La produttività è schizzata, ma anche lo stress

In uno dei tanti commenti, si legge anche il ricordo di un operaio con esperienza pluridecennale: «Venti, trent’anni fa ci dissero la stessa cosa con i macchinari Computer Numerical Control: “Lavorerete molto più velocemente con molto meno sforzo!”. Qualcuno osava persino parlare di settimana lavorativa di quattro giorni. Alla fine, era solo una scusa per avere meno lavoratori che facessero di più. La produttività è schizzata, ma il singolo operaio è più impegnato e stressato che mai».

La cultura del sacrificio porta a un burnout quasi inevitabile

A smontare il mito del fondatore insonne e della cultura del sacrificio venduta a caro prezzo dalla Silicon Valley ci si è messo anche un peso massimo proprio della Valley come Deedy Das, partner di Menlo Ventures, uno degli storici fondi di venture capital che da 50 anni investe in nuove tecnologie. Ha spiegato alla Bbc che la convinzione che ore lunghe equivalgano a maggiore produttività è una fallacia: «Costringere le persone a lavorare senza sosta aliena chi ha una famiglia o esperienza. Il burnout è quasi inevitabile». Anche la ricerca scientifica conferma che orari prolungati comportano un aumento di stress, burnout, calo della qualità del lavoro e maggiore rischio di errori. E in un settore dove la concentrazione e la riflessione sono essenziali, questi non sono aspetti secondari».

Gli invasati delle startup IA e l’ipocrisia della settimana schiavista da 72 ore
L’ipocrisia dell’iper-produttività e la trappola che porta al burnout (foto Unsplash).

Ci si mette poco a smontare la narrazione della corsa all’oro

Così, in quella che viene definita la corsa all’oro del XXI secolo, ci si mette poco a smontare la narrazione: «Non è una corsa all’oro se le aziende che possiedono le miniere e vendono il metallo ti mettono nel mezzo», fa notare un utente, mentre un altro aggiunge: «Le persone che si sono arricchite nella corsa all’oro vendevano pale e setacci». Il riferimento, neanche troppo velato, è a Nvidia, che nel 2024 ha macinato profitti record vendendo le GPU necessarie ad addestrare i modelli AI.

Vogliamo tenere conto del benessere di chi lavora?

La domanda a questo punto diventa politica: vogliamo un ecosistema in cui il successo si misuri in velocità, valutazioni e quote di mercato, oppure uno che tenga conto del benessere di chi costruisce il futuro ogni giorno? C’è da dire che la cultura 996 non è universale. In Germania, per esempio, lavorare più di 10 ore consecutive è illegale: se il dipendente ha un incidente oltre quel limite, il datore di lavoro risponde penalmente. In Danimarca la settimana lavorativa standard è di 37 ore, in Francia di 35. La direttiva europea sull’orario di lavoro fissa un tetto di 48 ore medie settimanali, comprensive di straordinari. Qualcuno dovrebbe ricordarlo anche agli invasati imprenditori americani.

L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi

Il mercato è libero e concorrenziale soltanto se a vincere la competizione è il più forte. Non servirebbero test dimostrativi per verificare questa verità di fatto. Ma giusto a beneficio dei più recalcitranti, di coloro che insistono nel credere nel mito della libera concorrenza, bisogna raccontare il pasticciaccio brutto sorto intorno all’attribuzione, per il mercato francese, dei diritti audiovisivi sul Mondiale di calcio in Canada-Messico-Usa, programmati per l’estate del 2026. Una vicenda che si risolve in un mero atto di forza, grazie all’esercizio di un potere fuori scala sia sul piano finanziario sia sul piano politico. Davanti a un tale sfoggio muscolare, le regole del mercato possono tranquillamente essere messe fra parentesi. Sempre che parlare di regole abbia ancora un senso.

Mercato dei diritti audiovisivi sul calcio, che sofferenza

Per inquadrare la vicenda bisogna partire da una premessa: lo stato di sofferenza denotato dal mercato dei diritti audiovisivi sul calcio. Una condizione che comincia a manifestarsi in modo diseguale, ma che comunque fa da monito anche per i mercati più ricchi, che da questa crisi crisi potrebbero essere investiti in un secondo tempo. Come a più riprese evidenziato in passato da Lettera43, il caso francese fa da avanguardia di uno stato di sofferenza che per contagio potrebbe toccare altre leghe nazionali europee. Leghe accomunate da una struttura dei ricavi in cui le entrate dai diritti audiovisivi assorbono una quota nettamente maggioritaria.

La sfida ambiziosa e rischiosa del canale tivù della Lega francese

E tuttavia, proprio in Francia è stata cercata una soluzione: la creazione di un canale televisivo della Ligue de Football Professionnel (Lfp), la lega che raduna i club di Ligue 1 e Ligue 2. È nata così Lfp Media. Una sfida tanto ambiziosa quanto rischiosa, quella di autoprodurre e distribuire il prodotto televisivo. Soprattutto, una sfida che dalla dirigenza della Lfp è stata etichettata come riuscita. Si parla di 1,2 milioni di abbonati, cifra che negli auspici potrebbe crescere man mano che il progetto si consolida.

L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
Il Psg festeggia il titolo del 2024/2025 (Ansa).

Forte di questo progetto industriale che ha margini di crescita, la Lfp ha azzardato la mossa del cavallo: acquisire i diritti televisivi del Mondiale in calendario per i prossimi mesi di giugno e luglio. Una scommessa che, oltre a garantire a Lfp Media un incremento di abbonati stimato in 200 mila nuovi utenti, permetterebbe di dare al progetto un posizionamento strategico nell’ecosistema mediatico francese. Rispetto a questa offerta, tutto quanto sembrava andare per il meglio. Le fonti della Lfp hanno riferito che dalla Fifa sono giunti segnali positivi e pareva che la forma dell’accordo fosse a un passo. Ma a quel punto è entrata in gioco la variabile che cambia completamente le carte in tavola: quella del Qatar.

La forza dell’emiro che azzera la competizione

La storia del massimo campionato francese andrebbe divisa in due epoche: avanti-Qsi e dopo-Qsi. Perché l’irruzione del fondo sovrano Qatar sports investments come proprietario del Paris Saint-Germain, a partire dal 2011, ha completamente cambiato il panorama e creato una condizione di massima anomalia. La potenza finanziaria dell’emirato ha di fatto azzerato la competizione nel campionato francese, monopolizzato dal Psg. Che dal 2013 in poi ha lasciato alle avversarie soltanto due titoli su 13.

Il Qatar e il canale specializzato beIN Sports

Ormai in Ligue 1 si corre soltanto per il secondo posto, con grande disappunto dei tifosi degli altri club che sul web hanno riformulato la sigla Psg in Qsg (Qatar Saint-Germain). Le polemiche sul fatto che un club sportivo sia controllato da uno Stato-nazione, con lo squilibrio di forza finanziaria che tocca patire alle concorrenti, sono già passate di moda. Sostanzialmente silenziate. Inoltre, tramite il plenipotenziario dell’emirato per le questioni sportive Nasser Al-Khelaïfi, Qsi è entrato pesantemente nel mercato dei diritti audiovisivi tramite il canale specializzato beIN Sports, emanazione del colosso globale Al Jazeera. E proprio qui sta il punto attorno al quale è scoppiato il caso dei diritti televisivi per il Mondiale 2026.

L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi

Il canale tematico del Qatar è già titolare per il mercato francese dei diritti televisivi sulla successiva edizione del Mondiale, quella che nel 2030 si svolgerà in MaroccoPortogalloSpagna. Il suo management ha temporeggiato nel trattare i diritti dell’edizione 2026, ma con l’ingresso in scena del canale televisivo della Lfp si è svegliato e ha organizzato la reazione.

Quei 60 milioni sul piatto che hanno fatto cambiare idea a Infantino

È stata effettuata una manovra di inserimento nella trattativa quando l’accordo tra Fifa e Lfp era quasi chiuso. Sul tavolo è stata piazzata un’offerta più alta: 27 milioni di euro, che aggiunti ai circa 34 milioni di euro per l’edizione 2030 permettono di sfondare il tetto dei 60 milioni di euro iniettati nelle casse Fifa. A quel punto i gentiluomini della confederazione calcistica mondiale hanno scelto di rimangiarsi l’accordo quasi raggiunto con la lega francese. Fine della storia.

Qatar Airways guarda caso è pure nella rosa dei main sponsor Fifa

Ovvio che quelli della Lfp non l’abbiano presa bene. A partire da Nicolas de Tavernost, direttore generale di Lfp Media. Che per la rabbia ha rassegnato le dimissioni dall’incarico. Lui può farlo. Un po’ meno possono mostrare rimostranze gli altri dirigenti della Lfp, perché c’è una situazione di promiscuità irrisolvibile: il Psg è membro della Lfp, dunque il nemico è in casa. E ha alle spalle un soggetto economico-finanziario che, se gli gira, si compra l’intera lega. Soprattutto, c’è la questione del rapporto diretto fra Al-Khelaïfi e il presidente della Fifa, Gianni Infantino. Con tanto di presenza di Qatar Airways nella rosa dei main sponsor Fifa.

L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
Gianni Infantino (Ansa).

Ci prendono anche per i fondelli…

Facile pensare che all’uomo forte di Qsi sia bastato alzare il telefono e chiamare l’amico Gianni per cambiare l’esito delle trattative sui diritti per il Mondiale 2026. Al cospetto di questa ipotesi, fonti vicine ad Al-Khelaïfi hanno smentito: il boss di Qsi non si sarebbe interessato al dossier, che invece è stato gestito direttamente dal presidente di BeIN, Yousef Al-Obaidly. Cioè il braccio destro di Nasser Al-Khelaïfi. Che almeno ci evitino la presa per i fondelli, su.

Il meglio: Fantascienza.com, il meglio della settimana dei rettiloni

Fantascienza.com, il meglio della settimana dei rettiloni

Il trailer di War Machine, gli spot del Superbowl, la fantascienza di febbraio, il ritorno dei dinosauri di Spielberg, Stranger Things a teatro nella settimana di Fantascienza.com

Torna Monarch, il prequel di Godzilla, su Apple TV. E vedremo un'altra bella dose di Kaiju i, i mostri giganti giapponesi. Kaiju significa “strana bestia”, I Kaiju hanno una loro classificazione (Yoju, Honju, Dai-Kaiju a seconda della grandezza), ma dal punto di vista tassonomico, cioè della classificazione biologica, cosa sono? Sappiamo per esempio che i dinosauri non sono rettili (come molti pensano), ma una classe a parte, più vicina agli uccelli (anzi, secondo le classificazioni moderne gli uccelli sono una sottoclasse dei dinosauri). Anche la grande famiglia... - Leggi l'articolo

 

Notizie - Il meglio - 15 febbraio 2026 - articolo di S*

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario

Sicuramente è una storia di successo. Parliamo del Como Calcio 1907, tornato in Serie A nella stagione 2024-2025 e subito proiettato verso l’élite del calcio italiano con la prospettiva di affermarsi anche nello scenario internazionale. Altrettanto indiscutibile è che la squadra allenata dal tecnico catalano Cesc Fabregas stia giocando un calcio di alta qualità, che ne legittima lo statuto emergente. Ma il Como può essere anche proposto come un modello? Be’, qui il discorso cambia.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario

Lo strapotere del denaro e il rischio di veder falsare l’equità competitiva

Il Como è un esperimento che si sottrae a qualsiasi tipizzazione. Lo è sotto diversi punti di vista, a partire da una peculiare pretesa di essere il principale agente di un progetto di sviluppo territoriale al cui tavolo la società politica e quella economica si stanno “attovagliando” in modo parecchio succube. Ma questo è un piano della questione che andrebbe affrontato a parte. Ciò che qui interessa è la dimensione economico-finanziaria del club lariano. Che rispetto al suo bacino d’utenza è un Ogm, un organismo geneticamente modificato: un soggetto che una volta di più certifica nel calcio lo strapotere del denaro e il rischio di veder falsare qualsiasi traccia di equità competitiva. Basta illustrare le cifre dell’ultimo esercizio di bilancio per comprendere l’abnormità del caso.

Un’inesauribile iniezione di soldi da parte della proprietà

Già i dati del precedente esercizio, quello chiuso il 30 giugno 2024, fornivano un’istantanea efficace. Quei numeri facevano riferimento alla stagione della promozione dalla Serie B alla Serie A. Passando in rassegna l’analitico delle voci sul valore della produzione, è sufficiente lasciare parlare le cifre.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario

Ricapitolando: nella stagione 2023-24 i ricavi da botteghino (abbonamenti più biglietti) ammontavano a 1,546 milioni di euro e contribuivano al fatturato per il 15,75 per cento. La somma delle voci da sponsorizzazioni, pubblicità e proventi commerciali offriva numeri poverissimi: 652 mila euro, il 6,64 per cento del fatturato. C’era quindi una voce residua e generica etichettata come “altri ricavi e proventi diversi”, che fruttava la marginale cifra di 261 mila euro, incidendo per il 2,66 per cento.

I fratelli indonesiani Hartono e il loro manager di fiducia Mirwan Suwarso

I proventi da movimento calciatori (plusvalenze, prestiti, premi di valorizzazione et similia) si attestavano a zero. Insomma, un valore della produzione che non toccherebbe i 2,5 milioni di euro: livello da bassa Serie B/alta Lega Pro. Ma poi, a completare il quadro, ecco la voce “contributi in conto esercizio”. Che sono i versamenti dell’azionista di riferimento, la Sent Entertainment, emanazione dei ricchissimi fratelli indonesiani Hartono che controllano il Como attraverso il loro manager di fiducia Mirwan Suwarso.

LEGGI ANCHE: I ricchissimi padroni indonesiani del Como, gli affari con le sigarette e il progetto nel calcio

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Il presidente del Bologna Joey Saputo con Mirwan Suwarso (foto Ansa).

Pompato nelle casse del club tre quarti del valore della produzione

E già il fatto che questa iniezione di denaro sia stata inserita sotto la rubrica del valore della produzione è indicativo. A ogni modo, durante l’esercizio 2023-24 la proprietà ha pompato nelle casse del club lariano 7,356 milioni di euro, corrispondente al 74,95 per cento del valore della produzione. Proprio così: stiamo parlando dei tre quarti del totale.

Copertura delle perdite e aumento dei diritti televisivi

Inoltre è stata predisposta una riserva per copertura perdite da 49 milioni 698 mila 453 euro che di fatto ha permesso di assorbire le perdite di esercizio, che toccavano quota 47 milioni 756 mila 634 euro. Le cifre relative al penultimo esercizio fanno da premessa, anche perché il salto dalla Serie B alla Serie A comporta una serie di cambiamenti nella struttura dei ricavi che deve tenere conto innanzitutto dei diritti televisivi. Proprio questa voce ha contribuito a fare impennare il valore della produzione, che è passata dagli 8,27 milioni dell’ultima stagione di Serie B ai 49,476 milioni della prima stagione di A.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Nico Paz, trascinatore del Como (foto Ansa).

Il totale del valore della produzione nel 2024-25 ha toccato quota 55,397 milioni di euro, coi “proventi da cessione dei diritti televisivi” che hanno contribuito per 31,782 milioni, il 57,3 per cento. Il valore della cessione delle prestazioni, pur balzando da 1,546 milioni di euro a 5,921 milioni di euro, è rimasto un decimo nella struttura dei ricavi. Si segnala la conferma della voce “contributo in conto esercizio”: 4,671 milioni, in chiara diminuzione rispetto all’anno precedente.

Il Como spende il triplo di ciò che produce

Tuttavia, c’è un’altra voce che richiama l’attenzione. Si trova nella rubrica del passivo e riguarda i “versamenti a copertura perdite”. Nel bilancio al 30 giugno 2024, come si è visto, ammontavano a oltre 49 milioni. Nel bilancio al 30 giugno 2025 sono balzati a 135 milioni 491 mila 818 euro. Una cifra sensazionale, così come è eclatante lo scarto tra valore della produzione e costo della produzione: 55 milioni 396 mila 617 euro contro 156 milioni 610 mila 937 euro, con una differenza in negativo di 103 milioni 214 mila 320 euro. Il Como spende il triplo di ciò che produce.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario

Di fatto, il Como si mantiene in equilibrio e costruisce una crescente competitività sportiva grazie alla continua provvista di denaro dell’azionista di riferimento. Quanto continua? Lasciamocelo dire dal testo della nota integrativa al bilancio, paragrafo dedicato alla continuità aziendale.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario

Come si evince dalla lettura, tutti i santi mesi (e spesso due volte al mese) c’è stata iniezione di denaro nelle casse della società. In particolare, vanno segnalati i due versamenti del mese di giugno, quello della chiusura di esercizio: 3,6 milioni di euro il giorno 6 e poi 8,5 milioni di euro il giorno 23, per un totale di 12,1 milioni di euro. C’è da aggiungere che, come è prassi nelle note integrative, è stato dato conto anche di alcuni fatti rilevanti avvenuti nel periodo compreso fra la data di chiusura dell’esercizio annuale e quella dell’approvazione del bilancio da parte dell’assemblea dei soci (fine ottobre 2025).

I principi del fair play finanziario ormai ridotti a simulacro

Anche durante questo lasso di tempo c’è stato un continuo apporto di liquidità. Impressionante quello del mese di ottobre, con tre versamenti rispettivamente da 2 milioni di euro (il giorno 2), da 15,5 milioni di euro (il giorno 10) e da 10,5 milioni di euro (il giorno 24). Il totale fa 28 milioni di euro. In un solo mese. Un indice di costi crescenti che nemmeno le società metropolitane da Champions League riuscirebbero ad affrontare in questa misura. Il Como può. Tanto più che i sacrosanti principi del fair play finanziario sono ormai ridotti a simulacro.

Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie


Matteo Salvini vuole diventare la terza mascotte di Milano-Cortina 2026. Dopo Milo e Tina, il segretario leghista – da una vita ‘Teo’ per gli amici – vuole essere il politico più visto delle Olimpiadi invernali in corso. Ed è così che, mentre precetta ottenendo il rinvio dello sciopero del trasporto aereo, ha i piedi ancorati alle piste sulle Dolomiti.

Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Matteo Salvini alla mostra Dal sogno alla realtà (Imagoeconomica).

Il segretario della Lega cavalca i Giochi

Mercoledì a Roma c’è stata la riunione del Consiglio dei ministri che ha dato il via libera alle nuove norme sull’immigrazione ma lui non c’era: la priorità era la pista del bob, tanto criticata dagli avversari politici, che ha regalato due medaglie d’oro all’Italia nel doppio maschile e femminile di slittino. Giovedì Salvini ha rilanciato sui social un video con Federica Brignone dopo il trionfo nel SuperG.

Insomma, in questa prima settimana di Giochi ha abbandonato piste e stadi solo per visitare la mostra allestita nella stazione centrale di Milano, Dal sogno alla realtà. Sulle Olimpiadi, appunto. Ma c’è da giurare che anche la prossima sarà così. Salvini lo ha spiegato bene venerdì ai suoi, riuniti per il consiglio federale della Lega. «È solo grazie al lavoro della Lega che l’Italia ha ottenuto queste Olimpiadi», ha rivendicato, «ed è mia intenzione occupare lo spazio che ci spetta per tutta la durata dell’evento. L’immagine delle Olimpiadi deve essere l’immagine della Lega».

Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
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Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie

Stefani in secondo piano mentre Zaia è una trottola

Ed è così che il segretario di via Bellerio non ha intenzione di togliere le tende fino alla fine della manifestazione, Paralimpiadi comprese. «Non crediate che mi diverta», ha detto ai suoi, «ma è il mio dovere». E la presenza di Salvini non è passata inosservata sulle piste. Qualche calice di buon vino in mano, un super pass per arrivare ovunque, sarebbe stato visto spesso in compagnia dell’amico albergatore veneziano, Fabio Depietri. Più sotto traccia la presenza del governatore veneto, Alberto Stefani. Quanto a Luca Zaia, che con l’idea di schierare Cortina ha avuto un ruolo centrale nella candidatura, è una trottola: riceve Sergio Mattarella e Giovanni Malagò (che aveva anche inaugurato Il Fienile, il videopodcast dell’ex Doge), fa video e selfie con gli atleti e i turisti venuti da tutto il mondo, cucina gli gnocchi della Lessinia, mentre il suo successore non sembra puntare troppo sull’evento, limitandosi a qualche post di congratulazioni per le medaglie sui social.

E, raccontano, non era tra le autorità a ricevere il capo dello Stato al suo arrivo giovedì a Cortina. Per tifare Brignone, la cittadina veneta poteva contare su Mattarella e le Frecce Tricolori. E su un governatore arrivato con 20 minuti di ritardo.

Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie

Nucleare, perché la Cina non vuole partecipare a negoziati con Usa e Russia

Prima di negoziare, va stabilito un rapporto tra pari. O, meglio, una potenza di fuoco simile. In estrema sintesi è questa la posizione che la Cina ha assunto sulle armi nucleari, dopo la fine dell’accordo New START tra Stati Uniti e Russia. Una posizione che ricorda quella presa già sul cambiamento climatico. Tradotto: Pechino si dice disposta a ridurre le emissioni, ma seguendo i suoi tempi e non le pressioni dell’Occidente. Questo perché ritiene di avere il diritto di completare il proprio processo di sviluppo e industrializzazione prima di adeguarsi agli standard richiesti da altri attori (in primis l’Europa, dopo la ritirata climatica degli Usa di Donald Trump). Lo stesso ragionamento viene applicato sull’arsenale nucleare, in fase di fortissimo ampliamento ma comunque ancora lontano dai livelli di Washington e Mosca.

Nucleare, perché la Cina non vuole partecipare a negoziati con Usa e Russia
Xi Jinping alla parata militare del 3 settembre 2025 a Pechino (Ansa).

L’arsenale atomico di Pechino non è comparabile a quelli russi e americani

Pechino osserva la scadenza del trattato tra Stati Uniti e Russia con una postura apparentemente ambigua: da un lato esprime «rammarico» per la fine di un accordo ritenuto importante per la stabilità strategica globale, dall’altro ribadisce che non ha alcuna intenzione di sedersi al tavolo di nuovi negoziati trilaterali come invece chiesto da Trump. Questa apparente contraddizione riflette una visione coerente del ruolo che la Cina ritiene di occupare oggi e, soprattutto, del ruolo che intende occupare domani. Il cuore dell’argomentazione cinese è semplice e viene ripetuto con costanza da anni: gli arsenali nucleari non sono comparabili. Stati Uniti e Russia possiedono insieme circa il 90 per cento delle testate nucleari mondiali e continuano a misurarsi su numeri che superano di gran lunga quelli cinesi. Per Pechino, essere chiamata a partecipare a negoziati di riduzione o di congelamento degli arsenali significherebbe cristallizzare una disuguaglianza storica. In altre parole, accettare regole scritte da altri, in un momento in cui il proprio potenziale militare non ha ancora raggiunto una soglia ritenuta adeguata allo status di grande potenza.

Nucleare, perché la Cina non vuole partecipare a negoziati con Usa e Russia
Missili nucleari strategici intercontinentali a propellente liquido DF-5C (Ansa).

La corsa militare cinese va oltre il «deterrente minimo»

Negli ultimi anni, questa posizione si è intrecciata con un dato di fatto sempre più evidente: la Cina sta ampliando il suo arsenale nucleare a una velocità senza precedenti. Le stime più accreditate parlano di oltre 100 nuove testate aggiunte ogni anno, di un’espansione massiccia delle infrastrutture missilistiche e di un rafforzamento simultaneo di tutte le componenti della triade nucleare, peraltro esposta in bella mostra durante la grande parata militare dello scorso 3 settembre a Pechino: missili terrestri, sottomarini lanciamissili e bombardieri strategici. Secondo l’ultimo rapporto annuale dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), la Cina ha oggi circa 700 testate, con la prospettiva di superare le 1500 entro il 2035. Non si tratta più del «deterrente minimo» che per decenni ha caratterizzato la dottrina nucleare cinese: è un salto di scala che riflette una percezione radicalmente mutata dell’ambiente internazionale.

Nucleare, perché la Cina non vuole partecipare a negoziati con Usa e Russia
Un momento della parata a Pechino (Ansa).

La guerra in Ucraina ha accelerato il cambio di passo

La guerra in Ucraina ha avuto un ruolo cruciale in questo cambio di passo. A Pechino, il conflitto è stato letto come la dimostrazione che la deterrenza nucleare resta l’ultimo garante della sopravvivenza di uno Stato di fronte alla pressione di potenze rivali. La lezione è chiara: in un mondo instabile, segnato dal ritorno della competizione tra grandi potenze, essere troppo indietro sul piano militare equivale a esporsi a rischi strategici inaccettabili. Da qui una giustificazione sulla già esistente accelerazione del riarmo, vista come necessaria a tutelare le «legittime preoccupazioni di sicurezza» della Repubblica Popolare. È proprio questo concetto di legittimità che spiega il rifiuto cinese di negoziare sul New START o su un eventuale sostituto. Pechino si considera una grande potenza a pieno titolo, ma ritiene che il riconoscimento formale di questo status passi anche attraverso il completamento del proprio arsenale nucleare. Solo una volta colmato, almeno in parte, il divario con Washington e Mosca, la Cina si dirà pronta a trattare da pari a pari. Prima di allora, qualsiasi negoziato verrebbe percepito come una concessione unilaterale, se non addirittura come un tentativo di contenimento mascherato.

Nucleare, perché la Cina non vuole partecipare a negoziati con Usa e Russia
Xi Jinping e Vladimir Putin (Ansa).

Le accuse Usa su presunti test nucleari

In questo contesto, proprio nei giorni scorsi è arrivata un’accusa dal sottosegretario di Stato americano per il controllo degli armamenti e la sicurezza internazionale, Thomas DiNanno. Il funzionario ha affermato che Washington sarebbe a conoscenza di un test nucleare cinese condotto il 22 giugno 2020. Secondo la ricostruzione statunitense, l’esercito cinese avrebbe svolto segretamente il test usando la tecnica del cosiddetto “decoupling”, un metodo che consente di ridurre drasticamente le vibrazioni sismiche generate da un’esplosione nucleare sotterranea. In pratica, la testata viene fatta detonare all’interno di una cavità scavata appositamente, circondata da uno strato d’aria capace di assorbire parte dell’onda d’urto, rendendo il test più difficile da rilevare dai sistemi di monitoraggio internazionali. DiNanno ha dichiarato che si tratterebbe di una violazione degli impegni assunti nel 1996 con il Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty (il trattato che vieta i test nucleari), sebbene quell’intesa non sia mai stata ratificata né da Pechino né da Washington. La Cina nega di aver svolto un test nucleare e continua a ribadire la propria dottrina del «non primo utilizzo» per provare a rassicurare la comunità internazionale. Un modo per issare uno scudo retorico contro le pressioni occidentali.

Nucleare, perché la Cina non vuole partecipare a negoziati con Usa e Russia
Thomas DiNanno.

L’obiettivo dichiarato è difendersi non dominare

Pechino in altre parole non nega di voler rafforzare il proprio arsenale, ma sostiene di farlo esclusivamente per difendersi e non per competere o dominare. È una linea sottile, ma centrale nella narrazione del Partito comunista. L’attuale riarmo nucleare e convenzionale rappresenta dunque il completamento di un percorso di ascesa iniziato sul piano economico e consolidato su quello diplomatico. Dopo aver raggiunto la seconda posizione tra le economie mondiali e aver costruito una fitta rete di influenza attraverso la Belt and Road Initiative (Nuova Via della Seta), Pechino punta a trasformare la propria potenza economica in potenza militare globale.

Short Movie: Il ritorno del caro estinto

Il ritorno del caro estinto

Grazie alla tecnologia, una vedova può vivere l'emozione di reincontrare il marito defunto. Ma le cose vanno meno bene di quanto si aspettasse.

Light Hearted è un corto del 2024, scritto e diretto dal britannico Sye Allen. Si tratta di una storia alla Black Mirror: una vedova investe un cifra non indifferente in un servizio tecnologico che permette di evocare l'ologramma del marito defunto. All'inizio la gioia dell'incontro è travolgente, ma poi cominciano a tornare le vecchie dinamiche che minavano la serenità della coppia. I due attori protagonisti, Gilliam Wright e Simon Greenall, entrambi inglesi, hanno una buona esperienza e diverse partecipazioni a serie tv e doppiaggi di cartoni animati e... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Short Movie - 14 febbraio 2026 - articolo di S*

Un centrodestra versione campo largo? Meloni e la bega Vannacci

Chissà se a un certo punto Giorgia Meloni prenderà il telefono e chiamerà Elly Schlein per chiederle consiglio: ma tu come fai a tenere tutti insieme (o quantomeno a provarci)? Sì, perché con i suoi primi vagiti, la creatura politica vannacciana – che questa settimana ha esordito in Parlamento con tre deputati (gli ex leghisti Rossano Sasso ed Edoardo Ziello e l’ex FdI Emanuele Pozzolo) che hanno votato sì alla fiducia al governo e no all’invio di armi a Kyiv – rischia di rimescolare e stravolgere completamente il centrodestra così come l’abbiamo conosciuto finora e trasformarlo in una sorta di campo largo in versione destrorsa.

Un centrodestra versione campo largo? Meloni e la bega Vannacci
Edoardo Ziello, Rossano Sasso, Emanuele Pozzolo (Ansa).

Il centrodestra monolitico è destinato a finire?

Se questa coalizione ha avuto un pregio, fin dai tempi di Silvio Berlusconi, era quello di essere (o mostrarsi) molto più unita del centrosinistra. Anche per il minor numero di forze al suo interno: Forza Italia, Lega, prima An e oggi FdI, prima i centristi di Casini e Follini e oggi Maurizio Lupi. Vuoi mettere con l’infinita serie di partiti e sigle che hanno sempre contraddistinto il centrosinistra? Il record si toccò con l’Unione di Romano Prodi nel 2006 (oltre 10 partiti) e infatti arrivò una vittoria risicatissima e la caduta solo due anni dopo.

Un centrodestra versione campo largo? Meloni e la bega Vannacci
Umberto Bossi, Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi nel 2006 (Imagoeconomica).

Vannacci potrà dire ciò che Meloni e Salvini non possono

Ora con Roberto Vannacci molto cambierà. Innanzitutto perché per la prima volta Lega e Fratelli d’Italia si troveranno una concorrenza da destra, con Futuro Nazionale che potrà dire e fare tutto quello che Giorgia Meloni e Matteo Salvini, per ovvie ragioni, non possono dire e fare. La cosa disturberà moltissimo l’ex Capitano, che non avrà più il copyright sulle sparate: ci sarà il generale a superarlo in questo campo. E infatti più di una fonte leghista descrive il segretario assai abbattuto. Non sarà più lui il protagonista delle intemerate a destra, dalla sicurezza alla stretta sui migranti. Ma Vannacci infastidisce anche Meloni, perché qualcuno del suo elettorato potrà ritrovare in Futuro Nazionale alcuni degli slogan che lei urlava dai banchi dell’opposizione. Insomma, Vannacci pescherà voti nella Lega, in FdI e pure nel primo partito d’Italia: l’astensionismo.

Un centrodestra versione campo largo? Meloni e la bega Vannacci
Matteo Salvini e Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Se FN si stabilizza al 3 per cento difficilmente Meloni chiuderà la porta

I primi sondaggi non sono tranquillizzanti per la maggioranza, col generale che viaggia tra il 2,5 e il 3,5 per cento e con un elettorato potenziale del 4,9 per cento, secondo un sondaggio di Izi per La7. Il calo più sostanzioso per ora è della Lega, registrata poco sopra al 7 per cento, ormai lontana da Forza Italia, tra l’8 e il 9. Ma a rimetterci sarà anche il partito della premier. «Se Vannacci nei sondaggi si assesta sul 3 per cento, Meloni farà di tutto per tenerlo all’interno della coalizione, perché le due compagini risultano piuttosto appaiate e per vincere le elezioni tutto fa brodo. Salvini dovrà abbassare la cresta e ingoiare l’amaro calice…», sussurra a Lettera43 una fonte frequentatrice di Via della Scrofa. E infatti, se la premier sul tema tace, il generale non ha mai chiuso al centrodestra: fin dalle sue prime dichiarazioni si è detto disponibile a dialogare col governo. Tanto da mettere in campo una mossa parlamentare assai astuta, definita bizantina e democristiana: votare la fiducia al governo e contro l’invio di armi. Tanto che in molti ormai considerano Futuro Nazionale abile e arruolato nella maggioranza. «Valuteremo caso per caso come votare, se i provvedimenti ci convincono oppure no», hanno spiegato in coro Ziello, Sasso e Pozzolo. «Non so se faremo parte della coalizione, potremmo anche andare da soli, è presto per decidere…», ha frenato per prudenza, e tattica, Vannacci. Anche perché per entrare formalmente nel centrodestra vorrà essere corteggiato a suon di seggi sicuri per i suoi.

Un centrodestra versione campo largo? Meloni e la bega Vannacci
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Salvini rischia di finire in un cul-de-sac

Meloni, dicevamo, per ora non si esprime e osserva. Con all’orizzonte un problema del tutto nuovo per lei: come fare a tenere insieme tutti, da Vannacci a Lupi, passando per Tajani e Salvini. E qualcuno ci butta dentro anche Carlo Calenda che, almeno a livello locale, specialmente in quel di Milano, si sta avvicinando a Forza Italia. Insomma, la premier potrebbe trovarsi a dover gestire un campo largo di centrodestra, con forze politiche assai differenti tra loro e magari pure litigiose, vista l’avversione totale di Salvini verso Vannacci. «Chi esce dalla Lega è da ritenersi fuori dal perimetro del centrodestra», sottolinea il sottosegretario leghista all’Interno, Nicola Molteni. Ma nel partito, Salvini ha anche il problema interno di dove collocare Luca Zaia, che non si candiderà alle suppletive in Veneto ma per ora non sarà nemmeno vicesegretario. «Zaia vice? Un grandissimo, ma ogni cosa a suo tempo», ha detto il segretario arrivando al consiglio federale in via Bellerio.

Un centrodestra versione campo largo? Meloni e la bega Vannacci
Luca Zaia (Imagoeconomica).

Insomma, aspettando di conoscere la futura legge elettorale e relativa soglia di sbarramento, il tema di aprire o chiudere a Vannacci rischia di essere un ulteriore elemento di tensione tra Meloni e Salvini. «Su Vannacci la Lega avrà sempre l’ultima parola», ha sottolineato in settimana Antonio Tajani. Ma in pochi, anche tra i leghisti, ci credono davvero. E se il generale sarà della partita – come non ha escluso Francesco Lollobrigida intervistato dal Foglio – avremo di fronte un campo largo di centrodestra. E allora Giorgia potrebbe davvero fare quella telefonata: «Elly, ma come si fa?».  

Il boom di Zalone ha salvato il cinema italiano? Non proprio

Dal 25 dicembre, Buen Camino di Gennaro Nunziante e Checco Zalone ha battuto record su record: è diventato il miglior incasso di sempre del box office italiano, il film che ha raccolto più spettatori nell’epoca di Cinetel (superando anche Quo Vado?) e ha superato la soglia dei 75 milioni di euro. Per alcuni addetti ai lavori questo sembra essere più che sufficiente per salvare il cinema italiano (attenzione: non ci stiamo riferendo solamente alla filiera produttiva, ma al cinema nella sua interezza). È vero che, nei primi mesi del 2026, i film italiani stanno andando bene. O comunque: meglio che in passato. Basta dare un’occhiata agli ultimi dati del box office, con Le cose non dette di Gabriele Muccino al primo posto, Agata Christian di Eros Puglielli al secondo; Lavoreremo da grandi di Antonio Albanese al terzo e La grazia di Paolo Sorrentino all’ottavo (dati aggiornati al 9 febbraio). Ed è innegabile che un ruolo importante in questa nuova spinta del cinema italiano l’ha avuto proprio Zalone.

LEGGI ANCHE: Perché il nuovo film di Checco Zalone manda in bestia la critica

Se un film va bene, più persone vanno in sala; se più persone vanno in sala, si creano, quasi automaticamente, due effetti. Il primo: un pubblico che solitamente non va al cinema è di nuovo al cinema. Il secondo: se le sale sono piene, spesso si ripiega su altro, su quello che è in cartellone, e si ritorna poi un altro giorno per recuperare il film che si aveva in mente. Ma c’è pure la visibilità, diretta e indiretta, alle sale, ai film programmati, ai trailer, ai poster, eccetera eccetera. C’è soprattutto un’attenzione diversa da parte della stampa, che torna a parlare di cinema non per denunciare questo o quel flop o il modo in cui sono stati utilizzati i fondi pubblici (parliamo, chiaramente, della stampa generalista), ma per riconoscere che qualcosa si sta muovendo e che dei risultati – risultati eccezionali, beninteso – ci sono stati.

L’industria cinematografica, ma più in generale quella audiovisiva, resta in bilico

Zalone, però, non è la regola. Questa è una fase. E in quanto fase andrebbe considerata per ciò che è davvero, per i risultati raggiunti in questo momento, senza credere che sarà così per sempre: potrebbe succedere, mai dire mai; ma non stiamo parlando di probabilità o di statistiche, stiamo cercando di dare una lettura effettiva e realistica del mercato italiano. L’industria cinematografica, ma più in generale quella audiovisiva, è in bilico: molti set vengono anticipati proprio per l’incertezza delle regole future, mentre altri, per avere una copertura più o meno garantita (che non significa guadagno per i produttori, ma, appunto, copertura delle spese), vengono spostati all’estero, con il coinvolgimento di altre società.

Il boom di Zalone ha salvato il cinema italiano? Non proprio
Il boom di Zalone ha salvato il cinema italiano? Non proprio
Il boom di Zalone ha salvato il cinema italiano? Non proprio
Il boom di Zalone ha salvato il cinema italiano? Non proprio
Il boom di Zalone ha salvato il cinema italiano? Non proprio
Il boom di Zalone ha salvato il cinema italiano? Non proprio
Il boom di Zalone ha salvato il cinema italiano? Non proprio
Il boom di Zalone ha salvato il cinema italiano? Non proprio
Il boom di Zalone ha salvato il cinema italiano? Non proprio
Il boom di Zalone ha salvato il cinema italiano? Non proprio

Tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027 è previsto l’ennesimo ribaltamento nella quantità (e nella qualità) della programmazione: i film italiani tenderanno a diminuire (di quanto, per ora, è impossibile saperlo), mentre torneranno a crescere le acquisizioni internazionali (o almeno, avranno un peso e uno spazio maggiore). E chi lavora nel cinema, invece? Parliamo di centinaia e centinaia di migliaia di persone, che non hanno più nessuna garanzia e che sono quasi costrette a cambiare lavoro o a reinventarsi. La situazione, oggi, non è solo precaria. È assolutamente imprevedibile. Soprattutto per i piccoli e, talvolta, medi produttori. Le grandi realtà lavorano quasi nello stesso modo, come se non fosse successo niente. Perché sono più strutturate e hanno più risorse.

Il prezzo più caro lo pagano gli aspiranti cineasti

Chi pagherà il prezzo più salato saranno gli esordienti, con le opere prime e seconde, e sarà coinvolta un’intera generazione di aspiranti cineasti (o di cineasti che hanno appena cominciato a lavorare). Se nel breve periodo questo non sembra avere degli effetti sull’offerta e, soprattutto, sul pluralismo delle voci, con il passare del tempo le cose cambieranno. Se diamo un’occhiata ai risultati del box office, a parte i già citati Nunziante e Zalone, che rappresentano un’eccezione, buona parte dei film che sono andati meglio al cinema porta la firma di autori in attività da diversi anni, consolidati, con un loro pubblico e un loro seguito: Paolo Sorrentino, Gabriele Muccino e Antonio Albanese.

Se allarghiamo ulteriormente lo sguardo, ci rendiamo conto che il nostro cinema ha sempre più bisogno di autori simili (un altro esempio da non dimenticare è quello di Ferzan Özpetek, che a Natale tornerà in sala con il suo nuovo film, Nella gioia e nel dolore). Chi c’è, esattamente, tra i 30-40enni? Chi può prendere il testimone di questi autori? Soprattutto, chi ha la capacità – qui stiamo parlando di pura attrattiva commerciale, non di qualità delle storie – di portare il pubblico al cinema?

Il boom di Zalone ha salvato il cinema italiano? Non proprio
Ferzan Ozpetek, regista turco naturalizzato italiano (foto Ansa).

Le opere prime e le opere seconde restano l’ultima ruota del carro, e questo è un problema. È un problema anche l’incapacità di riconoscere l’importanza di avere un modello alternativo, più indipendente, con la produzione e lo sviluppo di film più piccoli e curati, capaci di offrire al pubblico qualcosa di effettivamente diverso. E questo perché costano anche di meno, e sono decisamente più sostenibili per un’industria come la nostra, che non ha ben chiaro il suo futuro fra tax credit e finanziamenti pubblici. Chi lavora nel cinema – registi, sceneggiatori e attori alle prime esperienze in particolare – sempre più spesso è costretto ad avere più impieghi per poter sopravvivere. Il lungo articolo pubblicato qualche giorno fa su Rivista Studio è un’ottima testimonianza in questo senso.

Il cortocircuito del cambiamento che non arriva mai

Ci ritroviamo, insomma, davanti all’ennesimo cortocircuito: non si cambia perché non ci sono certezze, e non ci sono certezze perché non si cambia e, di conseguenza, non si ha una contezza più profonda di quello che sta succedendo e dei gusti del pubblico. Le città di pianura di Francesco Sossai, uscito ormai diversi mesi fa e ora disponibile su MUBI, si trova esattamente dall’altra parte dello spettro degli incassi rispetto a Buen Camino. È andato bene per il film che è e anche per le aspettative che l’industria nutriva nei suoi confronti, ma parliamo di un film piccolo, indipendente, che si è fatto avanti quasi esclusivamente grazie al passaparola. Ed è, come Buen Camino, un’eccezione. Non la regola.

Forse, prima ancora di riscrivere le leggi, sarebbe importante ripensare al sistema cinema come spazio artistico-creativo. Le commedie, ci diciamo, non vanno più bene. Eppure, se diamo un’occhiata alle ultime uscite tra i titoli italiani più forti, sostenuti cioè dalle distribuzioni più importanti, non troviamo altro che commedie. O, al massimo, dei drammi intensi, riletture viste e straviste della stessa cosa e delle stesse dinamiche. Il problema più grande del cinema italiano è la sua tendenza ad abbandonarsi ai successi, a credere che tutto andrà bene, che dopo lo Zalone di turno la strada sarà tutta in discesa. E invece, sorpresa, non è così.

Non c’è pace per il Louvre: allagate due sale con capolavori italiani

Non c’è pace per il Louvre. Dopo il clamoroso furto di gioielli avvenuto il 19 ottobre 2025 e la truffa milionaria legata ai biglietti del museo parigino – appena venuta alla luce – ecco un incidente che ha messo a repentaglio diverse opere. La rottura della tubatura della caldaia ai piani superiori ha infatti danneggiato il soffitto della sala 707, affrescata nel 1819 dal pittore Charles Meynier, provocando anche l’allagamento della 706. Si tratta di due stanze dove sono conservate alcuni capolavori italiani come ‘Il calvario con San Domenico in preghiera” del Beato Angelico e ‘Il Cristo benedicente’ di Bernardino Luini.

L’allagamento della Biblioteca delle Antichità Egizie

C’è da dire, che in realtà, il Louvre fa letteralmente acqua da tempo. A inizio dicembre un’altra fuga d’acqua da una tubatura, che era già stata segnalata come difettosa il 26 novembre, aveva causato gravi danni a centinaia di riviste di egittologia e documentazione scientifica utilizzata dai ricercatori, risalenti a fine Ottocento-inizio Novecento.

Non c’è pace per il Louvre: allagate due sale con capolavori italiani
Il Louvre affollato di visitatori (Ansa).

La maxi-frode su biglietti e visite guidate

La procura di Parigi il 10 febbraio ha fermato nove persone, con l’accusa di truffa ai danni del museo del Louvre e della reggia di Versailles, stimati in oltre 10 milioni di euro. Gli arrestati avrebbero messo in piedi una maxi-frode che lucrava su visite guidate e biglietti, riutilizzando più volte i ticket per persone diverse o rivendendoli a prezzi maggiorati, grazie a contatti interni per aggirare i controlli. Tra i sospetti fermati ci sono due dipendenti del Louvre, alcune guide turistiche e una persona che gli inquirenti ritengono essere l’organizzatore della truffa. Nell’ambito delle indagini sono stati sequestrati 957 mila euro in contanti e 486 mila euro in vari conti bancari.

Il clamoroso furto del 19 ottobre 2025

Risale invece al 19 ottobre 2025 il clamoroso furto di alcuni preziosissimi gioielli della Corona d’epoca napoleonica. Tra essi un diadema e una collana dal set di zaffiri delle regine Maria Amalia e Ortensia, una collana di smeraldi e orecchini dal set di Maria Luisa, e un grande fiocco-spilla da corpetto dell’imperatrice Eugenia. Il colpo, avvenuto in pieno giorno nella Galleria d’Apollon e durato appena quattro minuti, ha fruttato un bottino stimato di 88 milioni di euro. Ed evidenziato, ovviamente, enormi falle nella sicurezza del Louvre.

Non c’è pace per il Louvre: allagate due sale con capolavori italiani
Protesta del lavoratori del Louvre (Ansa).

Gli altri problemi del Louvre

Il Louvre, finito nel mirino delle critiche anche per i pochi bagni a disposizione dei moltissimi visitatori e la vetustà delle strutture, è finito nel mirino anche dei suoi stessi dipendenti, che di recente hanno più volte indetto sciopero per chiedere migliori condizioni di lavoro.

Lascia gli incarichi il sultano di Dubai citato negli Epstein Files

Gli Epstein Files continuano a mietere vittime. A stretto giro dalle dimissioni di Kathryn Ruemmler da responsabile legale di Goldman Sachs, ha infatti lasciato gli incarichi di presidente e amministratore delegato del gigante della logistica DP World il sultano Ahmed bin Sulayem. Quest’ultimo, fratello di Mohammed Ben Sulayem presidente della FIA, era finito sotto pressione affinché si dimettesse dopo la pubblicazione di compromettenti messaggi scambiati con Epstein, che avevano portato alcuni possibili partner commerciali alla sospensione di nuovi accordi con DP World.

I messaggi scambiato con Epstein e quel cenno al «video della tortura»

Documenti divulgati dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti hanno infatti rivelato che Sulayem nel 2015 inviò un’e-mail a Epstein, dicendogli che due anni prima aveva incontrato una studentessa di un’università americana a Dubai, con cui aveva fatto «il miglior sesso» della sua vita. Sulayem era stato inoltre destinatario di un’e-mail in cui Epstein affermava: «Ho adorato il video della tortura». Sulayem non è stato accusato di alcun illecito penale, ma comunque ha lasciato il timone del più grande operatore portuale di Dubai, di cui era presidente dal 2007 e ceo dal 2016. Il governo dell’emirato ha comunicato che ad assumere i due ruoli saranno rispettivamente Essa Kazim e Yuvraj Narayan.

Petrecca di nuovo nel mirino, stavolta per le sue “spese pazze”

Petrecca di nuovo nei guai. Dopo le critiche per la sua telecronaca della cerimonia di apertura di Milano-Cortina 2026, il direttore di RaiSport è finito nel mirino per le sue spese pazze, segnalate il 3 febbraio durante una riunione con il capo del personale. Lo riporta Repubblica, spiegando che si tratta di assunzioni, promozioni e gratifiche distribuite come mai prima. A ciò si aggiungano consulenze esterne per 640 mila euro in più rispetto all’anno precedente. Nel 2024, il budget delle rubriche — tra cui Domenica sportiva, Dribbling e Il processo — ammontava a 1,7 milioni. Nel 2025, da marzo imputabile all’attuale gestione, è schizzato a 2,34 milioni.

ICE List: la battaglia digitale contro la milizia di Trump

«Quello che stiamo facendo è la reazione a un regime». Non usa mezzi termini l’irlandese Dominick Skinner, creatore di ICE List. Put ICE on ice è il claim che riassume l’obiettivo del sito: porre fine alle operazioni della United States Immigration and Customs Enforcement. «Si tratta di un progetto di open journalism con il fine di raccogliere e condividere informazioni che possano essere utili per perseguire legalmente gli agenti dell’agenzia», viene spiegato. Tutto è cominciato a giugno 2025, con le minacce della segretaria alla Sicurezza Usa, Kristi Noem: chiunque negli States avesse reso pubblica l’identità degli uomini dell’ICE sarebbe stato arrestato. «Ho rilanciato la notizia e mi sono detto: “Beh, non siamo negli Stati Uniti, quindi mandateli da noi”», ha raccontato al Guardian il 31enne. Subito contattato da alcuni investigatori privati, Skinner ha cominciato a ragionare su come muoversi. Poi sono arrivati i volontari e le visualizzazioni.

ICE List: la battaglia digitale contro la milizia di Trump
Alcuni agenti dell’Ice in Minnesota (Ansa).

Le fonti, la verifica dei dati e la pubblicazione

Attualmente ICE List funziona come una piattaforma di crowdsourcing: gli utenti inviano informazioni che poi vengono valutate dai collaboratori del sito. Attualmente sono 500, ma ci sono almeno altre 300 persone che si sono rese disponibili. Una volta verificati i dati, nomi, posizioni, foto di agenti e di altri soggetti coinvolti nella linea dura dell’amministrazione Trump in materia di immigrazione sono messi online. Tranne il domicilio e il numero di telefono. Le fonti, spiega Skinner, sono molteplici: fughe di notizie, vicini di casa, personale di bar e hotel. A una piccola percentuale di nominativi si è arrivati grazie all’intelligenza artificiale e al riconoscimento facciale (gli stessi strumenti utilizzati dall’ICE per localizzare i suoi ‘obiettivi’). La verifica, invece, avviene attraverso dati open source: «Abbiamo identificato il 90 per cento degli agenti attraverso informazioni che loro stessi avevano reso pubbliche sui social network. Noi ci limitiamo a renderle disponibili a un un pubblico più ampio». Certo, il team ha commesso qualche errore e alcuni elenchi sono stati rimossi perché inesatti o perché comprendevano persone che avevano lasciato l’agenzia.

ICE List: la battaglia digitale contro la milizia di Trump
Un’operazione ICE a Minneapolis (Ansa).

I dem contro lo strapotere dell’ICE

L’anonimato e l’impunità con cui gli uomini dell’ICE e della U.S. Customs and Border Protection (responsabili dell’uccisione lo scorso gennaio di Renée Good e Alex Pretti) si muovono nelle strade di Minneapolis indossando maschere e passamontagna è oggetto di un acceso dibattito politico negli Usa. Al Congresso i democratici hanno minacciato di bloccare i finanziamenti al dipartimento per la Sicurezza interna (DHS) se non saranno apportati cambiamenti radicali: gli agenti dovranno “togliersi la maschera”, indossare bodycam, portare con sé un documento d’identità valido. Il leader dem al Senato, Chuck Schumer, ha ribadito la necessità di «tenere a freno l’ICE e porre fine alla violenza». Richieste che il DHS finora ha rispedito al mittente perché, a suo dire, esporrebbero gli agenti a troppi rischi.

ICE List: la battaglia digitale contro la milizia di Trump
Il leader democratico al Senato Chuck Schumer (Getty).

Il boicottaggio di Meta

Gli americani però hanno le idee più chiare: secondo un sondaggio Ipsos/Reuters di fine gennaio, il 58 per cento degli intervistati giudica le tattiche utilizzate dall’ICE eccessivamente sproporzionate e il 53 per cento non approva la linea dura di Trump sugli immigrati. Solo il 39 per cento continua a sostenere il governo di Washington anche sugli arresti e le espulsioni. Per questo ICE list può funzionare anche da deterrente: secondo Skinner, infatti, ciò che gli agenti vogliono evitare è l’esclusione dalla vita sociale, che sarebbe quasi inevitabile una volta identificati. Per ora, però, a essere boicottato è stato solo il sito. Meta, infatti, ha iniziato a bloccare la condivisione dei link su Instagram, Facebook e Threads (su Whatsapp non sono stati registrati problemi). Una ‘censura’ che non ha certo sorpreso Skinner visto che come ha ricordato Mark Zuckerberg sedeva alle spalle di Trump durante il suo insediamento.

ICE List: la battaglia digitale contro la milizia di Trump
Mark Zuckerberg e Donald Trump (Ansa).

Merz ha detto che «l’ordine mondiale del dopoguerra non esiste più»

«L’ordine mondiale del dopoguerra non esiste più». Lo ha detto il cancelliere tedesco Friedrich Merz alla Conferenza di Monaco, in corso in Baviera, che vede in cima all’agenda l’Ucraina e il rafforzamento delle difese europee in ambito Nato, oltre alle crisi in Medio Oriente e l’Iran. Il tutto sullo sfondo crescenti tensioni tra Europa e Stati Uniti, evidenziate appunto da Merz.

Merz ha dichiarato che «Vance aveva ragione»

«Tra l’Europa e gli Stati Uniti si è aperto un divario. JD Vance lo aveva detto molto apertamente un anno fa qui a Monaco. E aveva ragione. La lotta culturale del movimento Maga non è la nostra», ha detto Merz, sottolineando che in Europa «la libertà di parola finisce quando questa si rivolge contro la dignità umana e la Costituzione». E poi: «Temo che dobbiamo dirlo in termini ancora più chiari: l’ordine di sicurezza mondiale del dopoguerra, per quanto imperfetto fosse anche nei suoi momenti migliori, non esiste più». Anzi, ha aggiunto, «sta per essere distrutto».

Merz: «Gli Usa non sono così potenti da farcela da soli»

«L’Europa deve risolvere il problema della sua dipendenza autoinflitta dagli Stati Uniti per riequilibrare le relazioni transatlantiche», in questa nuova «era della rivalità tra grandi potenze». Il Vecchio Continente «non può più dare per scontata l’Alleanza transatlantica», che «va ricostruita su basi concrete». Al tempo stesso, gli Stati Uniti «devono capire che neanche loro sono abbastanza potenti per farcela da soli», ha avvertito Merz.

Il libro di Meloni negli Usa a fine aprile con prefazione di Vance

Uscirà a fine aprile, con un titolo leggermente diverso (Giorgia’s Vision) e una prefazione del vicepresidente J.D. Vance il libro di Giorgia Meloni negli Stati Uniti. Lo ha riferito la giornalista americana Sophia Cai, autrice di West Wing Playbook, la newsletter di Politico dedicata alle notizie sulla Casa Bianca. L’opera, uscita in Italia nel 2023, è una conversazione fra la premier e il giornalista Alessandro Sallusti che affronta diversi temi, dalla guerra in Ucraina alla crisi dell’energia, dalla transizione ecologica all’inflazione. Sulla copertina, che la giornalista ha condiviso su X, c’è una citazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump: «[Meloni è] uno dei veri leader del mondo».

Nel libro precedente la prefazione del figlio di Trump

Non è la prima volta che un esponente del mondo Maga fa una prefazione a un’opera della premier. Il primo libro, Io sono Giorgia, era uscito negli Usa con un’introduzione scritta dal figlio del presidente americano, Donald Trump Jr. Allora il tycoon stesso le fece uno spot, con tanto di post su Truth in cui aveva scritto: «Meloni ha scritto un nuovo libro, sta svolgendo un bellissimo lavoro».

La campagna referendaria al contrario di Gratteri e Nordio e le altre pillole del giorno

Ha ragione Luca Bizzarri quando dice che i campioni della campagna referendaria «si stanno sbattendo tantissimo»: «Gratteri per il Sì, e Nordio per il No». Uno scambio di campo per destabilizzare l’avversario e confondere un elettorato già abbastanza confuso di suo sulla separazione della carriere? Ci piace pensare che sia così, che si tratti di una strategia raffinata. Anche perché l’alternativa getterebbe nello sconforto. L’ultimo colpo del procuratore capo di Napoli – «Voteranno per il No le persone perbene. Voteranno per il Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente» – ha appiccato l’incendio.

L’intero centrodestra è insorto, a partire dal ministro della Giustizia Carlo Nordio: «Mi chiedo se l’esame psico-attitudinale che abbiamo proposto per l’inizio della carriera dei magistrati non sia necessario anche per la fine della carriera», ha commentato l’ex procuratore di Venezia, rispolverando un vecchio adagio di Berlusconi. Il quale, meglio ricordarlo, nel 2003 in un’intervista al britannico The Spectator fu al suo solito ben più tranchant: «Questi giudici sono doppiamente matti!», disse. «Per prima cosa perché lo sono politicamente; secondo, sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dalla razza umana». Gratteri dal canto suo ha cercato di ridimensionare le sue dichiarazioni parlando di «strumentalizzazione», ma ormai la frittata era bella che fatta.

La campagna referendaria al contrario di Gratteri e Nordio e le altre pillole del giorno
Nicola Gratteri (Imagoeconomica).

Non che Nordio sia da meno, intendiamoci. È da mesi che il ministro offre (involontariamente) assist allo schieramento opposto. Solo qualche giorno fa, per esempio, ha assicurato che con la riforma si eviterebbero casi «come quello di Garlasco». Sabbia negli occhi e nelle orecchie degli indecisi. Ma è andato anche oltre. Con una spontaneità disarmante ha “svelato” il vero obiettivo della riforma: introdurre un controllo della magistratura. Peccato che l’articolo 104 della Costituzione dica qualcosa di diverso: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere».

Non si tratta di uno scivolone isolato. Perché il Guardasigilli, dietro lo scudo di Giuliano Vassalli (che cita a ripetizione a garanzia di ciò che dice), lo sosteneva già lo scorso novembre: la riforma serve a far «recuperare alla politica il suo primato costituzionale», disse al Corriere. «Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo». Vai tu poi a smontare le tesi di Alessandro Barbero o a spiegare, come fa Antonio Di Pietro, che «la separazione renderà la magistratura più indipendente e autonoma, non solo dalla politica ma anche dalle correnti interne»…

La campagna referendaria al contrario di Gratteri e Nordio e le altre pillole del giorno
Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Guidoni lascia Fondazione Ania per Cassa Forense?

In Ania ha collezionato poltrone: è segretario generale della Fondazione, co-direttore generale (responsabile dei servizi Auto e Card, Antifrode, Distribuzione, Danni non auto, Consumatori, Innovazione, Vita e Welfare), e vicepresidente del forum Consumatori. Eppure c’è chi vede il futuro di Umberto Guidoni lontano dal mondo delle assicurazioni, prevedendone un trasloco in Cassa Forense, l’ente che gestisce la previdenza e l’assistenza degli avvocati italiani. Vedremo…

La campagna referendaria al contrario di Gratteri e Nordio e le altre pillole del giorno
Umberto Guidoni (Imagoeconomica).

Covip, c’è un medico

Quando alla guida della Covip, la strategica commissione di vigilanza sui fondi pensione, nel febbraio 2025 venne nominato l’ex forzista Mario Pepe – grazie si disse ai buoni uffici del deputato leghista, editore e re della sanità privata Antonio Angelucci e del vicesegretario salviniano Claudio Durigon – molti avevano storto il naso perché medico e non economista, come l’altro candidato, il leghista Antonio Maria Rinaldi (lo stesso che la Lega ha candidato a sindaco di Roma). Evidentemente in pochi erano al corrente di cosa stava accadendo: l’ultima versione del decreto Semplificazione e Pnrr affida infatti alla Covip la vigilanza sui fondi sanitari integrativi del Servizio sanitario nazionale. Il cv di Pepe ora calza a pennello.

La campagna referendaria al contrario di Gratteri e Nordio e le altre pillole del giorno
Mario Pepe (Imagoeconomica).

Tutti a ricordare Andrea Barbato. E Agnes

Nonostante una pioggia torrenziale, a Roma, nella sala Zuccari di Palazzo Giustiniani molti sono accorsi per ricordare Andrea Barbato, giornalista di lungo corso e pure parlamentare. Presenti tra gli altri, Romano Prodi, Gianni Letta e Simona Agnes – destinata ormai a dimenticare la presidenza Rai dopo l’ennesima fumata nera in Vigilanza – che ne approfittato per parlare di tv pubblica. «Ancora oggi, e questa è sì continuità con quelle radici, la Rai è una colonna portante per il mercato dell’audiovisivo italiano e primeggia tra i Servizi pubblici europei», ha detto Agnes. «Vanta, unica in Europa per capillarità e lavoro di inchiesta, la Testata Giornalistica Regionale, a me particolarmente cara perché legata alla storia di mio padre, oltre a una rete autorevole e competente di corrispondenti esteri che raccontano conflitti e crisi geopolitiche». «Ma l’incontro non era per ricordare Biagio Agnes…», ha bofonchiato malignamente qualcuno in sala. 

Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale

Per la prima volta nella storia del Festival di Sanremo, il cast della kermesse – conduttori e cantanti in gara – è stato ricevuto al Quirinale da un presidente della Repubblica. È successo oggi, venerdì 13 febbraio. Quasi tutti in completi e cappotti scuri per la grande occasione dell’incontro con Sergio Mattarella. Ma le “deroghe” ci sono state, eccome: J-Ax si è presentato con il cappello da cowboy e i pantaloni con le frange, le Bambole di Pezza in shorts e anfibi, Dargen D’Amico con occhiali fuxia e Ditonellapiaga con la minigonna blu. La coconduttrice Laura Pausini ha scelto un look total white, così come Elettra Lamborghini.

Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale

Mattarella ha ricordato il “suo” primo Festival di Sanremo

«Avevo 10 anni, la ricordo bene. Ricordo tra l’altro la voce inconfondibile, trascinante del presentatore Nunzio Filogamo. La voce, come sapete, si diffondeva soltanto attraverso la radio e tutti si chiedevano ma che volto avesse quella voce così trascinante del presentatore del Festival», ha detto Mattarella rievocando il “suo” primo Saremo: «Ricordo soprattutto quanto il Festival anche allora registrasse un amplissimo coinvolgimento popolare nel nostro Paese. Un coinvolgimento che è rimasto costante grazie alla Rai, che ha accompagnato anno per anno il Festival, conducendolo nelle case degli italiani».

Il cast di Sanremo è stato ricevuto da Mattarella al Quirinale
Foto di gruppo al Quirinale con Sergio Mattarella e il cast di Sanremo (Ansa).

Conti: «Mattarella presidente molto pop»

All’uscita da Quirinale, Conti ha definito l’incontro «bellissimo, molto emozionante» e Mattarella «un presidente molto pop». Il capo di Stato «ha detto parole straordinarie sulla musica», ha aggiunto il conduttore. «Sono commossa. Spesso veniamo definiti giullari, la musica è anche divertimento, ma facciamo questo lavoro sinceramente, cercando di dare qualità, con la consapevolezza di rappresentare l’Italia», ha detto Pasini, ricordando che Mattarella ha evidenziato quanto la musica sia una parte importante della cultura popolare del Paese.

Olimpiadi, Italia seconda in classifica ma per il Nyt è prima: perché

Stando al medagliere aggiornato al 13 febbraio 2026, l’Italia è seconda in classifica alle Olimpiadi di Milano Cortina con sei medaglie d’oro, tre medaglie d’argento e otto di bronzo. Come mai, dunque, il New York Times sulle sue pagine colloca la nazionale azzurra al primo posto? La risposta è presto detta ed è basata sulla modalità di calcolo delle posizioni.

Le modalità di calcolo

Il regolamento del Comitato olimpico internazionale vuole che la classifica si faccia in base alle medaglie d’oro. Avendone l’Italia ottenute sei e la Norvegia sette, va considerato primo del medagliere il Paese scandinavo. C’è però chi, come il Nyt, è rimasto al calcolo “alternativo” rispetto a quello ufficiale (che si faceva decenni fa) basato sul numero di medaglie complessive ottenute da uno Stato. Dunque, dato che l’Italia ne ha conquistate 17, più di ogni altra nazione, ecco spiegato perché viene collocata prima in classifica, seguita dalla Norvegia e dagli Stati Uniti che sono a quota 14.

Nuova minaccia all’Iran: Trump invia in Medio Oriente anche la portaerei più grande del mondo

Sale ancora la tensione tra Stati Uniti e Iran. Con l’obiettivo di costringere la Repubblica Islamica a stringere un accordo sul suo programma nucleare, Donald Trump ha infatti inviato in Medio Oriente anche la portaerei più grande del mondo: la USS Gerald R. Ford, che va dunque ad affiancarsi alla USS Abraham Lincoln, da tempo presente nel Mar Arabico, rafforzando la potenza di fuoco statunitense nella regione.

Nuova minaccia all’Iran: Trump invia in Medio Oriente anche la portaerei più grande del mondo
Donald Trump (Ansa).

Trump rafforza la potenza di fuoco dopo i colloqui in Oman

Il primo round di colloqui tra gli Stati Uniti e l’Iran si è tenuto il 6 febbraio a Muscat, in Oman. Ma il vertice, a cui hanno preso parte il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e gli inviati Usa Steve Witkoff e Jared Kushner, non ha portato risultati di rilievo. Teheran, tramite Mohammad Eslami, capo dell’Organizzazione per l’Energia Atomica dell’Iran, ha messo sul tavolo la diluizione dell’uranio arricchito al 60 per cento, in cambio della revoca delle sanzioni Usa che stanno mettendo in ginocchio l’economia del Paese.

La USS Ford era ai Caraibi per l’operazione in Venezuela

La USS Ford e le sue navi di scorta erano state dispiegate nel Mar dei Caraibi mentre era in corso la campagna contro il Venezuela: proprio dal suo gruppo d’attacco si erano alzati in volo i caccia impegnati nell’operazione per la cattura di Nicolas Maduro. Secondo quanto riportato dal New York Times la USS Ford, che ha ricevuto l’ordine di salpare verso il Medio Oriente, non rientrerà negli Stati Uniti prima di aprile.

Nuova minaccia all’Iran: Trump invia in Medio Oriente anche la portaerei più grande del mondo
Caccia sulla USS Gerald R. Ford (Ansa).

Rappresenta il vertice della tecnologia navale Usa

Lunga 337 metri, con oltre 100 mila tonnellate di dislocamento e una velocità massima di 30 nodi, la USS Ford può ospitare fino a 90 velivoli e rappresenta il vertice della tecnologia navale americana grazie ai suoi reattori nucleari più potenti e al sistema di lancio elettromagnetico, che consente di lanciare aerei più rapidamente, pesantemente armati e con più carburante, rispetto alle tradizionali catapulte. Trasporta inoltre un equipaggio di oltre 4 mila uomini, incluso il suo stormo di volo. Costruita a partire dal 2005 e varata nel 2013, la USS Gerald R. Ford nella Marina Usa ha sostituito la USS Enterprise, messa fuori servizio dopo 51 anni di attività.

L’altra mossa degli Stati Uniti: i kit Starlink introdotti in Iran

Sempre a proposito delle tensioni tra Usa e Iran, un funzionario statunitense ha detto al Wall Street Journal che Washington ha introdotto clandestinamente nella Repubblica Islamica circa 6 mila kit Internet satellitari Starlink, per consentire agli attivisti di rimanere online dopo la brutale repressione delle proteste da parte del regime.