Il Washington Post licenzierà oltre 300 giornalisti

Il Washington Post prevede di licenziare centinaia di giornalisti, almeno 300 degli 800 che compongono la redazione. Lo riporta il New York Times, secondo cui ci sarebbe stata una videochiamata con i dipendenti per annunciare l’inizio dei tagli. Una decisione che arriva pochi giorni dopo che il quotidiano, edito dal fondatore di Amazon Jeff Bezos, ha ridotto la copertura delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina a causa delle crescenti perdite finanziarie. La decisione di licenziare personale sarebbe infatti legata alla frenata, in termini di abbonamenti, lettori e quindi ricavi, subita dal giornale negli ultimi due anni.

I tagli alle redazioni Sport e Libri

Secondo quanto ricostruito, il direttore esecutivo Matt Murray e il responsabile delle risorse umane Wayne Connell hanno inviato una mail ai dipendenti invitandoli a «restare a casa per l’intera giornata», chiedendo di partecipare a una riunione su Zoom alle 8.30 del mattino in cui è stata annunciata la nuova linea. I tagli dovrebbero riguardare le sezioni Sport e Libri ma anche la redazione Metro, che si occupa di coprire Washington DC, Maryland e Virginia. Il giornale ha intenzione di puntare tutto sulla politica e aumentare la copertura su tematiche come scienze, salute, tecnologie e storie di vita quotidiana online. Il capo ufficio Matt Viser e altri sette cronisti della Casa Bianca hanno firmato una lettera con cui avvertono che il giornale non potrà mantenere i suoi standard di eccellenza se verranno colpite in modo significativo altre aree della testata: «Se il piano è riorientare il giornale quasi esclusivamente sulla politica, vogliamo sottolineare quanto il nostro lavoro dipenda dalla collaborazione con le redazioni esteri, sportive e locali. Se una parte viene indebolita, ne risentiremo tutti».

Ritiro parziale dell’antimmigrazione dal Minnesota: quanti agenti andranno via

Lo “zar dei confini” Tom Homan, inviato da Donald Trump a Minneapolis dopo l’uccisione del manifestante Alex Pretti, ha annunciato che il governo federale ritirerà «immediatamente» 700 agenti dal Minnesota, Questo lascerà circa 2 mila agenti sul campo, ha spiegato Homan, aggiungendo che il ritiro totale di Ice e Border Patrol «dipenderà dalla cooperazione con le forze dell’ordine locali e statali».

Ritiro parziale dell’antimmigrazione dal Minnesota: quanti agenti andranno via
Protesta contro l’Ice (Ansa).

Il sindaco di Minneapolis: «Non è una de-escalation»

Il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, ha dichiarato che il ritiro di 700 militari da parte del Dipartimento per la Sicurezza Interna, annunciato da Homan, «non rappresenta una de-escalation». Il governatore del Minnesota, Tim Walz, ha definito il parziale ritiro «un passo nella giusta direzione», aggiungendo che in ogni caso «l’Operazione Metro Surge non sta rendendo il Minnesota più sicuro».

Tmz ha pubblicato foto di Epstein senza vita dopo il suicidio in cella

Il sito Tmz ha pubblicato foto di Jeffrey Epstein senza vita dopo il suicidio avvenuto nel Metropolitan Correctional Center di Manhattan il 10 agosto 2019: le immagini mostrano il finanziere a torso nudo, con addosso i pantaloni arancioni da carcerato e la mandibola legata per tenere la bocca chiusa post mortem. Le foto fanno parte dell’ultima valanga di file diffusi dal Dipartimento della Giustizia Usa. Cinque scatti mostrano inoltre i tentativi di rianimazione dei sanitari e altri la cella di Epstein. In una foto si vede una striscia di stoffa arancione, ricavata probabilmente dalle lenzuola, usata dal finanziere per impiccarsi alla barra del letto. In altre immagini si possono vedere alcune aree del Metropolitan Correctional Center. Tmz ha inoltre diffuso alcuni documenti dell’autopsia di Epstein: la sua morte è stata dichiarata ufficialmente un suicidio, ma sono in molti a ritenere che in realtà sia stato ucciso, dato che aveva in scacco alcuni degli uomini più potenti al mondo.

La faida tra primedonne nel mondo Maga

Mentre negli Stati Uniti continuano le proteste contro l’Ice, nel variegato mondo MAGA si sta consumando una faida tra primedonne, fiere portabandiera della womanosphere. Da una parte c’è l’influencer Candace Owens, famosa in Europa per avere diffuso la teoria secondo cui la première dame Brigitte Macron sarebbe un uomo. Bufala che le è costata una causa di diffamazione da parte del presidente francese e signora. Dall’altra invece c’è la vedova più famosa d’America: Erika Kirk.

La faida tra primedonne nel mondo Maga
Donald Trump e Erika Kirk (Ansa).

L’attacco di Candace Owens a Erika Kirk

In una puntata del suo podcast su YouTube, Owens ha diffuso un audio in cui Kirk si beava dell’impennata delle vendite del merchandising di Turning Point Usa, l’organizzazione fondata dal marito Charlie. Non ci sarebbe nulla di strano, si dirà. Ma ad avvelenare l’influencer è stata la tempistica. L’audio sarebbe infatti stato registrato meno di due settimane dopo l’uccisione dell’attivista di estrema destra alla Utah Valley University, nel settembre 2025.

«Il fatto che siamo riusciti a realizzare un evento che rimarrà nella storia di questo secolo è semplicemente pazzesco», commenta Mrs. Kirk riferendosi al funerale del marito a cui hanno partecipato, tra gli altri, Donald Trump, Elon Musk e J.D. Vance. «Abbiamo avuto oltre 275 mila spettatori e lo stadio era stracolmo», aggiunge ringraziando tutte le persone che hanno contribuito a organizzare e promuovere la cerimonia. Funzione-evento che avrebbe dato una spinta notevole alle vendite di cappellini, t-shirt, shopper, felpe, sticker col logo di Turning Point Usa: «Abbiamo superato le 200 mila unità», sottolinea la vedova soddisfatta. Un tono che Owens definisce «sgradevole». Fuori luogo sarebbe, in particolare, una risata che si sente nella clip di due minuti: «Non sono passate nemmeno due settimane dall’assassinio di suo marito e stiamo già parlando di numeri e obiettivi commerciali oltre le aspettative», sottolinea. Per poi aggiungere: «Sappiamo che ognuno affronta il lutto in modo diverso, ma mi aspettavo di sentirla più turbata».

La faida tra primedonne nel mondo Maga
Candace Owens (Ansa).

La vedova Kirk nel mirino degli haters

Owens non è comunque la prima a dubitare del dolore della vedova. Basta cercare Erika Kirk su X, Instagram e TikTok per essere sommersi dai meme. Molti si concentrano sul suo arrivo ad AmericaFest, la convention annuale di Turning Point Usa, a dicembre. «Manco fosse Katy Perry», scrivono i più gentili commentando la passerella della donna fasciata in un abito scintillante tra i fuochi d’artificio. Tra i tanti, si segnala la parodia della drag queen Erika Qwerk, con dollari in mano, che ha fatto imbestialire il popolo MAGA.

Candace Owens non ha comunque intenzione di mollare il colpo. Qualche ora dopo l’uscita del podcast su YouTube, ha pubblicato su TikTok una videocall di Erika Kirk con i dipendenti di TPUsa. Sono passati cinque giorni dalla morte del marito e la donna, in lacrime, promette che nessuno rischia il licenziamento: «Siamo una famiglia, sono molto legata a voi», assicura. Clip seguita a ruota dalla storia di una dipendente fatta fuori senza alcuna spiegazione dall’organizzazione.

Il complottismo sull’assassinio di Charlie Kirk

Che i rapporti tra Owens e la vedova Kirk non siano dei migliori non è certo un segreto. L’influencer non è stata invitata ad AmericaFest, nonostante sia tanto apprezzata da Donald Trump. Nonostante l’assenza, è stata comunque attaccata da alcuni ospiti. D’altronde la podcaster non ha mai sposato la versione ufficiale sull’assassinio di Charlie Kirk: ipotizza, infatti, che potrebbero essere coinvolti Francia, Israele ed Egitto e che l’attivista conservatore sia stato vittima di un complotto e “tradito” da persone di Turning Point Usa a lui vicine. Una verità scomoda che le forze dell’ordine starebbero insabbiando. Voci, insinuazioni e teorie assurde che hanno infiammato i MAGA tanto da da ‘costringere’ le due donne a un lungo faccia a faccia. Che però non pare essere stato risolutivo. Se Erika Kirk ha definito l’incontro «molto costruttivo», Owens non ha cambiato idea: per lei il 22enne Tyler Robinson non sarebbe l’unico responsabile dell’omicidio.

Le Pen, chiesta l’interdizione per cinque anni in Appello

Il pubblico ministero ha confermato in Appello la richiesta di interdizione di cinque anni dai pubblici uffici per Marine Le Pen nell’ambito del processo che la vede imputata per appropriazione indebita di fondi pubblici – secondo l’accusa, le somme destinate agli assistenti parlamentari a Bruxelles e Strasburgo sarebbero state utilizzate per pagare personale e attività del partito in Francia. I pm hanno dunque chiesto la conferma della condanna di primo grado. La sentenza della Corte d’appello è prevista entro l’estate. Se i giudici seguiranno le raccomandazioni dell’accusa, Le Pen dovrebbe scegliere tra rinunciare alla candidatura all’Eliseo oppure fare ricorso in Cassazione, sperando in una svolta giudiziaria in suo favore, anche se a ridosso delle presidenziali previste nell’aprile 2027.

Perquisizioni nella sede francese di X, Musk convocato in procura a Parigi: cosa sappiamo

Perquisizione da parte dell’unità anticrimine informatico della procura di Parigi, dell’unità informatica della polizia nazionale e di Europol nella sede francese di X. Il raid fa parte di un’indagine avviata a gennaio del 2025 sul sospetto abuso di algoritmi e sull’estrazione fraudolenta di dati, che la procura ha affermato di aver ora ampliato per includere le denunce relative a Grok, lo strumento di intelligenza artificiale di X. La procura di Parigi ha spiegato in una nota le indagini a più ampio raggio riguardano anche i presunti reati di «complicità nel possesso e nella distribuzione organizzata di immagini di abusi su minori, violazione dei diritti d’immagine attraverso deepfake a sfondo sessuale e negazione di crimini contro l’umanità».

Perquisizioni nella sede francese di X, Musk convocato in procura a Parigi: cosa sappiamo
Grok, chatbot di X (Ansa).

Le autorità francesi hanno avviato le indagini dopo la denuncia presentata dal deputato di centrodestra Éric Bothorel, secondo cui algoritmi parziali sulla piattaforma avrebbero probabilmente distorto il suo sistema di elaborazione dati e influenzato il tipo di contenuti proposti. A novembre 2025, i procuratori hanno reso noto l’allargamento dell’inchiesta a Grok, che in pratica ha negato l’Olocausto, avanzando false affermazioni comunemente diffuse da chi sostiene che la Germania nazista non abbia davvero sterminato sei milioni di ebrei. Il chatbot, che ha pure inneggiato ad Adolf Hitler, si è inoltre reso protagonista di gravi insulti contro il primo ministro polacco Donald Tusk, definito «traditore». Non solo: l’IA generativa di Musk è finita nell’occhio del ciclone anche per la capacità di “spogliare” persone vestite, compresi bambini: l’Ue ha avviato un’indagine sulla produzione e diffusione di deepfake a sfondo sessuale che ritraggono donne e minori.

Perquisizioni nella sede francese di X, Musk convocato in procura a Parigi: cosa sappiamo
Linda Yaccarino (Ansa).

I procuratori hanno convocato il 20 aprile 2026 per “audizioni libere” (cioè senza stato di fermo) il patron Elon Musk e l’ex amministratrice delegata dell’azienda Linda Yaccarino – che ha guidato la piattaforma dopo l’acquisizione da parte del magnate da giugno 2023 a luglio 2025 – per interrogarli in qualità di «gestori di fatto e di diritto della piattaforma X al momento dei fatti». Le citazioni emesse a carico di Musk e Yaccarino sono obbligatorie, ma difficili da far rispettare a chi si trova al di fuori della Francia. Da parte sua, la procura di Parigi ha dichiarato che l’indagine è stata condotta «nell’ambito di un approccio costruttivo, con l’obiettivo finale di garantire che la piattaforma X rispetti le leggi francesi, nella misura in cui opera sul territorio nazionale».

Negli Epstein Files spuntano anche Putin, Musk e Salvini: tutte le nuove rivelazioni

Il flusso di pubblicazioni di documenti iniziato alla fine di febbraio 2025 e culminato il 30 gennaio nella pubblicazione di quasi tre milioni di pagine di file su Jeffrey Epstein, ha messo in luce la profondità, l’intensità e la persistenza dei legami del finanziere morto suicida in carcere nel 2019 con l’élite globale, anche dopo la prima condanna per reati sessuali risalente al 2008. Contraddicendo anni di smentite da parte di big di Wall Street, vip di Hollywood e celebri miliardari. Negli Epstein Files sono spuntati persino Vladimir Putin e addirittura Matteo Salvini. Senza dimenticare Elon Musk.

Negli Epstein Files spuntano anche Putin, Musk e Salvini: tutte le nuove rivelazioni
Jeffrey Epstein.

Putin citato più di mille volte: Epstein era al soldo del Cremlino?

Nei file relativi alle indagini su Epstein, il nome di Vladimir Putin viene citato ben 1.056 volte. L’effettivo collegamento tra finanziere e il presidente russo è tutto da dimostrare, ma l’abnorme numero di citazioni – ovviamente – non è passato inosservato. Epstein, scrive il Daily Mail, avrebbe gestito «la più grande operazione al mondo basata sul kompromat sessuale». In parole povere, Epstein sarebbe stato manovrato dal Cremlino, che tramite gli 007 di Mosca gli avrebbe fornito ragazze russe per “intrattenere” importanti figure dell’establishment globale, rendendole così ricattabili tramite video girati di nascosto. Kompromat è un vocabolo della lingua russa ottenuto dalla contrazione dei termini komprometiruyuschij e material: significa “materiali compromettenti”.

Negli Epstein Files spuntano anche Putin, Musk e Salvini: tutte le nuove rivelazioni
Vladimir Putin (Ansa).

Di sicuro, Epstein cercò più volte di incontrare Putin. A maggio del 2013, ad esempio, scrisse a Thorbjørn Jagland, allora segretario generale del Consiglio d’Europa ed ex primo ministro della Norvegia, che Bill Gates sarebbe stato a Parigi, aggiungendo: «Putin è il benvenuto a cena». In un’email del 2014, il venture capitalist giapponese Joey Ito comunicò a Epstein che Reid Hoffman, cofondatore di LinkedIn, si sarebbe potuto unire a loro per incontrare Putin: l’eventuale meeting saltò poi dopo l’abbattimento del volo Malaysia Airlines MH17 da parte delle forze russe. Nel 2018, Epstein tramite il già citato Jagland provò a contattare il ministero degli Esteri russo Sergei Lavrov, sostenendo di essere in possesso di informazioni scottanti su Donald Trump (di cui era stato spesso ospite a Mar-a-Lago): alla vigilia del summit tra il presidente americano e l’omologo russo che si tenne quell’anno a Helsinki, The Donald affermò di non avere prove di interferenze di Mosca nella sua elezione. Secondo gli 007 americani citati dal Daily Mail, Epstein potrebbe essere finito nella rete di spionaggio di Mosca da Robert Maxwell, padre della socia e compagna Ghislaine, che pare avesse legami con il Kgb. Non finisce qui: in un fascicolo datato 27 novembre 2017, l’Fbi mise a verbale le rivelazioni di una fonte considerata attendibile che, oltre a parlare di una tenuta in New Mexico dove Epstein attirava e filmava ragazze minorenni, afferma come finanziere fosse «anche il gestore patrimoniale di Putin» e svolgesse stesso servizio per Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe.

Negli Epstein Files spuntano anche Putin, Musk e Salvini: tutte le nuove rivelazioni
Elon Musk (Imagoeconomica).

Musk non vedeva l’ora di fare festa sull’isola di Epstein

In un post su X, Musk lo scorso settembre non solo aveva negato di aver visitato la “famosa” isola di Epstein, ma aveva inquadrato la sua decisione come un atto di principio: «Ha cercato di convincermi e mi sono rifiutato». I documenti diffusi a fine gennaio suggeriscono invece che Musk fosse invece impaziente di andarci. O forse tornarci: «Quale giorno/notte sarà la festa più sfrenata sulla tua isola?», chiese Mr Tesla via email al finanziere a novembre del 2012. All’indomani della pubblicazione dei nuovi file, Musk ha scritto su X: «Ho avuto pochissima corrispondenza con Epstein e ho rifiutato ripetuti inviti ad andare sulla sua isola o a volare sul suo ‘Lolita Express‘, ma ero ben consapevole che alcune email scambiate con lui avrebbero potuto essere fraintese e utilizzate dai detrattori per infangare il mio nome».

A proposito di miliardari, in un’email del 2013, Epstein parla di una malattia sessualmente trasmissibile che Bill Gates avrebbe contratto dopo alcuni incontri con giovani donne russe, facendo riferimento alla richiesta del fondatore di Microsoft di ricevere antibiotici da somministrare di nascosto alla (ora ex) moglie Melinda.

Dal patron di Virgin alla principessa norvegese: la rete di Epstein

Gli ultimi file diffusi hanno evidenziato rapporti amichevoli tra Epstein e il miliardario britannico Richard Branson, fondatore del gruppo Virgin. «È stato davvero un piacere vederti ieri. Ogni volta che sarai in zona, mi farebbe piacere vederti. A patto che tu porti il tuo harem!», scrisse quest’ultimo nel 2013 in un’email. Un rappresentante di Branson ha affermato che i due avevano avuto solo un incontro di lavoro.
Mentre aumentano le pressioni sul principe Andrea, fratello di re Carlo III d’Inghilterra, negli Epstein Files è spuntata pure l’ex moglie Sarah Ferguson, che nel 2009 scrisse al finanziere definendolo: «Il fratello che aveva sempre sognato di avere». A proposito di nobiltà europea, il nome della principessa norvegese Mette-Marit, moglie del futuro re Haakon, compare più di mille volte. Estremamente confidenziale il rapporto con Epstein. Quando nel 2012 le disse di essere a Parigi «in cerca di moglie», lei rispose che la capitale francese era «adatta all’adulterio», ma che «le donne scandinave sono mogli migliori». Mette-Marit si è giustificata dicendo di aver commesso «un errore di giudizio». Per quanto riguarda la politica, l’ex ambasciatore britannico negli Usa Peter Mandelson, licenziato per i suoi legami con Epstein, ha lasciato il Partito Laburista dopo nuove rivelazioni sui suoi rapporti col finanziere. E in Slovacchia l’ex ministro degli Esteri Miroslav Lajčák si è dimesso dal ruolo di consigliere del premier Robert Fico, dopo che sono venuti a galla i suoi legami con Epstein.

Da Thiel a Bryn: i nomi che tornano, nonostante le smentite

Nei file diffusi il 30 gennaio è spuntata un’email con cui Howard Lutnick, Segretario al Commercio Usa, cercò di organizzare una visita con la moglie e i figli all’isola privata di Epstein poco prima di Natale del 2012. Nel corso di un podcast, l’anno scorso aveva definito il finanziere «una persona disgustosa», conosciuta a metà Anni Duemila e mai più frequentata. Il magnate immobiliare newyorkese Andrew Farkas, comproprietario di un porto turistico con Epstein a St. Thomas per anni, in una lettera agli investitori del 2025 ha parlato di un rapporto esclusivamente di affari. Ma gli ultimi documenti pubblicati suggeriscono altro. Nei file ci sono poi i nomi di Peter Thiel, cofondatore di PayPal, che aveva una fitta corrispondenza con Epstein e da cui fu invitato nella sua isola ai Caraibi; di Sergey Brin, il cofondatore di Google; e di Steve Tisch, comproprietario della squadra di football dei New York Giants.

Salvini e quei riferimenti di Bannon ai finanziamenti per la Lega

E poi c’è Salvini, citato 99 volte. Il segretario della Lega è totalmente estraneo ai traffici sessuali di Epstein, interessato però all’ascesa della destra nella politica europea. Nei documenti si parla di ipotetici finanziamenti americani al Carroccio: lo fa Steve Bannon, ex stratega di Trump, spiegando al finanziere di essere impegnato a raccogliere fondi per Marine Le Pen, Viktor Orban e Salvini così che «possano effettivamente candidarsi con liste complete» alle Europee. Il carteggio a “tema Salvini” risale al biennio 2018-2019, quello del governo giallo-verde poi fatto cadere dalla Lega che ruppe l’alleanza col M5s. Bannon nei documenti ipotizzava una crisi di governo scatenata da Salvini (cosa effettivamente accaduta), con conseguente voto anticipato che avrebbe portato, chissà, il segretario leghista a Palazzo Chigi. Dai file trapela l’entusiasmo di Epstein per tale scenario. Le cose però non sono andate come immaginato da Bannon. Stratega, sì, ma non stregone. La pluricitazione di Salvini negli Epstein Files, va detto, non ha trovato molta eco su giornali e soprattutto telegiornali, che hanno coperto poco o niente la notizia. La Lega ha comunque smentito di aver beneficiato di finanziamenti americani, parlando di «gravi millanterie» e di «un’operazione che ricorda tristemente la campagna di fango sui presunti sostegni economici russi (anche in quel caso mai chiesti e mai ricevuti, con assalti mediatici e vicende giudiziarie finite nel nulla)», aggiungendo che Salvini «si difenderà in ogni sede in caso di insinuazioni o accostamenti con personaggi disgustosi».

Dai dazi al petrolio, cosa prevede il nuovo accordo tra Usa e India

Stati Uniti e India hanno firmato un nuovo accordo per cui il presidente americano Donald Trump ridurrà i dazi sui beni provenienti dallo Stato asiatico dal 25 al 18 per cento e, in cambio, il primo ministro indiano Narendra Modi ha assicurato che interromperà l’acquisto di petrolio russo. La decisione arriva dopo mesi di pressioni da parte del tycoon affinché l’India riducesse la propria dipendenza dal greggio russo a basso costo. Nuova Delhi, inoltre, inizierà a ridurre a zero le tasse sulle importazioni di beni statunitensi e ad acquistare prodotti americani per un valore di 500 miliardi di dollari.

Trump: «L’accordo contribuirà a fermare la guerra in Ucraina»

«È stato un onore parlare questa mattina con il primo ministro Modi, dell’India. È uno dei miei più grandi amici e un leader potente e rispettato del suo Paese. Abbiamo parlato di molte cose, tra cui il commercio e la fine della guerra tra Russia e Ucraina», ha scritto Trump su Truth. Il leader indiano, si legge nel post, «ha accettato di smettere di acquistare petrolio russo e di comprare molto di più dagli Stati Uniti e, potenzialmente, dal Venezuela. Ciò contribuirà a fermare la guerra in Ucraina, che è in corso in questo momento, con migliaia di persone che muoiono ogni settimana!». E ancora: «Per amicizia e rispetto per il primo ministro Modi e, su sua richiesta, con effetto immediato abbiamo concordato un accordo commerciale tra Stati Uniti e India, in base al quale gli Stati Uniti applicheranno una tariffa reciproca ridotta, portandola dal 25 per cento al 18 per cento. Anche loro procederanno a ridurre le loro barriere tariffarie e non tariffarie verso gli Stati Uniti, fino a zero».

Modi: «Si aprono enormi opportunità di cooperazione vantaggiosa»

Anche il primo ministro indiano ha condiviso i dettagli dell’accordo sui social. «È stato meraviglioso parlare oggi con il mio caro amico, il presidente Trump. Sono lieto che i prodotti Made in India beneficeranno ora di una tariffa ridotta al 18 per cento. Un grande ringraziamento al presidente Trump, a nome degli 1,4 miliardi di indiani, per questo straordinario annuncio», ha scritto su X. «Quando due grandi economie e le più grandi democrazie del mondo lavorano insieme, ne traggono beneficio i nostri popoli e si aprono enormi opportunità di cooperazione reciprocamente vantaggiosa», ha continuato Modi, che ha poi lodato il presidente Usa per le sue doti diplomatiche. «La leadership del presidente Trump è fondamentale per la pace, la stabilità e la prosperità globali. L’India sostiene pienamente i suoi sforzi per la pace».

Piano Ucraina-Ue-Usa sulla tregua: il ruolo graduale delle truppe europee

L’Ucraina ha concordato con i partner occidentali che qualsiasi violazione persistente da parte della Russia di un futuro accordo di cessate il fuoco innescherà una risposta militare coordinata e su più livelli da parte dell’Europa e degli Stati Uniti. Lo riporta il Financial Times, citando fonti a conoscenza delle discussioni. Lo riporta il Financial Times: il piano sarebbe stato discusso in diverse occasioni tra dicembre e gennaio tra funzionari ucraini, europei e americani.

La prima fase del piano: la risposta ucraina

Secondo il piano, qualsiasi violazione del cessate il fuoco da parte della Russia comporterebbe una risposta entro 24 ore, a partire da un avvertimento diplomatico e, se necessario, un intervento dell’esercito ucraino per porre fine all’infrazione.

Piano Ucraina-Ue-Usa sulla tregua: il ruolo graduale delle truppe europee
Soldati russi in Ucraina (Ansa).

La seconda fase del piano: l’intervento dei Volenterosi

In caso di prosieguo delle ostilità, il piano prevede una seconda fase di intervento con l’impiego delle forze della coalizione dei Volenterosi, che comprende molti membri dell’Unione europea, oltre a Regno Unito, Norvegia, Islanda e Turchia.

La terza fase del piano: il coinvolgimento degli Usa

Nel caso di un esteso attacco russo, a 72 ore dalla violazione iniziale scatterebbe una risposta coordinata da parte di una forza occidentale più ampia, non solo europea: ci sarebbe infatti il coinvolgimento diretto dell’esercito degli Stati Uniti.

Piano Ucraina-Ue-Usa sulla tregua: il ruolo graduale delle truppe europee
Sergei Lavrov (Ansa).

La posizione della Russia sulle forze straniere in Ucraina

Ribadendo quanto già affermato in passato, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha dichiarato che «l’impiego di unità militari, strutture, magazzini e altre infrastrutture dei Paesi occidentali in Ucraina è inaccettabile e sarà considerato un intervento straniero che rappresenta una minaccia diretta alla sicurezza della Russia», che tratterà tali forze come obiettivi legittimi.

Il caso dell’influencer brasiliano pro-Trump arrestato dall’Ice

L’influencer brasiliano di destra Júnior Pena, che di recente aveva minimizzato il rischio di espulsioni di massa, affermando che le misure della Casa Bianca avrebbero colpito solo gli immigrati clandestini o coloro che erano coinvolti in reati, nonché autore di un recente videomessaggio di sostegno a Donald Trump su Instagram, è stato arrestato dagli agenti dell’Ice nel New Jersey.

Il caso dell’influencer brasiliano pro-Trump arrestato dall’Ice
Junior Pena (Instagram).

L’influencer vive negli States dal 2019

Con più di 480 mila follower su Instagram, l’influencer – nome completo Eustáquio da Silva Pena Júnior – sui social da tempo pubblica contenuti sull’immigrazione e sulla vita negli Stati Uniti, dove si è trasferito nel 2009. Pena inoltre usa i suoi social network per dare voce alle storie dei migranti e alle voci critiche nei confronti del presidente di sinistra brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, e a quelle di coloro che sostengono l’ex presidente di estrema destra Jair Bolsonaro, recentemente incarcerato e alleato di Trump.

Pena non rischierebbe l’espulsione

Maycon MacDowel, agente di polizia e amico personale di Junior Pena molto attivo sui social, ha spiegato che l’influencer brasiliano si trova al momento a Delaney Hall, un centro di detenzione per immigrati situato a Newark, nel New Jersey, e che sulla sua testa non pende un ordine di espulsione. L’arresto è avvenuto perché pena non si è presentato a un’udienza obbligatoria nell’ambito delle procedure per la regolarizzazione della sua posizione negli Usa. «Io rispetto le regole, pago le tasse e cerco di legalizzare il mio status. Lui espellerà chiunque sia clandestino, i criminali e chiunque commetta reati. Chi vuole aiutare il Paese non verrà espulso», aveva raassicurato poco prima di finire in manette.

Zelensky smentisce la “tregua energetica” annunciata da Trump

Non esiste un accordo ufficiale di cessate il fuoco sugli obiettivi energetici tra Ucraina e Russia. Lo ha detto Volodymyr Zelensky, spiegando che si tratta di un’iniziativa proposta dagli Stati Uniti e personalmente da Donald Trump e che al momento è «una possibilità», piuttosto che un vero e proprio accordo. Zelensky ha poi affermato che se Mosca interromperà gli attacchi alle infrastrutture energetiche dell’Ucraina, Kyiv «in cambio si asterrà dal colpire i siti energetici russi».

Continuano gli attacchi: pioggia di dron russi nella notte

Nella notte intanto si sono verificati nuovi massicci attacchi russi. Mosca ha lanciato sul territorio ucraino un missile balistico Iskander-M e 111 droni d’attacco, tra cui Shahed, Gerbera, Italmas e velivoli di altri tipi, secondo quanto riferito dall’Aeronautica militare di Kyiv. Di contro, il ministero della Difesa russo ha comunicato l’abbattimento di 18 droni ucraini, precisando che cinque erano in volo sul territorio della Repubblica di Crimea, due sul Mar Nero, due nella regione di Rostov, uno nella regione di Astrakhan e uno nella regione di Kursk.

La Federal Reserve lascia i tassi invariati

La Federal Reserve ha deciso di mantenere invariato il costo del denaro, confermando i tassi nella forchetta compresa tra il 3,50 per cento e il 3,75 per cento, dopo una fase segnata da tre tagli consecutivi. La scelta arriva mentre c’è un’indagine in corso nei confronti del presidente Jerome Powell, e non ha raccolto il consenso unanime del board: dieci i voti favorevoli, due quelli contrari, espressi dai governatori Stephen Miran, nominato da Donald Trump, e Christopher Waller, attualmente in corsa per la guida della Fed. La banca ha sottolineato che «L’incertezza sulle prospettive economiche resta elevata», ribadendo al tempo stesso che continuerà a «osservare attentamente i prossimi dati per valutarne gli effetti sull’evoluzione del quadro economico».