Bafta 2026, quando si terrà la cerimonia e dove vederla

Gli attori Aimee Lou Wood e David Jonsson hanno annunciato, in diretta da Londra, le nomination ai Bafta 2026, gli Oscar britannici e tra i più prestigiosi riconoscimenti a livello mondiale. I favoriti della 79esima edizione sono, come prevedibile, Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson che ha ricevuto 14 candidature (due in meno del record assoluto di Gandhi) e Sinners di Ryan Coogler, mattatore fra le nomination degli Oscar, a una sola lunghezza di distanza. L’Italia purtroppo non concorrerà per alcun premio, in quanto La Grazia di Paolo Sorrentino, presente in longlist, non è entrato nella cinquina dei film internazionali.

Bafta 2026, quando si terrà la cerimonia, dove vederla e chi sarà il conduttore

Bafta 2026, quando si terrà la cerimonia e dove vederla
L’attore e regista scozzese Alan Cumming (Ansa).

La cerimonia di premiazione dei Bafta 2026 si terrà alla Royal Festival Hall di Londra il 22 febbraio. In Italia non dovrebbe essere prevista una diretta televisiva, ma sarà comunque possibile seguire le fasi salienti dell’evento di gala sul canale YouTube ufficiale e sui profili social: qui gli appassionati avranno modo di guardare il red carpet e le parti principali della cerimonia con l’assegnazione dei premi. Sul palco, nelle vesti di presentatore, ci sarà l’attore e regista britannico Alan Cumming, scozzese classe 1965 che in carriera ha vinto un Tony Award per il musical Cabaret del 1993 e un Emmy per la serie The Good Wife in cui ha interpretato il personaggio di Eli Gold. Apparso in Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick, è noto soprattutto per aver portato sullo schermo Nightcrawler in X-Men 2, personaggio che riprenderà nel 2026 in Avengers: Doomsday.

I favoriti della 79esima edizione degli Oscar britannici

Bafta 2026, quando si terrà la cerimonia e dove vederla
I premi dei Bafta (Ansa).

La 79esima edizione dei Bafta ha assegnato almeno una nomination a ben 46 produzioni. In vetta, come detto, c’è Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson con 14, tra cui miglior film, regia, attori e attrici (protagonisti e non protagonisti): in lizza per un premio, tra gli altri, Leonardo DiCaprio, Chase Infinity, Sean Penn e Benicio Del Toro. Segue Sinners, acclamato horror di Ryan Coogler con Michael B. Jordan (anche lui in lizza per un riconoscimento), che ha ricevuto 13 candidature. Ci sono poi Hamnet e Marty Supreme a pari merito con 11 e Frankenstein e Sentimental Value con otto. Tre candidature per F1, film di Apple Tv con Brad Pitt nei panni di un veterano delle corse. Tra coloro che hanno ricevuto la prima nomination in carriera anche Stellan Skarsgard, candidato a 74 anni come attore non protagonista grazie a Sentimental Value.

Niente da fare tra i film internazionali (non in lingua inglese) per La Grazia di Paolo Sorrentino, che pure era riuscito a entrare in longlist. A contendersi il riconoscimento saranno soprattutto Un semplice incidente di Jafar Panahi, Palma d’Oro a Cannes 2025, e Sentimental Value. Ottime chance anche per L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho con Wagner Moura, Sirat e La Voce di Hind Rajab, applaudito alla Mostra del Cinema di Venezia.  

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Bafta 2026, le nomination: non c’è La Grazia di Sorrentino

Annata amara per l’Italia anche agli “Oscar britannici”. La Grazia di Paolo Sorrentino non è riuscito a ottenere la nomination ai Bafta 2026, annunciate nella giornata di oggi 27 gennaio a Londra da David Jonsson e Aimee Lou Wood. Tra i migliori film internazionali ci sono Un semplice incidente del regista iraniano Jafar Panahi, Palma d’Oro a Cannes, e Sentimental Value di Joachim Trier, che se la vedranno con Sirat, La Voce di Hind Rajab e soprattutto L’agente segreto. A dominare la scena, come previsto anche dopo le candidature agli Oscar, sono Una battaglia dopo l’altra con 14 e l’horror Sinners che ne ha ottenute 13. Staccati di due lunghezze Hamnet e Marty Supreme, mentre più distanziati con otto Sentimental Value e Frankenstein. La cerimonia di premiazione si terrà alla Royal Festival Hall di Londra il 22 febbraio con la conduzione di Alan Cumming.

Sirat, il folgorante film-esperienza che ci fa tornare agli Anni 70

Sirat”, nella cultura islamica, significa ponte, passaggio, transito da esperire nel giorno del giudizio, per attraversare l’inferno, e seguire poi il cammino verso il paradiso. Ironia vuole che il titolo del film ora nelle sale, Sirat, “cammino”, richiami quello di Checco Zalone e Gennaro Nunziante, Buen Camino, come a dire che gli artisti fiutino certo l’aria del tempo, e assumano nel concetto di “passaggio”, il senso di ciò che oggi riguarda tutti noi. In attesa dell’Odissea omerica di Christopher Nolan (uscita prevista il 16 luglio), qui si narra di un’ulteriore odissea, tra il deserto marocchino e le alture dell’Atlante, dove un drappello di diseredati si muove alla ricerca di una ragazza scomparsa, sulle orme dell’esperienza nomade dei rave party, con una guerra invisibile che incombe all’intorno.

L’inizio del film rimanda esplicitamente alla figura dell’odissea, quella di Kubrick, attraverso l’insistita mostra delle casse acustiche a diffondere i suoni del rave, un enorme parallelepipedo, chiara allusione al monolite nero di 2001: Odissea nello spazio, figura archetipica della soglia, passaggio e cammino della civiltà umana verso un futuro denso ed enigmatico.

Pulsazioni di un ossessivo battito cardiaco

Come infatti ha sottolineato Ariane Allard sulla rivista Positif, nel settembre del 2025, dalle casse si dipana la soglia acustica della tekno music che attraversa tutto il film. Grazie alla splendida fotografia di Mauro Herce, la musica si rende visibile all’occhio dello spettatore, tanto che le vibrazioni sonore paiono diffondersi lungo le tinte infuocate, centrifughe, del deserto e quelle rapprese, centripete, delle montagne: pulsazioni di un ossessivo battito cardiaco che sigla la spasmodica ricerca della ragazza scomparsa, lungo un sentiero, un cammino, un passaggio qualsiasi. Colonna sonora firmata da David Letelier, in arte Kangding Ray, dj e anche produttore francese del film.

È evidente che il film è di quelli che vale per ciò che mostra ed evoca, piuttosto che per quello che pronuncia e racconta. Il regista Oliver Laxe, di origini franco galiziane ma apolide per vocazione, infatti dichiara: «Non lavoro su una drammaturgia classica, sulla psicologia dei personaggi, ma in termini di energia. Amo infatti il cinema americano degli Anni 70, perché è un cinema strettamente connesso alla propria epoca». Sirat, così, vuole essere un piccolo grande film sulla propria epoca, un Apocalypse Now senza il Vietnam, la guerra delle guerre, e senza Kurtz, l’occidentale impazzito che regna terribile nella giungla.

Una dimensione di entropia universale

Se si scambia il rock con la musica tekno, allora l’energia non si concentra nel napalm, ma si diffonde lungo il deserto e le rocce senza alludere a nessun macro evento che faccia da catalizzatore, come potrebbe ancora accadere con l’irruzione apocalittica. Una dimensione di entropia universale, piuttosto, in cui l’energia si disperde, producendo qualche esplosione ogni tanto, perché la guerra c’è ma forse non c’è, oppure sembra che in qualche modo ci sia, pur in assenza di amari cuori di tenebra, lugubri nemici selvaggi, o raffinati europei preda della follia.

Sirat, il folgorante film-esperienza che ci fa tornare agli Anni 70
Il regista Oliver Laxe (foto Ansa).

Sirat è un film sulla propria epoca, con un drappello di diseredati alla ricerca della ragazza scomparsa, quasi tutti attori non professionisti: né avanguardia, né retroguardia dell’umanità, sembra che Sirat abbia smarrito ogni unità di misura e ogni punto di riferimento storico epocale. Resta la musica, soglia di un perenne attraversamento dove tutti gli orizzonti sono uguali.

«Alcuni tornano a vedere il film una seconda volta, una terza…»

Dice, ancora, il regista: «Mi accusano di nichilismo, ma non è vero. Dovrei allora parlarvi del significato del foulard in determinate culture. Ci sono per esempio quelli che arrotolano intorno alla testa un foulard fatto del tessuto nel quale desiderano essere avvolti al momento di morire. È come se in questo modo meditassero per l’intera giornata sul tema della morte. Mi sono detto che il film, Sirat, avrebbe dovuto essere il mio foulard, per invitare lo spettatore a questo cerimoniale, o rituale, di morte, allo scopo però di mantenere attiva la connessione con la vita. È difficile questo, in un mondo come il nostro, integralmente secolarizzato. Dei miei amici psicanalisti, in Spagna, mi dicono che i loro pazienti non fanno che parlare di Sirat. Mi segnalano inoltre che alcuni tornano a vedere il film una seconda volta, una terza, per abbandonarsi integralmente all’esperienza visivo-sonora. Si tratta di un film-esperienza, e la gente ha davvero voglia di viaggiare».

Sirat, il folgorante film-esperienza che ci fa tornare agli Anni 70
Richard Bellamy, l’attore mutilato di Sirat (foto Ansa).

Il vero bersaglio non sono gli occhi, e nemmeno le orecchie…

Dichiarazioni abbastanza esplicite. Nel cinema degli Anni 70, da 2001: Odissea nello spazio (ma anche il Satyricon di Federico Fellini) fino ad Apocalypse Now, la cultura post-sessantotto si diffonde su scala industriale, con il suo carico di energia finalizzata a far vibrare capillarmente lo spettatore. Il vero bersaglio non sono però gli occhi, e nemmeno le orecchie, ma la mente di ogni singolo componente della massa di pubblico. I film degli Anni 70 risultano così experience-movie, dispositivi di transito attraverso stati d’animo e mentali, subito codificati da Hollywood in un genere preciso, quello dei racconti legati agli eroi della favola, super o ordinari che siano, grazie alle spinte astute di George Lucas (Star Wars) e Steven Spielberg (Incontri ravvicinati del terzo tipo, E.T.).

Un film per tutti, che unisce cinema d’autore e cinema popolare

Sirat tenta di essere l’erede di questo cinema qui, assolutamente per tutti, come precisa ancora il regista: «Ho concepito il film con l’intenzione di avvicinare un pubblico trasversale, abbattendo così la distinzione fra cinema d’autore e cinema popolare. Un film di avventure che siano avventure nel senso fisico del termine, ma al tempo stesso avventure metafisiche e interiori». Esattamente come farebbe Hollywood, e come effettivamente fa, d’altronde, l’ultimo erede del filone dell’experience-movie, ossia Christopher Nolan.

Sirat, il folgorante film-esperienza che ci fa tornare agli Anni 70
Da sinistra Stefania Gadda, Sergi Lopez, Bruno Nunez, Richard Bellamy, il regista Oliver Laxe, Jade Oukid e Tonin Janvier (foto Ansa).

Solo 3 milioni e mezzo di euro di budget

A differenza dei grandi investimenti hollywoodiani, però, Oliver Laxe ci prova con 3 milioni e mezzo di euro di budget, che per lui sono tantissimi, mentre per Inception o Oppenheimer sarebbero quasi nulla. Soldi in parte spesi anche per la pellicola, perché Sirat è stato girato con la vecchia cara pellicola, nel formato agile e leggero del 16mm: «Questione di chimica», precisa il regista. «Il modo che ha l’immagine in pellicola di penetrare il corpo umano è più forte dell’immagine in digitale. Non amo i pixel. L’energia deve passare attraverso il nitrato d’argento della pellicola. Sirat è un film esoterico».

I personaggi in viaggio possono saltare in aria senza motivo

La colossalità hollywoodiana si disperde così in una sorta di Lawrence d’Arabia senza Lawrence. Viaggio sonoro dalle visioni folgoranti, Sirat si addentra in un paesaggio non-luogo, dove l’ambizione è realizzare l’allegoria compiuta del nostro tempo, ossia la guerra stile XXI secolo dei software e dei droni. Guerra invisibile, impalpabile, persino vuota. I personaggi in viaggio possono saltare in aria senza motivo e senza preavviso, in mancanza del nemico che incombe, allegoria del morire come si può morire oggi. La battaglia in corso, quindi, sarebbe l’energia buona – la musica tekno e il rave party – contro l’energia cattiva, la guerra senza esercito nemico in vista.

Sirat, il folgorante film-esperienza che ci fa tornare agli Anni 70
Il regista Oliver Laxe, a sinistra, con Stefania Gadda e Tonin Janvier, due dei protagonisti di Sirat (foto Ansa).

Non troppo diversamente il Paul Thomas Anderson di Una battaglia dopo l’altra, in cui la rivoluzione sembra davvero uno stato della mente, più che un progetto politico preciso. In Sirat si va oltre, verso una guerra che è anche non-guerra, integralmente immateriale, al di là di ogni ordigno o apparecchiatura, in modo che sia possibile saltare in aria e basta, senza quando o perché, quasi fosse l’aria stessa all’intorno a prender fuoco ed esplodere. L’inferno, appunto.

Il deserto di Sirat è l’antitesi del pianeta Pandora di Avatar

Apocalisse ora senza Apocalypse Now. Aria e terra che bruciano, e basta. Una guerra invisibile, forse tutta e soltanto mentale, che tuttavia spezza e dilania. Verrebbe da dire che il deserto di Sirat sia l’antitesi del pianeta Pandora di Avatar: quello il luogo dell’anima, questo il non-luogo della mente. Tuttavia simili, perché entrambi diffusori di energia, stazioni di passaggio delle vibrazioni, smistamento di cariche nervose, condensatori di realtà immateriali. Eredità della cultura psichedelica degli Anni 60/70, adesso ripensata non più in chiave di espansione illimitata della mente, ma di sua nomadica cocciuta ricomposizione.

Individui come anime eternamente vaganti

La mente, oggi, come nomadismo calibrato dell’energia, entropia apolide senza confini, al di là di tutto e tutti, siano gli immigrati, gli emigrati, o i mai migrati, distinzioni che ormai non distinguono più. Individui come anime eternamente vaganti, in perpetua vibrazione tekno, mentre il mondo all’intorno ogni tanto esplode, non si sa infine se per qualche conflitto locale, la fine del mondo nucleare, un vulcano riemerso, o meteoriti vaganti che improvvisamente precipitano. L’allegoria è potente, il film un’esperienza a tutti gli effetti, il regista un guru ispirato con la macchina da presa zeppa di pellicola. Fossero tornati, rivisitati e corretti, gli Anni 70? Checco Zalone incluso.

La Grazia di Paolo Sorrentino è basato su una storia vera?

Paolo Sorrentino torna al cinema con La Grazia, presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia 2025 e primo lavoro dopo l’acclamato Parthenope. La trama ruota attorno alla figura di un presidente della Repubblica, Mariano De Santis, giunto alla fine del suo mandato: entra nel semestre bianco tuttavia confrontandosi con due richieste di grazia e una controversa legge sull’eutanasia che attendono sulla sua scrivania. In tanti hanno rivisto, sia per l’aspetto sia per alcuni tratti caratteriali, potenziali riferimenti all’attuale Capo dello Stato Sergio Mattarella, ma il regista ha più volte ribadito come il film non sia tratto da una storia vera.

La Grazia di Paolo Sorrentino: trama e cast del film

Protagonista del film è dunque un immaginario presidente della Repubblica, Mariano De Santis, nei cui panni recita Toni Servillo, storico collaboratore di Sorrentino apparso in diverse sue opere. Giunto alla fine del suo mandato, si trova di fronte agli ultimi compiti: in primo luogo, decidere in merito a due delicate richieste di grazia. Da un lato un ex insegnante di storia molto stimato nell’ambiente didattico, colpevole di aver ucciso la moglie afflitta da Alzheimer: si tratta di uno spunto che lo stesso Sorrentino ha preso da un episodio simile in cui Sergio Mattarella, nel 2016, aveva concesso la grazia ad un uomo reo confesso per un caso simile. Dall’altro lato c’è invece una giovane donna in carcere per aver accoltellato nel sonno il marito violento. In aggiunta, sulla sua scrivania c’è la bozza di una legge sull’eutanasia. Ad aiutarlo nelle difficili decisioni sono la sua coscienza e la figlia Dorotea (Anna Ferzetti), giurista come lui.

«I punti in comune tra il protagonista del film, il presidente De Santis, e il presidente Mattarella? Il personaggio del film non è ispirato a Mattarella anche perché a voler essere precisi anche Scalfaro aveva una figlia». Con queste parole il premio Oscar Paolo Sorrentino ha risposto, in conferenza stampa, nel presentare La Grazia circa la possibilità di un collegamento fra il suo presidente e uno dei capi di Stato realmente esistiti. «La formazione cattolica è una costante di molti presidenti della Repubblica. Non ci siamo ispirati a Mattarella ma evidentemente qua e là per le coordinate essenziali abbiamo fatto riferimento a numerosi capi di Stato. Il personaggio ha poi preso una sua vita autonoma indipendente da qualsiasi riferimento reale». De Santis e la sua storia non sono dunque ispirati a una storia vera, ma rappresentano la proiezione delle sue domande e delle sue sensazioni che Sorrentino ha portato sullo schermo.

Checco Zalone, gli incassi di tutti i suoi film fino al 2025

Il successo di Checco Zalone non conosce pause. Con altri 3,5 milioni di euro nel weekend fra il 15 e il 18 gennaio e 1,6 milioni solamente nelle ultime 24 ore, il suo Buen Camino è diventato il più grande incasso della storia al botteghino nazionale. L’ultimo lungometraggio del comico pugliese, stavolta nei panni di un ricco erede vanitoso e superficiale impegnato nel difficile rapporto con la figlia, ha superato il primato di Avatar che resisteva addirittura dal 2009 (68,6 milioni di euro) ed è divenuto anche il primo a sfondare il tetto dei 70 milioni al box office: al 19 gennaio 2026, infatti, gli incassi sono pari a 70.445.612 euro. Numeri in continua crescita che fanno impallidire quelli raggiunti dai cinque film della carriera del comico: eccoli nel dettaglio.

Checco Zalone, gli incassi di tutti i suoi film fino al 2025

Cado dalle nubi (2009): 14.073.000 euro

Esordio cinematografico di Checco Zalone, Cado dalle nubi è il film che ha incassato di meno in tutta la carriera del comico barese: “appena”, si fa per dire, 14 milioni di euro. Eppure, nonostante il dato più basso, con il suo successo commerciale ha rappresentato l’inizio della carriera al cinema dell’attore, che negli anni successivi avrebbe consolidato la propria popolarità con i record di Che bella giornata (2011), Sole a catinelle (2013) e soprattutto Quo vado?. Zalone interpreta un giovane cantante neomelodico con grossi problemi nello sbarcare il lunario: sognando il successo, nonostante la rottura con la sua storica fidanzata Angela, si trasferisce a Milano dal cugino Alfredo. E conosce la bella Marika.

Che bella giornata (2011): 43.474.047 euro

Sempre diretto da Gennaro Nunziante, Checco Zalone è tornato al cinema due anni dopo il debutto con Che bella giornata. Qui il comico veste ancora una volta i panni di un ragazzo pugliese, che però da anni vive al Nord con i genitori Anna e Nicola e che si guadagna da vivere come buttafuori in una discoteca. Grazie allo zio carabiniere, ottiene dall’arcivescovo di Milano un posto come addetto alla sicurezza del Duomo di Milano, ma con la sua incompetenza finisce per creare più guai che ordine. Sul posto di lavoro conosce a bella Farah, ragazza araba che si finge studentessa di storia dell’arte per compiere un attentato terroristico. Il film ha chiuso la corsa con un incasso di oltre 43 milioni.

Sole a catinelle (2013): 51.936.318 euro

Checco Zalone è ancora una volta un emigrato meridionale in Sole a catinelle, terzo film in carriera capace di incassare quasi 52 milioni di euro (51.936.318 per l’esattezza). Stanco della vita monotona come cameriere, lascia il lavoro ma sfortunatamente, nello stesso giorno, la moglie Daniele viene licenziata dalla fabbrica in cui era impiegata. Divenuto venditore di aspirapolveri, ottiene un enorme successo convincendo i suoi numerosi parenti ad acquistarne uno, ma terminati i familiari finisce sul lastrico. Deciso nell’osservare la promessa fatta al figlio di portarlo in vacanza, parte con lui verso la Basilicata, dove conosce la francese Zoe e il figlio Lorenzo.

Quo vado? (2016): 65.365.676 euro

Vero simbolo del successo di Checco Zalone al cinema è Quo Vado?, suo quarto film e prima dell’arrivo di Buen Camino maggior incasso nella storia per un film italiano. Uscito nel 2016, ha terminato la sua corsa con l’incredibile cifra di 65.365.676 euro, appena 3,3 milioni sotto Avatar, in vetta alla classifica assoluta. Nel film è un ragazzo pugliese che ha realizzato il suo sogno sin da bambino: avere un posto fisso. Quando un giorno però il governo approva una riforma per il taglio degli impiegati pubblici, viene spinto al licenziamento con cospicua buona uscita. Pur di mantenere il lavoro, tuttavia, accetta di trasferirsi all’estero e di ricoprire i ruoli più improbabili e pericolosi. Al Polo Nord conosce Valeria, ricercatrice di cui si innamora e con cui inizia una nuova avventura prima di sentire il richiamo dell’Italia.

Tolo Tolo (2020): 46.201.300 euro

Prima di tornare con Buen Camino, Checco Zalone è stato protagonista di Tolo Tolo, che ha segnato anche il suo debutto alla regia. Giovane imprenditore pugliese che sognava di fare successo con un ristorante di sushi in Puglia, oberato dai debiti fugge in un resort africano, dove si confida con l’amico e collega Oumar. Quando la guerra civile spazza via tutto, finisce dapprima in un villaggio e in seguito sulla rotta dei migranti verso l’Europa: deciso a non tornare in Italia, dove debiti e parenti attendono solo di condurlo alla giustizia, decide di sfruttare il viaggio per andare in Liechtenstein. Innamoratosi di Idjaba, anche lei in fuga con il figlio Doudou, finirà in un’avventura capace di insegnarli molto più di quanto potesse immaginare. Il film ha terminato la sua corsa con un incasso di 46.201.300 euro.

Buen Camino è il film con il maggiore incasso di sempre in Italia

Buen Camino ha raggiunto un incasso complessivo di 68.823.069 euro in 24 giorni di programmazione, con 8.562.320 spettatori, superando così il primato che apparteneva ad Avatar fermo a 68,6 milioni. Il film di Checco Zalone diventa quindi il titolo con il maggiore incasso di sempre nelle sale italiane. Il 25 dicembre, giorno dell’uscita, la pellicola ha incassato 5.671.922 euro, stabilendo il miglior risultato di sempre in Italia nel giorno di Natale e superando il record di Natale a New York del 2006.

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Con una quota del 78,8 per cento, ha spinto l’intero mercato cinematografico sopra i 7 milioni di euro giornalieri, un livello che non si vedeva dal 2011. Anche Santo Stefano ha segnato un nuovo traguardo, con quasi 8 milioni raccolti il 26 dicembre e un totale di circa 14 milioni nei primi due giorni. Il primo weekend si è chiuso a quota 27 milioni in quattro giorni, mentre il 1° gennaio sono arrivati oltre 5 milioni, superando i 41 milioni complessivi e i 5 milioni di spettatori. Nella seconda settimana il film ha oltrepassato i 53 milioni, scalando la classifica storica, fino a superare prima Quo Vado? e poi Avatar.

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Nuovo record per Buen Camino: è il film italiano con il maggior incasso di sempre

Checco Zalone stabilisce un nuovo record nella storia del cinema italiano con Buen Camino, la commedia diretta da Gennaro Nunziante che diventa il titolo italiano con l’incasso più alto di sempre. A tre settimane dall’uscita nelle sale, il film ha totalizzato 65.689.125 euro, portando al cinema 8.157.202 spettatori. Il risultato consente di superare il precedente primato, che apparteneva allo stesso Zalone con Quo vado?, fermo dal 2016 a 65.365.736 euro. Nella classifica generale dei maggiori incassi in Italia, Buen Camino si colloca ora al secondo posto assoluto, preceduto unicamente da Avatar, che mantiene la vetta con 68,6 milioni di euro.

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Dal debutto record fino al sorpasso a Quo Vado?

Il percorso del film è stato caratterizzato da una sequenza di record fin dai primi giorni di programmazione. Il debutto del 25 dicembre ha fatto registrare il miglior incasso di sempre per un film nel giorno di Natale, con 5.671.922 euro, superando il precedente primato di Natale a New York del 2006.  Il successo è proseguito anche nei giorni successivi: il 1° gennaio il film ha superato i 5 milioni di euro di incasso, arrivando oltre i 41 milioni complessivi e superando i 5 milioni di spettatori, con il terzo miglior risultato di sempre per un film nel giorno di Capodanno. Nella seconda settimana di programmazione ha oltrepassato quota 53 milioni, superando altri successi di Zalone come Sole a Catinelle e Tolo Tolo, fino a raggiungere e superare in meno di venti giorni i 65 milioni complessivi che gli hanno consentito di diventare il film italiano più visto e redditizio di sempre.

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Hamnet, quando esce in Italia e di cosa parla

Hamnet – Nel nome del figlio è una delle rivelazioni dell’anno. Il nuovo film di Chloé Zhao, già premio Oscar per Nomadland nel 2021 e oggi tra i favoriti per la 98esima edizione degli Academy Awards di marzo 2026, ha trionfato ai Golden Globes, ricevendo l’ambita statuetta per il miglior drama davanti a Sinners – I peccatori, Frankenstein e Un semplice incidente. Premiata anche Jessie Buckley, miglior attrice protagonista in un lungometraggio drammatico nonostante la concorrenza di Julia Roberts per After the Hunt e soprattutto Jennifer Lawrence con Die My Love. Tratto dal romanzo di Maggie O’Farrell e incentrato sulla vita privata di William Shakespeare e della moglie Agnes, uscirà al cinema in Italia il prossimo 5 febbraio.

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Hamnet – Nel nome del figlio, trama e cast del film di Chloé Zhao

Hamnet, quando esce in Italia e di cosa parla
Jessie Buckley con il Golden Globe 2026 (Ansa).

La narrazione del film di Zhao ha inizio nell’Inghilterra del Cinquecento. Al centro della storia William Shakespeare in una versione ben distante da quella del Bardo e monumento del teatro mondiale: il talento della letteratura britannica non è ritratto come un genio isolato, ma come un uomo, marito e padre ferito da un grave lutto. Giovane insegnante di latino, interpretato da Paul Mescal, vive ai margini della società con la moglie Agnes (Jessie Buckley) e ai figli Susanna (Bodhi Rae Breathnach) e i gemelli Hamnet (Jacobi Jupe) e Judith (Olivia Lynes). Quando Shakespeare si trasferisce a Londra per inseguire il teatro, la moglie resta da sola a Stratford, custodendo la casa e crescendo i bambini. Tutto cambia con l’arrivo della peste, che causa la morte improvvisa di Hamnet e lacera per sempre la vita della coppia.

Dal lutto in poi, Hamlet – Nel nome del figlio racconta dall’interno il dolore di William e Agnes: l’uno decide di rifugiarsi nella scrittura, mentre la seconda si ritira nel cuore della natura. Una frattura da cui nascerà il grande capolavoro di Amleto. Paul Mescal restituisce sullo schermo uno Shakespeare più umano, che scrive perché non riesce a fare altro per restare attaccato alla vita. Jessie Buckley, che nel 2026 tornerà in sala anche con La sposa! di Maggie Gyllenhaal nei panni della compagna del mostro di Frankenstein e che è la vera rivelazione dei Golden Globes 2026, incarna un personaggio magnetico che si prende la scena centrale della storia. Nel cast anche Emily Watson nel ruolo di Mary Shakespeare, madre severa e ferita, e Joe Alwyn in quelli di Bartholomew, fratello di Agnes.

Da Stratford-upon-Avon alle case di Shakespeare, le location del film

Hamnet, quando esce in Italia e di cosa parla
Paul Mescal e Jessie Buckley alla première di Hamnet (Ansa).

Disponibile nelle sale britanniche da venerdì 9 gennaio, Hamnet – Nel nome del figlio è stato girato interamente nel Regno Unito. Sebbene il Bardo fosse originario di Stratford-upon-Avon, cittadina del Warwickshire dove visse con la moglie Agnes e la famiglia, le riprese hanno avuto luogo soprattutto a Weobley, nell’Herefordshire, a poco meno di 100 chilometri di distanza. Località che ora, secondo la Bbc, si attendono un aumento del turismo pari al 20 per cento. Gli amanti della storia potrebbero recarsi per visitare una delle cinque case di famiglia legate al drammaturgo e oggi in possesso dello Shakespeare Birthplace Trust: si tratta del cottage di Anne Hathaway, il luogo di nascita del Bardo, la fattoria di sua madre, la casa in cui morì e Halls Croft, dove gli eredi vissero dopo la morte.

«Stratford è rimasta immutata», ha spiegato Richard Paterson, direttore del Trust, alla Bbc. «È come camminare per le stesse strade percorse da Shakespeare». A Weobley, molti edifici nella classica bicromia bianco e nero risalgono alla fine del XV secolo o agli inizi del XVI così come Penbridge, altro villaggio noto per gli edifici in legno a due ore di cammino. Nella biblioteca e nelle sale del museo cittadino è stata allestita una mostra dedicata alle riprese del film di Zhao.

Zalone, Buen Camino a un passo dal record di incassi di Quo Vado? e Avatar

Checco Zalone si prepara a riscrivere il libro dei record del cinema italiano. Il suo Buen Camino, sesto lungometraggio della sua carriera, si appresta a diventare il film più redditizio di sempre nel nostro Paese. Con altri 2,1 milioni di euro guadagnati domenica 11 gennaio, è infatti salito all’incredibile cifra di 65.292.956 complessivi: secondo i dati Cinetel è ora a poco più di 70 mila euro di distanza da Quo Vado?, sempre con protagonista il comico pugliese, ad oggi il film italiano con i maggiori incassi della storia. Un gap che verrà, con ogni probabilità, colmato già lunedì 12 e che lo avvicinerà ancor di più al primato di 68.675.722 detenuto da Avatar, kolossal di James Cameron, che resiste dal 2009. Diretto da Gennaro Nunziante, ad oggi ha portato in sala più di 8,1 milioni di spettatori, circa 1,2 milioni in meno rispetto al totale di Quo Vado? del 2016.

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Effetto Zalone anche nelle ricerche sul Cammino di Santiago

Il successo incredibile del nuovo film di Luca Medici, vero nome di Checco Zalone, si conferma anche sui motori di ricerca. Come conferma Google Trends, specializzato nell’analisi delle tendenze a livello nazionale e internazionale, da quando Buen Camino è sbarcato nei cinema italiani il 25 dicembre, il Cammino di Santiago de Compostela – cruciale nella trama del film – ha assistito a un incremento medio delle ricerche pari addirittura al 400 per cento rispetto al passato. Un dato in crescita già da Natale, giorno di uscita del lungometraggio, con un aumento del 200 per cento. Il picco tuttavia risale al 28 dicembre, quando il Cammino di Santiago ha avuto una crescita del 600 per cento. Numeri che non fanno altro che confermare come Zalone incarni un vero e proprio fenomeno di tendenza sociale che oltrepassa i confini delle sale.

Gli incassi degli altri film nei cinema italiani

Alle spalle di Buen Camino, che nell’ultimo weekend (8-11 gennaio) ha incassato 5,6 milioni di euro sfiorando le 700 mila presenze, si è piazzato Avatar: Fuoco e cenere, terzo capitolo della saga diretta da James Cameron. Il film con Sam Worthington e Zoe Saldana ha totalizzato 1,4 milioni di euro negli ultimi tre giorni, salendo a 23.667.007 euro complessivi dal giorno dell’uscita, lo scorso 17 dicembre. Terzo posto per Norimberga con Russell Crowe e Rami Malek che ha registrato altri 878 mila euro nel weekend e si è issato a € 7.055.950 complessivi. Chiudono la Top 5 Spongebob – Un’avventura da pirati e Una famiglia – The Housemaid, film con Sydney Sweeney che sta conquistando anche le sale americane tanto da aver convinto i produttori a mettere in cantiere un sequel.

Non illudiamoci, con Primavera di Michieletto la classica resta ai margini

Nonostante il titolo alluda al più celebre Concerto per violino e archi di Antonio Vivaldi, in Primavera, il primo film di fiction della stella internazionale della regia operistica Damiano Michieletto, la musica del “prete rosso” è secondaria. Anzi, minimale. D’altra parte, contrariamente a quanto si è spesso lasciato intendere in una vasta campagna promozionale sui giornali, il musicista veneziano (cui Michele Riondino dà volto e asciutta ma efficace caratterizzazione) non è il personaggio principale di una storia che pure ha un epicentro vivaldiano, il celebre Ospedale della Pietà, una delle quattro istituzioni assistenziali in cui per secoli la Serenissima Repubblica si assumeva la protezione, la cura e per vari aspetti l’educazione, specialmente musicale, delle fanciulle abbandonate, le cosiddette “putte”. 

Cecilia, “putta” ribelle che afferma la sua libertà

La protagonista è Cecilia (una magnifica Tecla Insolia): non solo una musicista brillante, una potenziale virtuosa del violino stimolata nelle sue capacità dal discusso maestro – Vivaldi, appunto – che viene assegnato a lei come a tutte le sue consorelle, ma soprattutto uno spirito libero e tormentato. Di notte scrive lunghe e amare lettere alla madre che non ha mai conosciuto e che l’ha abbandonata, di giorno afferma il suo talento musicale. In nome di questo, è disposta a rinunciare a una vita “normale”, come sposa del sordido nobile veneziano che l’ha prescelta. L’unico modo di affermare la sua libertà è rinunciare all’illibatezza, il solo “patrimonio” suo e delle sue compagne di orfanotrofio, condizione necessaria – dietro certificazione del “cerusico” – per poter uscire dall’Ospedale della Pietà ed entrare attraverso nozze combinate nella buona società veneziana. Una rinuncia lucida e freddamente perseguita, della quale il garzone del verduraio è protagonista inconsapevole e subito dopo “cancellato”. Reso impossibile il matrimonio, diventata impossibile la carriera come violinista per la spietata vendetta del possibile sposo respinto (uno Stefano Accorsi di convincente odiosità), che crudelmente le spezza il polso sinistro. Cecilia sceglie comunque di andarsene, padrona della sua vita e libera nelle sue scelte. La spinge una concezione della condizione femminile di condivisibile modernità, ma molto lontana da quella reale nella Venezia del 1716 (è l’anno in cui si svolge la vicenda, liberamente tratta da Stabat Mater, il romanzo di Tiziano Scarpa vincitore del Premio Strega 2009). Allora, una “putta” fuggita dalla Pietà non avrebbe avuto alcuna prospettiva. E una sua “primavera” esistenziale sarebbe rimasta una speranza. 

Non illudiamoci, con Primavera di Michieletto la classica resta ai margini
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Si riconosce la cifra registica di Michieletto

Emerge in questo taglio interpretativo una delle cifre fondamentali delle regie di Michieletto, noto per le sue controverse attualizzazioni di qualsiasi titolo operistico spesso in effetti di notevole efficacia (c’è già curiosità fra i melomani per il verdiano Otello, che firmerà alla Scala il prossimo 7 dicembre). In questo caso, l’idea che ci parla anche oggi passa – come negli allestimenti operistici di questo regista non accade praticamente mai – attraverso una ricostruzione d’epoca piuttosto accurata negli scenari, nei costumi, in una Venezia monumentale e popolare insieme, brulicante di gente quando serve, spesso miracolosamente e fascinosamente deserta nelle sue vie d’acqua.

Non illudiamoci, con Primavera di Michieletto la classica resta ai margini
Damiano Michieletto (Ansa).

Disinvolture storiche e imprecisioni di lessico musicale

Il tutto si dipana con una certa disinvoltura rispetto al rigore storico per quanto riguarda la cronologia vivaldiana. Non mancano imprecisioni di lessico musicale (Vivaldi parla di una sua nuova Sonata – pochi strumenti – ma l’esecuzione fa capire che ha scritto un Concerto – orchestra d’archi e violino solista), così come emerge qualche soluzione narrativa che certamente giova al cine-racconto ma appartiene interamente alla fiction. Ad esempio, pare che non risulti dai documenti che le “putte” – sia pure mascherate – siano mai andate a suonare fuori dalla chiesa della Pietà, la loro sala da concerto famosa in tutta Europa, un luogo che permetteva loro di esibirsi senza possibilità alcuna di riconoscimento. Nel film ciò avviene in un’occasione di rappresentanza, la visita, peraltro postdatata di circa un decennio rispetto al suo effettivo svolgimento, del re di Danimarca (che letteralmente smaschera Cecilia per scoprire chi suoni così bene il violino) e durante una sorta di gita fuori Venezia, forse in qualche isola della Laguna. Sempre sotto lo sguardo benevolo e non disinteressato dell’imparruccatissimo Governatore dell’Ospedale, uno stereotipato e caricaturale Andrea Pennacchi, altrove – in scena e sul piccolo schermo – ben altrimenti persuasivo. Infine, singolare la totale rinuncia ad almeno qualche parola in veneziano, dentro a un film che a rigore avrebbe potuto essere recitato quasi interamente nella lingua ufficiale della Serenissima, che di lì a poco Carlo Goldoni avrebbe portato ad altezza letteraria. Forse la prestigiosa e potente produzione/distribuzione internazionale (Warner Bros.) ha sconsigliato la soluzione filologica anche se localistica, che peraltro avrebbe richiesto ampio uso di sottotitolazione.

Non illudiamoci, con Primavera di Michieletto la classica resta ai margini
Andrea Pennacchi in Primavera.

La musica di Vivaldi è appena accennata

Quanto alla musica, la frammentaria e assai ridotta presenza di composizioni vivaldiane certifica la sostanziale subalternità del compositore nel film. Solo il luminoso e timbricamente ricchissimo attacco del Sacrum Militare Oratorium Juditha Triumphans (la cui prima esecuzione alla Pietà viene brevemente ma fastosamente ricostruita) ha una funzione nella narrazione, sottolineando la svolta esistenziale di Cecilia; il frammento del primo movimento della Primavera, con il suo tema celeberrimo, sembra quasi un contentino, sia pure simbolico, un attimo prima dei titoli di coda.

Altre briciole stuzzicano l’appetito musicale ma sono ben lontane dal soddisfarlo. Per il resto, predomina la colonna sonora firmata dal 41enne compositore umbro Fabio Massimo Capogrosso, già collaboratore di Marco Bellocchio nella serie Esterno notte sul caso Moro. Le sue composizioni delineano un’allusività di impronta minimalista, nella quale il linguaggio del “prete rosso” è evocato più che citato, sottoposto a metamorfosi motiviche e timbriche in un gioco piuttosto distaccato, spesso algido rispetto all’energia coinvolgente e alla poesia di Vivaldi.

Insomma, inutile illudersi. Difficilmente Primavera, pur accolto favorevolmente durante le feste (fra il quinto e l’ottavo posto in un botteghino dominato da Zalone, un milione e mezzo di euro l’incasso, oltre 200 mila gli spettatori), avrà qualche ruolo nella soluzione del problema che attanaglia la musica classica, la sua progressiva riduzione alla marginalità in quel che resta del discorso culturale.

La Grazia di Sorrentino entra nella longlist dei Bafta 2026

La Grazia di Paolo Sorrentino è ufficialmente nella longlist dei Bafta, gli Oscar del cinema britannico, per la categoria del miglior film straniero. L’annuncio del superamento del primo scoglio verso il riconoscimento è arrivato dopo che il lungometraggio è stato giudicato ammissibile, per requisiti di programmazione delle sale, per competere anche ai premi Oscar. Ai Bafta, La Grazia se la vedrà con Un semplice incidente di Jafar Panahi, Palma d’oro a Cannes, e La voce di Hind Rajab, acclamato alla Mostra del Cinema di Venezia. In lizza per il premio anche Sentimental Value di Joachim Trier, La mia famiglia a Taipei di Shih-Ching Tsou, No Other Choice – Non c’è altra scelta di Park Chan-wook, Nouvelle Vague di Richard Linklater, L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho, Rental Family – Nelle vite degli altri di Mitsuyo Miyazaki e Sirāt di Oliver Laxe.

Bafta, le longlist certificano il successo di Una battaglia dopo l’altra

Le longlist dei Bafta 2026 hanno certificato ancora una volta l’enorme successo di Una battaglia dopo l’altra del regista Paul Thomas Anderson, in testa dopo il primo turno di votazioni con 16 candidature su 25 categorie, un record da quando il sistema delle longlist è stato introdotto nel 2021. Come da pronostico, oltre che per miglior film, regia e sceneggiatura non originale, il lungometraggio domina anche tra gli interpreti con le performance di Leonardo DiCaprio, Chase Infiniti, Teyana Taylor, Benicio Del Toro e Sean Penn. Seguono a due lunghezze Sinners – I peccatori di Ryan Coogler e Hamnet di Chloe Zhao che hanno ottenuto 14 candidature nelle longlist. Subito dietro Marty Supreme di Josh Safdie con Timothée Chalamet (13), poi Bugonia di Yorgos Lanthimos e Frankenstein di Guillermo del Toro (12). Le nomination verranno annunciate il 27 gennaio, la cerimonia si terrà il 22 febbraio alla Royal Festival Hall di Londra.

Cortellesi batte anche Napoleon: gli incassi al cinema del weekend

Paola Cortellesi continua a dominare il box office italiano. Il suo esordio alla regia C’è ancora domani infatti ha totalizzato altri 3,2 milioni di euro, aggiudicandosi il weekend del 23-26 novembre. Raggiunta così quota 23,9 milioni in totale, entrando tra i 20 migliori risultati italiani dal 1997, l’anno in cui Cinetel ha iniziato a monitorare i botteghini nel nostro Paese. La Top 5, con i 31,2 milioni de La vita è bella di Benigni, non è lontana. Con le festività natalizie all’orizzonte, il film di Paola Cortellesi si candida ufficialmente a diventare il maggior incasso del 2023 in Italia. Attualmente terzo in classifica, potrebbe presto superare il biopic di Christopher Nolan Oppenheimer, che si è fermato a 27,9 milioni di euro, e persino Barbie, leader con 32,1 milioni.

LEGGI ANCHE: Universal acquisisce i diritti francesi di C’è ancora domani

Cortellesi ha battuto anche la concorrenza di Napoleon

Alle spalle di Paola Cortellesi c’è Napoleon, l’ultimo lavoro di Ridley Scott che racconta la vita di Bonaparte. Il film con Joaquin Phoenix, nel suo primo weekend italiano, ha incassato 2,9 milioni di euro, registrando la miglior media per cinema in assoluto. Con 5990 euro per sala, ha strappato il primato a C’è ancora domani, che si è fermato a 4669. Si tratta di un risultato degno di nota per il kolossal distribuito da Eagle Pictures, considerando la durata di oltre due ore e 40 minuti e dunque un minor numero di spettacoli a disposizione. A livello mondiale, l’epopea del condottiero francese ha totalizzato 78,8 milioni di dollari (circa 71,1 milioni di euro), di cui 32 negli States grazie al weekend del Ringraziamento. Dati ancora distanti dai 200 milioni che Apple ha speso per realizzare la pellicola.

C'è ancora domani di Paola Cortellesi incassa altri 3,2 milioni di euro. In totale sono 23,9, terzo risultato in Italia del 2023.
Joaquin Phoenix, Vanessa Kirby e Ridley Scott sul red carpet (Getty Images).

Tornando al box office in Italia, resiste sul podio Hunger Games – La ballata dell’usignolo e del serpente. Il prequel della saga fantasy tratta dai romanzi di Suzanne Collins ha infatti incassato 1,08 milioni di euro, per un totale di 4 milioni dall’uscita. Il capitolo con Rachel Zegler e Tom Blyth ha superato così ampiamente i 3 milioni di euro del primo Hunger Games del 2012 con protagonista Jennifer Lawrence. Distanti invece gli 8 milioni dei successivi episodi, da La ragazza di fuoco alle due parti de Il canto della rivolta. Ai piedi del podio si è invece piazzato Cento domeniche, il nuovo film di Antonio Albanese, che al debutto ha guadagnato 539 mila euro, con una media di 1469 euro per sala.

In Top10 anche Trolls 3, The Marvels e Comandante

Al quinto posto della classifica del box office italiano c’è Trolls 3, film di animazione della DreamWorks con le voci di Lodovica Comello e Stash dei The Kolors. Il terzo capitolo della saga ha incassato 246 mila euro nel weekend 23-26 novembre, issandosi a 2,1 milioni in totale. Alle sue spalle il deludente The Marvels con Brie Larson, che dal suo debutto ha totalizzato solo 3,1 milioni di euro. Numeri lontanissimi dai cinefumetti con Robert Downey Jr. e Chris Evans, tanto da segnare il peggior risultato globale della saga di Kevin Feige. Il nuovo capitolo del Marvel Cinematic Universe ha incassato infatti appena 228 mila euro.

Seguono in classifica The Old Oak di Ken Loach con 193 mila euro e l’horror Thanksgiving di Eli Roth con Patrick Dempsey e la tiktoker Addison Rae, che ha guadagnato 181 mila euro. Chiudono la Top 10 Comandante con Pierfrancesco Favino (126 mila euro) e il film di animazione Mary e lo spirito di mezzanotte con 89 mila euro.

Scream VII, licenziata Melissa Barrera per i post sulla guerra in Medio Oriente

Clamoroso scossone in Scream VII. Melissa Barrera, protagonista dei due precedenti capitoli e prossima a tornare nel settimo film, è stata licenziata con effetto immediato. Secondo quanto ha riportato Variety, è colpa di una serie di commenti su Instagram in merito alla guerra in Medio Oriente. Con diverse stories, il volto di Samantha Carpenter ha infatti definito i raid di Israele una «pulizia etnica e un genocidio» sulla Striscia di Gaza, descritta come «un campo di concentramento». Frasi che hanno spinto Spyglass Media Group, la società di produzione del lungometraggio, a stracciare il contratto. «Abbiamo tolleranza zero per l’antisemitismo e l’incitamento all’odio», si legge nel comunicato, riportato anche da Tmz. «Compresi i riferimenti a genocidio, pulizia etnica e negazione dell’Olocausto».

Scream VII, i commenti di Barrera e la replica del regista Landon

«Gaza è un campo di concentramento», ha scritto Barrera nelle stories. «Mettono tutti all’angolo, senza alcun posto dove andare, senza elettricità né acqua. Le persone non hanno imparato niente dalle nostre storie. E proprio come in quei casi, continuano a guardare in silenzio quello che accade. È un genocidio e una pulizia etnica». In altri commenti online, l’attrice di Scream ha attaccato i media occidentali poiché «mostrano solo il lato di Israele. Perché lo facciano, lo lascio dedurre a voi». Subito dopo il licenziamento, la star messicana di Monterrey ha condiviso martedì 21 novembre un’altra storia molto polemica. «Preferisco essere esclusa per chi io includo, che essere inclusa per chi io escludo».

L'attrice Melissa Barrera licenziata da Scream VII per alcune stories sulla guerra fra Hamas e Israele: «Gaza è un campo di concentramento».
Una delle stories di Melissa Barrera (Screenshot Instagram).

Sul caso è intervenuto anche il regista di Scream VII, Christopher Landon, con un post sulla sua pagina X. «Smettetela di gridare, non è stata una mia decisione», ha scritto il cineasta. «Fa tutto schifo, questa è la mia dichiarazione». Avendo tagliato ogni legame con Melissa Barrera, la produzione andrà incontro a un inevitabile ritardo nella realizzazione e nell’uscita del nuovo film della saga. L’attrice avrebbe dovuto di nuovo interpretare Sam Cartpenter, perno della narrazione sin dal quinto capitolo. Il suo addio prevedrà una completa riscrittura della sceneggiatura prima di poter iniziare le riprese, inizialmente fissate per inizio 2024. In dubbio anche il ritorno di Jenna Ortega, salita alla ribalta per la serie Mercoledì su Netflix.

Incassi in Italia, Cortellesi in vetta batte anche The Marvels

Prosegue l’enorme successo di C’è ancora domani, esordio alla regia di Paola Cortellesi presentato alla Festa del Cinema di Roma. Grazie al terzo weekend in vetta alla classifica degli incassi in Italia, il film ha superato così i numeri de La Sirenetta, issandosi al quinto posto generale per l’anno 2023. Dal 9 al 12 novembre, infatti, ha totalizzato altri 4,5 milioni di euro, arrivando a 12,9 dall’uscita. È così il più grande risultato italiano della stagione, alle spalle solo di colossi Usa come Barbie, Oppenheimer, Super Mario e Avatar – La via dell’acqua, uscito però a fine 2022. Registrata una crescita del 28 per cento rispetto alla settimana precedente, con quasi 2 milioni di biglietti totali venduti.

Incassi in Italia, dopo Cortellesi si piazza il flop dei Marvel Studios

Il film di Paola Cortellesi ha sbaragliato anche la concorrenza temuta di The Marvels, nuovo capitolo del Marvel Cinematic Universe con Brie Larson, che si è dovuto accontentare di 1,5 milioni di euro. Il secondo capitolo sulla supereroina intergalattica ha incassato appena 88 milioni a livello globale, di cui 47 negli Stati Uniti. Frutto di un’apertura al di sotto delle aspettative, il film ha segnato un record negativo per la saga dei supereroi tratti dai fumetti di Stan Lee, prima appartenente a L’incredibile Hulk con 55,4 milioni, uscito però nel 2008 ancor prima del successo degli Avengers. I dati americani risultano persino inferiori a The Flash, peggior incasso della DC Comics. Un flop che risulta ancor più grave se rapportato agli enormi costi per la produzione del film. Stando ai media Usa, Disney e Marvel avrebbero investito 274 milioni di dollari, tanto da diventare il quarto progetto più costoso della saga.

C'è ancora domani di Paola Cortellesi domina il box office in Italia. Regina degli incassi, ha battuto The Marvels con Brie Larson.
Brie Larson è protagonista di The Marvels (Getty Images).

Il podio degli incassi al cinema in Italia nel weekend 9-12 novembre si completa con l’horror Five Nights at Freddys’, adattamento dell’omonimo videogame per console. Pur calando del 67 per cento rispetto al fine settimana precedente, ha totalizzato altri 876 mila euro salendo a un totale che ha superato i 4,8 milioni in due settimane. In Top 5 anche Trolls 3 – Tutti insieme, nuovo capitolo della saga di animazione che vanta anche l’inedito degli Nsync con Justin Timberlake. Il film ha incassato infatti 874 mila euro grazie a circa 127 mila spettatori, superando il milione in totale. Al quinto posto c’è invece la seconda pellicola italiana della classifica, Comandante con Pierfrancesco Favino. Il progetto di Edoardo De Angelis ha guadagnato 700 mila euro nel weekend, per un totale di 2,6 milioni dall’inizio della distribuzione in sala.

Ancora in Top10 Scorsese, i Me contro Te e Saw X

Resta ancora in classifica Killers of the Flower Moon di Martin Scorsese, che sfiora i 5 milioni in totale grazie ad altri 288 mila euro incassati nel weekend. Nel mondo ha raggiunto quindi 137 milioni, di cui 59 negli Usa dopo un’apertura magra da 23,2 milioni di dollari. Settimo posto nel box office italiano per Saw X, pellicola che si svolge tra gli eventi del primo e del secondo capitolo. L’horror ha guadagnato altri 273 mila euro per un totale di 3,3 milioni dall’uscita. Seguono Me contro Te Il film – Vacanze in Transilvania  (180 mila) e la Palma d’Oro a Cannes Anatomia di una caduta (136 mila). Chiude la Top 10 Joika – A un passo dal sogno con incassi per 70 mila euro.

Incassi al cinema, Paola Cortellesi regina del box office in Italia

Paola Cortellesi si conferma regina degli incassi in Italia. Nel weekend fra il 2 e il 5 novembre, il suo esordio alla regia C’è ancora domani ha totalizzato altri 3,5 milioni di euro, superando quota 7 milioni già nella sua seconda settimana in sala. Nel cast del film, in cui l’attrice recita anche da protagonista, figurano Valerio Mastandrea e Romana Maggiora Romano. Presentato in anteprima in apertura della Festa del Cinema di Roma, ha conquistato pubblico e critica aggiudicandosi anche il Premio della Giuria. Al secondo posto del box office italiano c’è l’horror Five Nights at Freddy’s, adattamento dell’omonimo videogioco di Scott Cawthon, che ha incassato poco più di 2,6 milioni di euro per un totale di 3,6 milioni dall’uscita. Chiude il podio Comandante di Edoardo de Angelis, apertura alla Mostra del Cinema di Venezia, con 1,07 milioni, sfondando così quota 1,7 milioni totali.

Incassi in Italia, in Top 5 anche l’ultimo film di Martin Scorsese

Ai piedi del podio si è invece piazzato Saw X, nuovo capitolo della saga horror creata da James Wan e Leigh Whannell nel 2004. Il decimo film, la cui trama si posiziona a cavallo tra primo e secondo, ha guadagnato altri 662 mila euro, arrivando a un totale di 2,9 milioni dall’uscita, su cui ha pesato anche Halloween. Quinto invece Killers of the Flower Moon, ultima fatica di Martin Scorsese con protagonisti Leonardo DiCaprio e Robert De Niro. Con altri 603 mila euro di incassi, il film ha superato 4,4 milioni in tre settimane nelle sale. Deludenti però i risultati nel resto del mondo, dove ha totalizzato 119 milioni di dollari di cui appena 52 negli Usa nonostante sia uscito il 20 ottobre, frutto di un’apertura modesta da 23 milioni.

C'è ancora domani di Paola Cortellesi domina il box office in Italia. Sul podio degli incassi anche Five Nights at Freddy's e Comandante.
Leonardo DiCaprio in una scena del film “Killers of the Flower Moon” (X).

Al sesto posto gli youtuber Luì e Sofì, alias Me contro Te. Il loro Vacanze in Transilvania ha registrato altri 527 mila euro, superando 4,2 milioni in tre settimane di programmazione. Al settimo posto Anatomia di una caduta, thriller Palma d’oro al Festival di Cannes 2023 e passato anche per la Festa del Cinema di Roma. Il film di Justine Triet, favorito anche per il premio Oscar straniero, ha incassato 192 mila euro per un totale di 563 mila in 14 giorni nelle sale. Ottava la prima new entry della classifica del box office, Joika – A un passo dal sogno, opera di James Napier con Diane Kruger nei panni dell’allenatrice senza scrupoli di una giovane stella della danza al Bolshoi di Mosca. Secondo i dati Cinetel ha incassato 132 mila euro nel weekend. Chiudono la Top 10 Assassinio a Venezia con altri 99 mila euro e un totale di 8,5 milioni, e Retribution con 91 mila euro.

Chuck Norris torna al cinema con il film Agent Recon

Chuck Norris torna al cinema 12 anni dopo l’ultima volta. La star americana delle arti marziali, celebre per aver recitato in Walker Texas Ranger e al fianco di Bruce Lee in L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente, sarà in sala nel 2024 con Agent Recon, un film che mescolerà azione e fantascienza. L’ultima apparizione sul grande schermo risale al 2012, quando prese parte a I Mercenari 2 al fianco di Sylvester Stallone. «Siamo davvero entusiasti di lavorare con lui», hanno detto a Deadline i produttori. «È una vera leggenda action in tutto il mondo e i fan saranno al settimo cielo nel ritrovarlo al cinema». Sebbene non ci sia ancora una data di uscita ufficiale, il film dovrebbe uscire nel corso del 2024.

Assente al cinema da I Mercenari 2 del 2012, Chuck Norris tornerà con Agent Recon. Il figlio Dakota è la controfigura per i ciak d'azione.
L’attore Chuck Norris in un evento pubblico del 2018 (Getty Images).

Chuck Norris, nel cast del nuovo film anche il figlio Dakota

Già disponibili dettagli sulla trama. Chuck Norris sarà Alastair, il comandante di una task force segreta che si occupa di mantenere la sicurezza sul pianeta Terra. Quando i segnali radar captano un misterioso disturbo nel campo magnetico, si imbarcherà in una missione nel New Mexico per scoprire eventuali tracce di tecnologia aliena. Assieme a lui ci saranno un novellino di grandi ambizioni di nome Jim, interpretato dall’astro nascente di Hong Kong Derek Ting, tra l’altro anche regista del progetto. Ai due si unirà anche l’esperto colonnello Green, che avrà invece il volto di Marc Singer, celebre protagonista della serie V – Visitors e dell’ottava stagione di Dallas. La squadra si imbatterà molto presto in un essere sconosciuto dotato di forza e velocità sovrumane e della capacità di controllare la mente.

Chuck Norris, che il 10 marzo 2024 compirà 84 anni, non parteciperà in prima persona alle sequenze di azione più intensa. Sua controfigura sarà il figlio Dakota Alan, avuto dalla relazione con Gena O’Kelley. «Ha lavorato a stretto contatto con il padre, che lo ha guidato durante le riprese», ha raccontato Ting, che ha mostrato grande entusiasmo nel lavorare con i veterani di Hollywood. «Essere al fianco di grandi eroi come Chuck e Singer è incredibile, sarà un divertimento epico». Lontano dalla cinepresa dal 2012, Chuck Norris negli ultimi 12 anni ha recitato soltanto una volta, apparendo per un breve cameo nel finale della decima stagione di Hawaii Five-0.

De Niro alla sbarra: l’ex assistente chiede 12 milioni per «danni emotivi»

Robert De Niro è finito alla sbarra a New York per difendersi dalle accuse di una ex assistente. Si tratta di Graham Chase Robinson, che lo ha attaccato e ha chiesto i danni per discriminazione di genere. L’attore l’aveva precedentemente accusata di avergli rubato milioni di miglia di programmi frequent flyer e di aver passato le giornate, anziché a lavorare, abbuffandosi su Netflix. La donna, 41enne, è stata alla dipendenze del divo di Hollywood dal 2008 al 2019.

Chase Robinson: «Mi sottopagava»

L’ex assistente ha dichiarato: «Mi sottopagava, faceva commenti sessisti e mi assegnava compiti stereotipicamente femminili». Chase Robinson, assunta da giovanissima nel 2008, è stata licenziata undici anni dopo quando era vicepresidente per la produzione e le finanze. L’incarico le ha fruttato uno stipendio da 300 mila dollari l’anno. Ora ha chiesto 12 milioni di dollari per aver subito «gravi danni emotivi e alla reputazione». La società di De Niro, Canal Productions, ne vuole a sua volta sei accusando la donna di aver trasferito l’equivalente di 450 mila dollari in miglia di viaggi aerei sul suo conto personale e di aver speso decine di migliaia di dollari in cibo, viaggi e altri servizi non legati al suo impiego. I due processi si svolgono contemporaneamente e dovrebbero concludersi nell’arco di due settimane.

Le accuse di De Niro

Robert De Niro, dal canto suo, ha spiegato che le mansioni di Graham includevano tenergli l’agenda, organizzare i viaggi e acquistare regali per amici e parenti. L’ex assistente ha contrattaccato dichiarando che le faceva rammendare i vestiti, fare il bucato e a volte addirittura grattargli la schiena. Inoltre lo ha accusato di averla chiamata «in ogni ora del giorno e della notte». L’attore ha replicato: «L’ho sempre chiamata in ore decenti fuori dall’orario». Ma quando la donna ha riferito di una chiamata alle quattro del mattino, nel 2017, De Niro ha risposto piccato: «Era la volta in cui mi spaccai la schiena cadendo dalle scale».

Halloween, da Alien a Suspiria: le 10 scene più spaventose nei film

Non c’è Halloween senza un buon film horror. Mentre al cinema è appena sbarcato Five Nights at Freddys’, adattamento dell’omonimo videogame per console, anche in streaming è possibile recuperare cult capaci di far saltare letteralmente dalla sedia. Le jump scare scene, infatti, costituiscono il caposaldo centrale per la riuscita di un lungometraggio terrificante, facendo leva su un evento improvviso o inatteso. Ogni spettatore può stilare la sua personale classifica delle scene più spaventose che provocano terrore e fremiti anche a mesi di distanza. In vista ella notte delle streghe, ecco 10 consigli fra grandi classici del cinema come Alien e Shining e nuove uscite, tra cui spiccano It Follows e A Quiet Place.

Halloween, 10 scene più spaventose nei film da vedere la notte del 31 ottobre

Suspiria di Dario Argento, la morte di Sara girata una volta sola

Maestro del brivido internazionale, Dario Argento ha realizzato in carriera numerosi horror di successo. Fra i più celebri c’è indubbiamente Suspiria, film del 1977 con Jessica Harper nei panni di Susy, studentessa di danza classica che decide di iscriversi all’Accademia tedesca di Friburgo. Qui incontra Sarah, nei cui panni recita Stefania Casini, la cui morte costituisce una delle scene più spaventose dell’intero lungometraggio. A un certo punto della storia, la ragazza si ritrova a fuggire da una misteriosa figura invisibile, finendo per restare intrappolata nel filo spinato. Qui, prima di riuscire a liberarsi, viene uccisa con un rasoio. L’attrice ha raccontato di essere rimasta davvero avvinghiata nella rete, che le provocò varie escoriazioni.

Shining di Stanley Kubrick e la celebre stanza 237

Tra gli horror più terrificanti della storia del cinema e della letteratura c’è Shining, con cui Stanley Kubrick adattò l’omonimo romanzo di Stephen King. Difficile scegliere la scena più spaventosa, tuttavia merita una menzione speciale la stanza 237 dell’Overlook Hotel. Jack Torrance, personaggio interpretato dal grande Jack Nicholson, dopo esservi entrato si imbatte in una donna nuda che gli viene incontro e lo bacia, prima di trasformarsi in un cadavere in decomposizione. La scena è stata ripresa fedelmente anche nel film fantasy Ready Player One di Steven Spielberg.

Alien e Suspiria, ma anche It Follows e A Quiet Place. Le 10 scene più spaventose nei film horror da guardare la notte di Halloween.
Una scena di Shining nella stanza 237 (X).

Non aprite quella porta, tutti hanno paura di Leatherface

Cult del genere horror, Non aprite quella porta di Tobe Hooper ha spaventato generazioni di spettatori sin dalla sua uscita nel 1974. Impossibile dimenticare il momento in cui la giovane studentessa Pam, che ha il volto di Teri McMinn si ritrova appesa a un gancio da macellaio. Lottando per liberarsi, è costretta prima a guardare Leatherface, noto anche come Faccia da cuoio, mentre taglia a metà con una motosega il corpo esanime del suo amico Kirk (William Vail). L’interprete ha detto che, durante le riprese, per facilitare il suo sostegno a mezz’aria fece affidamento su un filo di nylon tra le gambe, espediente alquanto doloroso.

Carrie – Lo sguardo di Satana e la scena del ballo a scuola

Stephen King è autore anche di Carrie – Lo sguardo di Satana, romanzo che sbarcò al cinema grazie al film horror di Brian De Palma con Sissy Speck nei panni della protagonista. Fra le scene più spaventose c’è il ballo scolastico di fine anno, le cui riprese richiesero ben due settimane di lavoro. Il copioso sangue di maiale scaraventato su di lei era in realtà amido di mais mescolato con colorante alimentare, ma l’attrice decise di dormire con i vestiti sporchi per tre giorni interi. Una scelta che giustificò per ragioni di continuità.

Alien e Suspiria, ma anche It Follows e A Quiet Place. Le 10 scene più spaventose nei film horror da guardare la notte di Halloween.
La scena terrificante di Carrie – Lo sguardo di Satana (X).

Psycho, fra le scene più spaventose anche un cult del cinema

Miglior film di tutti i tempi secondo Variety, Psycho di Alfred Hitchcock rappresenta una pietra militare del cinema e del genere horror. La scena più spaventosa e indubbiamente la più celebre è quella della doccia, in cui la giovane Marion (Janet Leigh) viene pugnalata più volte da un misterioso assassino. L’omicidio dura ben 45 secondi, 22 dei quali rappresentano in 35 inquadrature diverse i colpi inferti dal killer. Servirono ben sette giorni di riprese, cui l’attrice non prese parte lasciando il posto a una controfigura.

Alien, l’indimenticabile esordio degli xenomorfi

Il primo capitolo di Alien, saga diretta da Ridley Scott, ha segnato decine di spettatori che si recarono in sala nel 1979. Fra le scene più terrificanti c’è sicuramente la prima apparizione degli xenomorfi, le creature che infestano la nave spaziale con a bordo la tenente Ripley, interpretata da Sigourney Weaver. Indimenticabile la morte di Kane (John Hurt), ucciso da un alieno che gli esce dal petto squarciandogli il torace. Un ciak che, visti gli effetti speciali dell’epoca non ancora sviluppati, scioccarono gran parte del pubblico.

L’Esorcista, fra le scene più spaventose anche la possessione di Regan

Icona del genere horror, L’Esorcista di William Friedkin continua a terrorizzare gli spettatori anche a 50 anni dalla sua uscita. Impossible non citare per Halloween la scena in cui la giovane Regan, che ha il volto di Linda Blair, ruota la testa di 180 gradi per guardare in volto i sacerdoti giunti per liberarla dalla possessione del demonio. Il 5 ottobre 2023 David Gordon Green ha diretto il nuovo capitolo L’Esorcista – Il Credente che riporta il personaggio nuovamente al centro della narrazione.

The Omen, fra le scene più spaventose anche la morte della bambinaia 

Fra le scene più spaventose da guardare ad Halloween c’è sicuramente la morte della bambinaia in The Omen – Il presagio, cult del 1976 di Richard Donner. Dopo una giornata tranquilla, infatti, la babysitter del giovane Damien (Harvey Stephens), incurante della folla di ragazzini in festa, si suicida gettandosi dalla finestra con un cappio al collo. Il tutto accompagnato da richiami cantilenanti in sottofondo con il nome del piccolo di casa, dando immediatamente la sensazione che il gesto sia provocato da una presenza maligna.

It Follows, la misteriosa figura che accompagna i protagonisti

Fra i migliori horror del nuovo millennio, It Follows è un’ottima scelta per la notte di Halloween. Il film di David Robert Mitchell racconta la storia di una misteriosa figura che insegue il suo bersaglio fin quando quest’ultimo non trasmette una maledizione ad altri tramite un rapporto sessuale. L’ignoto individuo appare in continuazione durante la narrazione, mostrandosi di sfuggita all’esterno dei palazzi oppure non lontano dalle auto dei protagonisti. Un brivido perpetuo che, come ha ricordato il Guardian, affonda le sue radici nel senso stesso della morte.

A Quiet Place, fra le scene più spaventose anche l’horror distopico di John Krasinski

Uscito nel 2018, A Quiet Place – Un posto tranquillo di John Krasinski ha subito catturato l’attenzione della critica e del pubblico. Con protagonisti lo stesso regista ed Emily Blunt, si svolge in un futuro distopico in cui la Terra è preda di una popolazione aliena che ha decimato l’umanità, costretta a nascondersi nelle proprie case. Fra le scene più spaventose c’è quella in cui la protagonista Evelyn si rifugia nella vasca da bagno del suo appartamento per sfuggire alla cattura di una creatura che si aggira nelle vicinanze.

È morta Elaine Devry, attrice di Atomicofollia e Perry Mason

Elaine Devry, attrice americana nota per aver recitato in Atomicofollia e Una guida per l’uomo sposato, è morta all’età di 93 anni. La star californiana si è spenta il 20 settembre scorso nella sua casa di Gran Pass, nell’Oregon, dove viveva dopo aver lasciato il cinema. Ad annunciarlo, come hanno confermato Deadline e Hollwood Reporter, il servizio di pompe funebri della sua città sul sito web ufficiale. In carriera ha preso parte a una dozzina di film e serie tivù, di cui una condotta dal futuro presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, prima di ritirarsi dalla recitazione già negli Anni 70. Quarta delle otto mogli del comico premio Oscar Mickey Rooney, grazie a cui ottenne il primo ruolo in una produzione di Hollywood, in gioventù aveva lavorato anche come modella.

Elaine Devry, gli inizi come modella e il debutto al cinema

All’anagrafe Thelma Elaine Mahnken, nacque il 10 gennaio 1930 a Compton, in California. Ancora 15enne, durante gli studi al College della sua città, lavorò come modella posando per diversi fotografi. Si traferì poi nel Montana, a Buttle, dove appena 18enne nel 1948 sposò la sua prima fiamma del liceo Dan Ducich, un giovane talento del basket. Le nozze durarono appena quattro anni, dato che divorziarono nel 1952, poco dopo che l’uomo venne arrestato per rapina a mano armata. L’Hollywood Reporter ha ricordato come Dan Ducich si sia poi suicidato nel 1954 con un colpo di pistola a soli 28 anni, in una stanza d’albergo. Intanto Elaine Devry era tornata in California, dove incontrò la star della commedia di Hollywood Mickey Rooney. I due si innamorarono subito e si sposarono nel 1954.

Elaine Devry ha recitato anche in una serie condotta da Ronald Raegan. Si ritirò negli Anni 70, salvo tornare un'ultima volta nel 1999.
Elaine Devry nel film Una guida per l’uomo sposato (Screenshot YouTube).

Fu proprio Rooney a dare avvio alla carriera da attrice di Elaine Devry, trovandole una parte nel film The Atomic Kid, uscito in Italia come Atomicofollia, dove ha interpretato un’infermiera. Nello stesso anno recitò in un episodio di General Electric Theatre, serie antologica condotta da Ronald Reagan. Nel 1958 la coppia di separò, complice l’ennesimo flirt di Rooney, che nella sua vita si è sposato otto volte. Elaine Devry però proseguì recitando in Bambola cinese del 1958, Man-Trap del 1961 e soprattutto Una guida per l’uomo sposato, diretto da Gene Kelly. È poi apparsa in varie produzioni per la televisione, da Perry Mason a Death Valley Days e Family Affair prima di lasciare la recitazione negli Anni 70. È tornata un’ultima volta nel 1999, entrando nel cast di Heart to Heart.com. Nel 1975 aveva sposato l’attore Will White, incontrato 15 anni prima sul set di The Dick Powell Theatre.

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Sciopero attori, la proposta Clooney non decolla

La generosa proposta lanciata da George Clooney e altre star di serie A per sbloccare la vertenza degli attori di Hollywood è stata prontamente rispedita al mittente: «Grazie, ma no grazie», ha detto la presidente della Sag-Aftra, Fran Drescher, spiegando, in un video postato su Instagram, perchè quanto suggerito dai divi «non avrebbe alcun impatto sul contratto per il quale stiamo scioperando».

La proposta di Clooney era quella di abolire il tetto della quota associativa

Clooney, affiancato da altri attori tra cui, Scarlett Johansson, Kerry Washington, Tyler Perry, Bradley Cooper, Meryl Streep, Robert De Niro, Ben Affleck, Jennifer Aniston, Reese Witherspoon, Emma Stone, Laura Dern e Ryan Reynolds, che erano tutti presenti allo zoom con la Dreschner e il capo negoziatore Duncan Crabtree-Ireland, aveva proposto di abolire il tetto che blocca a un milione di dollari il massimo della quota associativa che le star devono pagare per essere membri del sindacato. Secondo i calcoli di Clooney, questo porterebbe a un’iniezione di fondi da 50 milioni di dollari all’anno (sulla base di un pool di 160 divi che guadagnano una media di 21 milioni di dollari all’anno): una cifra che potrebbe essere usata, ad avviso delle star, per coprire il gap che separa le richieste della Sag con quanto sono pronti a sborsare i produttori.

La presidente Dreschner ha respinto l’idea

«Il problema è che questo non ha nulla a che fare con il contratto. È come paragonare mele alle arance», ha continuato la Dreschner spiegando che sono gli studi a dover aprire il portafoglio per pagare equamente chi sta davanti alla macchina da presa. Clooney aveva proposto inoltre di ristrutturare la distribuzione dei profitti dello streaming in modo che i colleghi che guadagnano meno siano i primi ad essere pagati. Niente spiragli dunque, mentre l’agitazione cominciata a metà luglio si avvia a superare, il 21 ottobre, il traguardo del centesimo giorno. Intanto, a rendere ancora più amara la vita di attori da mesi senza lavoro, la Sag ha vietato agli iscritti al sindacato di scegliere costumi di Halloween ispirati a film e serie tv di successo come Barbie e Mercoledì per poi postare le loro immagini sui social media: sarebbe una forma di promozione indiretta vietata dal codice dell’agitazione.

È morto Burt Young, il Paulie Pennino di Rocky

Burt Young, attore celebre per aver interpretato Paulie Pennino nella saga di Rocky, è morto l’8 ottobre a 83 anni. Lo ha annunciato a distanza di 10 giorni sua figlia Anna Morea Steingieser con una nota riportata dal New York Times. Ex pugile del Queens, ha vestito i panni del migliore amico di Balboa in tutti i sei film dell’esalogia originale, unico personaggio assieme al protagonista e all’allenatore Tony Evers. Per la sua performance ha ottenuto anche una nomination agli Oscar come Miglior attore non protagonista nel primo capitolo della saga. In carriera ha legato la sua celebrità anche a Chinatown del 1974 al fianco di Jack Nicholson e a Il Papa del Greenwich Village con Mickey Rourke. Il saluto commosso di Sylvester Stallone su Instagram: «Addio amico mio, mancherai moltissimo a me a al mondo. Riposa in pace».

Burt Young, dalla boxe nei Marines al debutto nel cinema

All’anagrafe Geraldo “Jerry” Tommaso DeLouise, nacque da genitori di origine italiana il 30 aprile 1940 nel Queens di New York. Il papà era meccanico che divenne insegnante di liceo, mentre la mamma lavorava come sarta. Dopo essersi messo nei guai a scuola, mentendo sulla sua età si unì ai Marines ancor prima di compiere 16 anni con l’aiuto di suo padre. Qui iniziò a praticare la boxe, perdendo solamente due incontri sui 34 effettuati durante la permanenza a Okinawa. Un talento che conservò anche terminato il servizio militare, decidendo di allenarsi con Cus D’Amato che anni dopo avrebbe anche seguito il campione dei pesi massimi Mike Tyson. Come ha riportato l’Hollywood Reporter, ha spesso affermato di aver combattuto da professionista senza mai finire Ko o perdere un match. Per beneficenza, sfidò sul ring persino la leggenda Muhammad Ali.

Burt Young, volto di Paulie nei sei film di Rocky, è morto l'8 ottobre a 83 anni. Figlio di italo-americani, recitò anche per Sergio Leone
Sylvester Stallone e Burt Young in una scena di Rocky (X).

A dispetto del suo talento sul ring, non riuscì ad avviare una lunga carriera nella boxe, tanto da cambiare impiego più volte, trovando lavoro dapprima come venditore e poi in una ditta di pulizie. Fu allora che si avvicinò al cinema, iniziando a studiare all’Actor Studio di Lee Strasberg, l’Hyman Roth de Il padrino – Parte II. «In realtà stavo seguendo una ragazza che voleva frequentare quella scuola», ha poi raccontato al Newsday di New York. Il suo esordio combaciò anche con le prime interpretazioni di Robert de Niro, che incontrò sul set de La gang che non sapeva sparare di James Goldstone. Ha proseguito la sua carriera interpretando principalmente personaggi duri e ruoli italo-americani sia per la televisione sia per il cinema, prima di entrare nella saga di Rocky.

La passione per Rocky: «Stallone è un vero genio»

Nel 1976, dopo aver già recitato per Roman Polanski in Chinatown, entrò nel cast di Rocky, primo film sul pugile italo-americano con il volto di Sylvester Stallone, per interpretare Paulie, fratello di Adriana, amata dal protagonista. «Sly si avvicinò a me e si presentò, dicendomi di aver scritto quel copione e che dovevo esserci», ha raccontato Burt Young nel 2009 a The Sweet Science. «E io volevo assolutamente farne parte, ma non volevo sembrare impaziente». Lodandone la sceneggiatura, ha elogiato Stallone come un «maniaco del lavoro, un vero genio sempre avanti con i tempi». Nominato agli Oscar, oltre a proseguire la saga su Balboa nei panni dell’amico Paulie, ha recitato in numerosi altri film. Nel 1984 prestò infatti il suo volto a Joe, referente di Frankie (Joe Pesci), nel film C’era una volta in America di Sergio Leone.

Fra le ultime performance, si ricordano le produzioni italiane Baciamo le mani – Palermo New York 1958 nei panni di don Lillo Draghi e L’onore e il rispetto – Parte quarta, dove ha interpretato don Lino. In carriera ha anche debuttato a Broadway nel 1986 con Robert de Niro in Cuba & His Teddy Bear e realizzato dipinti, che ha esposto a New York nel 2006. Per quanto riguarda invece la vita privata, sposò Gloria DeLouise, che morì però nel 1974, due anni prima dell’esordio in Rocky, lasciandolo solo con la figlia Anna Morea.

Burt Young, volto di Paulie nei sei film di Rocky, è morto l'8 ottobre a 83 anni. Figlio di italo-americani, recitò anche per Sergio Leone
Sylvester Stallone e Burt Young nel 2014 (Getty Images).

Angelina Jolie è Maria Callas nel film di Pablo Larraín

Angelina Jolie diventa Maria Callas nelle prime immagini del film di Pablo Larraín. Il regista cileno, autore di El Conde premiato alla Mostra del Cinema di Venezia per la miglior sceneggiatura, dirigerà infatti un nuovo lungometraggio che racconterà gli ultimi giorni di vita della cantante lirica nella sua casa di Parigi. Basato su testimonianze reali, il progetto dal titolo Maria racconterà la storia meravigliosa ma anche tragica della leggendaria soprano, considerata una vera icona del suo tempo. «Sono davvero entusiasta di iniziare la produzione», ha dichiarato a Deadline il regista sudamericano. «Spero di far conoscere a tutto il mondo la straordinaria vita di una donna unica come Maria Callas». Nel cast anche gli italiani Pierfrancesco Favino, Alba Rohrwacher e Valeria Golino.

Angelina Jolie è Maria Callas, le riprese dureranno due mesi

Già in corso le riprese, che dureranno circa otto settimane tra Parigi, Milano, Budapest e zone della Grecia. Come ha riportato l’Hollywood Reporter, infatti, in quanto indipendente la produzione ha potuto firmare un accordo con il sindacato Sag-Aftra, attualmente in sciopero, per poter lavorare nonostante il fermo. Quanto alla sceneggiatura, l’intero copione era stato ultimato già prima della protesta della Writers Guild, conclusa a fine settembre con la ratifica di un nuovo accordo fra showrunner e produttori. L’autore è Steven Knight, già noto per aver lavorato nel team del film Spencer con Kristen Stewart e sulla serie Netflix Peaky Blinders. I costumi che Angelina Jolie indosserà per interpretare Maria Callas si baseranno sugli abiti originali che la cantante lirica utilizzò in scena e durante la vita quotidiana, fra cui anche pellicce d’epoca.

Il regista Pablo Larraín ha rilasciato le prime foto del suo film su Maria Callas, interpretata da Angelina Jolie. Riprese in corso a Parigi.
Angelina Jolie nei panni di Maria Callas in una foto diffusa online (X).

«Raccogliere l’eredità di Maria Callas e raccontarne la vita è una forte responsabilità», aveva dichiarato a ottobre 2022 Angelina Jolie nell’annunciare il progetto. «Darò tutto quello che posso per affrontare questa sfida al meglio. Avere la possibilità di interpretarla sotto la direzione di Pablo (Larraín, ndr.) è un sogno». Per la star di Hollywood sarà il ritorno nella recitazione a due anni di distanza dal suo ultimo progetto, il film Eternals dei Marvel Studios sbarcato in sala nel 2021. Nel frattempo ha infatti iniziato a dedicarsi alla regia con il suo nuovo progetto Without Blood che, girato fra Roma e Puglia, adatterà il romanzo di Alessandro Baricco Senza sangue.

Box Office in Italia, L’esorcista – Il credente re degli incassi al cinema

L’horror domina il box office italiano con due film sul podio dei maggiori incassi nel weekend dal 5 all’8 ottobre 2023. In testa si è piazzato L’esorcista – Il credente, sesto progetto della saga inaugurata nel 1973 dal cult di William Friedkin, di cui rappresenta il primo sequel diretto. Distribuito da Universal in 387 sale, ha totalizzato poco più di 1,1 milioni di euro per quasi 150 mila presenze, con una media di 3800 euro per ogni cinema. Prodotto da Blumhouse, l’horror di David Gordon Green – già dietro la macchina da presa degli ultimi tre film di Halloween – vede il ritorno di Ellen Burstyn nei panni di Chris MacNeil, mamma della piccola Regan posseduta ne L’esorcista. In produzione anche due altri film, in arrivo non prima del 2025.

Box Office Italia, Assassinio a Venezia regge l’impatto degli horror

Secondo gradino del podio per Assassinio a Venezia di e con Kenneth Branagh nei panni del detective Poirot. A un mese dalla sua uscita in sala, il terzo capitolo della saga che adatta i romanzi di Agatha Christie ha infatti incassato altri 574.924 euro sfondando il muro dei 7 milioni in totale. Battuto così il predecessore Assassinio sul Nilo che nel febbraio 2022 si era fermato a 5,6 milioni. Ancora lontano invece il primo film, Assassinio sull’Orient Express, che contando su un cast stellare totalizzò oltre 14 milioni di euro. Horror ancora protagonista del box office in Italia con Talk to Me, opera prima degli sceneggiatori nonché youtuber Danny e Michael Philippou. Il film, nel cui cast recita Miranda Otto (Eowyn ne Il Signore degli Anelli), ha incassato nel Belpaese altri 444.437 euro raggiungendo il totale di 1 milione 405 mila nel suo secondo weekend di programmazione.

Il nuovo capitolo de L'esorcista vince il weekend 5-8 ottobre al box office. Sul podio anche Assassinio a Venezia e Talk to Me. Gli incassi.
Kenneth Branagh, regista e protagonista di Assassinio a Venezia (Getty Images).

Importante da segnalare, tra le nuove uscite, il risultato di Volevo un figlio maschio di Neri Parenti. Il nuovo film con protagonista Enrico Brignano ha infatti incassato al box office italiano 381.889 euro per circa 55 mila spettatori paganti. In Top 10 anche Nata per te, film che racconta la storia vera di Luca Trapanese, il primo single omosessuale ad aver adottato una bambina affetta da sindrome di Down. Il progetto di Fabio Mollo con Teresa Saponangelo e Pierluigi Galante ha incassato 250 mila euro. Male invece The Creator, il capitolo post-apocalittico sull’intelligenza artificiale con John David Washington. A quasi due settimane dall’uscita ha incassato appena 938.073 euro, confermando i dati mondiali sotto le aspettative. Matteo Garrone con il suo Io capitano invece ha quasi raggiunto i 3 milioni di euro,  fermandosi a 2,9 milioni.

È morto Keith Jefferson, attore di Django Unchained e The Hateful Eight

Keith Jefferson, attore apparso in diversi film di Quentin Tarantino, è morto giovedì 5 ottobre all’età di 53 anni. Lo ha rivelato la sua agente Nicole St. John all’Hollywood Reporter. Solo ad agosto aveva annunciato di avere il cancro. «Ogni tanto Dio ti lancia una sfida e lascia a te il compito di risolverla», aveva scritto sul suo profilo Instagram dopo la diagnosi. «All’inizio non l’ho detto a nessuno, nemmeno alla mia famiglia. Grazie alla mia fede ho trovato la forza di parlarne». Per Tarantino ha recitato in Django Unchained, The Hateful Eight e C’era una volta a Hollywood. Il 13 ottobre uscirà su Prime Video il suo ultimo film, The Burial, al fianco dell’amico Jamie Foxx che lo ha salutato in lacrime sui social. «Fa malissimo, ci vorrà molto tempo prima che questa cosa guarisca», ha scritto la star su Instagram. «Avevi un’anima straordinaria e un cuore puro».

Keith Jefferson, la carriera e i nuovi progetti in cantiere

Originario di Houston, dove era nato il 7 aprile 1970, aveva completato gli studi in teatro musicale presso la US International di San Diego, prima di specializzarsi in recitazione all’Università dell’Arizona. Al college aveva già incontrato Jamie Foxx, con cui strinse un legame di amicizia indissolubile che lo ha portato a vari progetti sul grande schermo. Esordì nel 1995 con A proposito di donne, film di Herbert Ross con Woopy Goldberg e Drew Barrymore. Ha poi preso parte al lungometraggio Buffalo Soldiers con Joaquin Phoenix e persino a un capitolo della saga de La signora in giallo con Angela Lansbury nel 2001. Due anni prima aveva anche lavorato con Foxx nel suo Jamie Foxx Show.

Grande amico di Jamie Foxx, Keith Jefferson sarà in The Burial su Prime Video il 13 ottobre. Aveva 53 anni, da agosto combatteva il cancro.
Keith Jefferson assieme all’amico Jamie Foxx (Foxx, Instagram).

Nel 2012 ha poi iniziato la sua collaborazione con Quentin Tarantino, che lo ha scelto per gli ultimi suoi tre film. È infatti apparso nei panni di Pudgy Ralph in Django Unchained, ha interpretato Charly in The Hateful Eight e il pirata Keith in C’era una volta a Hollywood. Fra le ultime performance si ricordano quella nel 2022 in Day Shift – A caccia di vampiri, sempre al fianco di Jamie Foxx, con cui ha recitato anche nel 2023 in The Burial. «Ho lavorato con un cast stellare», aveva scritto Keith Jefferson su Instagram condividendo il trailer del film. «È il progetto più importante della mia vita». Oltre al cinema, ha portato avanti una carriera sul palcoscenico dei teatri, recitando in varie produzioni itineranti negli States, tra cui l’Otello. La sua agente ha rivelato che stava lavorando a nuovi film e progetti su cui «non vedeva l’ora di mettersi all’opera».

Non solo Jamie Foxx, gli omaggi di amici e colleghi

«Ho difficoltà a guardare questa foto», ha postato Jamie Foxx su Instagram. «Rivivere i ricordi di noi che ci divertiamo assieme, da quando ci siamo incontrati al college. Sei stato in ogni modo incredibile, mancherai tantissimo amico mio». Numerosi i commenti al post di amici e maestranze di Hollywood, tra cui spunta la costumista Arianne Phillips. «Sono devastata», ha scritto sotto la foto di Foxx, ricordando i tempi in cui ha potuto lavorare con Keith Jefferson. «Era una persona gentile e divertente, devota ad amici e parenti». Ha consegnato invece a un messaggio su X il suo dolore l’attrice Tangie Ambrose, che ha dovuto «salutare un carissimo amico, la cui anima è ora libera». Assieme alle sue parole, ha pubblicato anche un video con una lunga carrellata di scatti personali con Jefferson.

Morto Michael Gambon, interpretò Silente in Harry Potter

Il cinema piange la morte di Michael Gambon. L’attore britannico, noto soprattutto per aver interpretato Albus Silente nella saga di Harry Potter, è morto in ospedale per un attacco di polmonite. Ad annunciarlo la moglie Anne e il figlio Fergus in una dichiarazione riportata da Bbc e Guardian: «Siamo devastati, era un padre e un marito amato. Vi chiediamo di rispettare la nostra privacy in un momento così doloroso». Noto in patria anche come The Great Gambon (Il grande Gambon), ha legato la sua fama alla saga fantasy tratta dai romanzi di J.K. Rowling, ma ha recitato in decine di altri lungometraggi. Si ricordano, tra gli altri. Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante del 1988 che lo consegnò al successo mediatico, ma anche Sleepy Hollow e The Insider. Aveva 82 anni.

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Michael Gambon, l’addio alla scuola e il successo al cinema

Originario di Dublino, dove nacque nel 1940, Michael Gambon lasciò la scuola all’età di 15 anni, ma non ricevette alcuna formazione attoriale nella recitazione. Giunto in Inghilterra per seguire suo padre, che fu poliziotto durante la Seconda guerra mondiale, iniziò un apprendistato in ingegneria l’anno successivo, ma molto presto entrò in contatto con il teatro. Inizialmente al lavoro per realizzare la scenografia del palco, passò grazie al suo talento alla recitazione con piccole parti negli spettacoli dello Unity Theatre e del Tower Theatre di Londra. Debuttò però come attore in una produzione dell’Otello nella sua Dublino nel 1962, unendosi rapidamente al National Theatre di Londra e continuando a lavorare sui palcoscenici del Regno Unito, a New York e in Germania.

L'attore britannico Michael Gambon, volto di Silente in Harry Potter, è morto all'età di 82 anni per una polmonite. La famiglia: «Devastati»
L’attore britannico Michael Gambon (Getty Images).

Curiosamente, Otello fu anche il suo primo film al cinema nel 1965. Ha poi preso parte a numerosi film di grande successo tra cui Gosford Park, Sleepy Hollow e la recente dilogia di Paddington. Tuttavia, a dargli la fama in tutto il mondo sono stati i film di Harry Potter, in cui ha vestito i panni del preside di Hogwarts Albus Silente dal terzo all’ottavo e ultimo capitolo. Subentrò nel 2003 per Harry Potter e il prigioniero di Azkaban infatti a Richard Harris, primo volto del professore nato dalla penna di J.K. Rowling, deceduto l’anno prima. La sua ultima apparizione risale al 2019 nel film Judy di Rupert Goold sulla vita dell’attrice Judy Garland. Numerose anche la sue apparizioni a teatro, dove ha recitato in opere di Samuel Beckett, William Shakespeare e Bertold Brecht.

Johnny Depp e il film su Modigliani: le anticipazioni di trama e cast

Con l’ingresso di Luisa Ranieri, si arricchisce sempre più il cast di Modi, film che Johnny Depp dirigerà sulla vita dell’artista italiano Amedeo Modigliani. Sebbene l’uscita sia prevista solo per il 2024, emergono nuovi dettagli sull’atteso ritorno alla regia del divo di Hollywood. Oltre che star del grande schermo, Depp è già stato una volta dietro la macchina da presa nel 1997 per il suo esordio da cineasta Il coraggioso, in cui vestì anche i panni del personaggio principale. Ancora pochi i dettagli sulla trama, che racconterà solo 48 ore che il pittore originario di Livorno trascorse a Parigi nel 1916. Le riprese sono attualmente in corso a Budapest e proseguiranno per alcune settimane. Direttore della fotografia sarà l’italiano Nicola Pecorini, che ha lavorato con Depp nel 1998 sul set di Paura e delirio a Las Vegas di Terry Gilliam.

Modi, trama e cast del film di Johnny Depp sull’artista italiano

Il nuovo film di Johnny Depp sarà un adattamento cinematografico dell’opera teatrale di Dennis McIntyre per mano di Jerzy e Mary Kromolowski. Nei panni del protagonista Modigliani ci sarà Riccardo Scamarcio, che tornerà dunque a interpretare un artista dopo aver vestito i panni di Caravaggio nel biopic di Michele Placido. Secondo le poche anticipazioni disponibili sulla trama di Modi, la storia seguirà dunque un breve lasso di tempo durante il soggiorno parigino dell’artista. Desideroso di mettere fine alla propria carriera e lasciare la città, il protagonista si ritroverà in fuga dalla polizia e si scontrerà con altre grandi personalità bohemien della sua epoca. Fra questi l’artista transalpino Maurice Utrillo, con il volto di Pierre Niney, e la sua musa nonché amante britannica Beatrice Hastings.

Nel 2024 uscirà l'atteso biopic di Johnny Depp su Amedeo Modigliani. Nel cast Riccardo Scamarcio e Luisa Ranieri, riprese a Budapest.
Riccardo Scamarcio al Festival di Cannes 2021 (Getty Images).

Luisa Ranieri sarà invece Rosalie, una modella che in quell’epoca posò per molti artisti, tra cui Modigliani. Sarà una figura importante durante le 48 ore di narrazione, anche se ancora non è noto in quale misura. Il protagonista incontrerà poi anche il bielorusso Chaim Soutine e il mercante d’arte polacco Leopold Zborowski. Tuttavia, la sua strada incrocerà anche quella del collezionista internazionale Maurice Gangnat, che avrà il volto di Al Pacino, pronto a stravolgere la sua vita. Non è ancora ufficiale il budget a disposizione di Johnny Depp ma, stando a quanto riporta il sito Imdb, non dovrebbe superare i 10 milioni di dollari.

Le prime foto dal set e le parole del produttore

Si moltiplicano intanto sui social network gli scatti rubati dal set ungherese della produzione, che mostrano le prime immagini della Parigi degli Anni 10. Johnny Depp non è apparso infastidito dai numerosi fan che si sono accalcati nella zona, dispensando anche sorrisi, selfie e autografi quando possibile. «È un progetto che assieme ad Al (Pacino, ndr.) inseguo da anni», aveva detto a maggio a Deadline il produttore Barry Nvidi nel presentare il film. «L’arguzia e la sensibilità di Depp, unite a un cast incredibile, faranno sì che il mio sogno si avveri».

Oppenheimer da record: è il biopic con gli incassi più alti di sempre

Non si ferma la corsa al botteghino di Oppenheimer. Il film di Christopher Nolan sul padre della bomba atomica ha infatti stabilito un nuovo record. Con oltre 912 milioni di dollari di incassi al 17 settembre in tutto il mondo, è il biopic più redditizio della storia del cinema. Battuto Bohemian Rhapsody, biografia di Freddie Mercury e dei Queen, che si era fermato a 910 milioni. Ottima anche la risposta in Italia, dove ha totalizzato altri 2,1 milioni nell’ultima settimana, arrivando a un totale di 24,7 dall’inizio della distribuzione. L’obiettivo principale è adesso superare 1 miliardo di incassi, insperato alla vigilia ma possibile grazie alle proiezioni del mercato statunitense e internazionale, soprattutto in Cina. «Gli ultimi chilometri della corsa sono sempre i più difficili», ha spiegato a Variety Paul Dergarabedian, analista senior di Comscor. «Ormai è però un vincitore assoluto».

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Oppenheimer e Bohemian Rhapsody uniti dalla presenza di Rami Malek

Curiosamente, sia in Oppenheimer sia in Bohemian Rhapsody, i due biopic più redditizi di sempre secondo i dati Box Office Mojo, è presente Rami Malek. Nel nuovo film di Nolan ha interpretato lo scienziato David L. Hill, apparendo soltanto per poche scene e soprattutto nella sezione finale della narrazione. Nel progetto sui Queen ha invece ricoperto il ruolo del protagonista, prestando il suo volto al frontman Freddie Mercury dagli albori fino alla scoperta dell’Aids e al concerto Live Aid. La sua performance gli è valsa anche il premio Oscar come “Miglior attore protagonista” oltre a un Golden Globe e a un Bafta. Il suo caso ricorda da vicino quello di Zoe Saldana, presente in quattro delle sei pellicole capaci di superare 2 miliardi di dollari al box office. Ha recitato nei due capitoli di Avatar di James Cameron e nei due film Marvel Avengers: Infinity War e Endgame.

Battendo Bohemian Rhapsody sui Queen, Oppenheimer è diventato il film biografico più redditizio. I numeri in Italia e nel mondo.
Rami Malek alla premiere mondiale del film Oppenheimer (Getty Images).

I dati del box office in Italia del weekend: vince Assassinio a Venezia

Quanto ai dati Cinetel in Italia, vincitore del weekend al botteghino è il nuovo film sul detective Poirot con Kenneth Branagh, Assassinio a Venezia. Il terzo capitolo sulle avventure nate dalla penna di Agatha Christie ha totalizzato 2,09 milioni di euro, aprendo meglio rispetto al predecessore Assassinio sul Nilo. Secondo posto per Oppenheimer con 1,3 milioni di euro, poco più rispetto all’horror The Nun 2 che si è fermato a 1 milione. Primo film italiano in classifica è Io Capitano di Matteo Garrone, peraltro fresco vincitore del Leone d’Argento e del Premio Mastroianni a Venezia. Ha incassato infatti 600 mila euro nel secondo weekend di programmazione, issandosi a un totale di poco superiore al milione. Seguono Jeanne du Barry con Johnny Depp e The Equalizer 3 con Denzel Washington, prima di trovare ancora Barbie. Il film con Margot Robbie ha raggiunto i 31,8 milioni di euro.

Oscar 2024, da Io Capitano a Rapito: i 12 film in gara per rappresentare l’Italia

Io Capitano di Matteo Garrone guida la lista di 12 film in lizza per rappresentare l’Italia ai 96esimi Premi Oscar fra i lungometraggi internazionali. Vincitore del Leone d’Argento a Venezia, l’ultimo progetto del regista romano è il favorito numero uno per la candidatura, forte anche del Premio Mastroianni vinto dal suo protagonista Seydou Sarr al Lido. Occhio però anche a Rapito di Marco Bellocchio, film che racconta la storia del giovane ebreo Edgardo Mortara, in concorso a Cannes e miglior film ai Nastri d’Argento 2023. La candidatura definitiva sarà nota il prossimo 20 settembre quando la commissione di selezione, istituita presso l’Anica su richiesta della stessa Academy statunitense, si riunirà per votare il titolo da presentare a Los Angeles. La shortlist arriverà soltanto il 21 dicembre, mentre il 23 gennaio 2024 saranno annunciate le nomination. La cerimonia di premiazione è prevista per il 10 marzo.

Annunciata la lista di 12 potenziali candidati italiani agli Oscar 2024. Con Garrone e Bellocchio c'è anche Moretti con Il sol dell'avvenire.
Seydou Sarr e Matteo Garrone con i premi di Venezia (Getty Images).

Da Cortellesi a Moretti, tutti i film in lizza per rappresentare l’Italia agli Oscar 2024

Altro pezzo da novanta fra i 12 potenziali candidati italiani agli Oscar 2024 è Il sol dell’Avvenire di Nanni Moretti, presentato in concorso al Festival di Cannes. Racconta la storia di un regista in difficoltà con il suo ultimo progetto e nel pieno di una crisi con la moglie, come lui impegnata nel cinema. In lizza anche C’è ancora domani, esordio alla regia di Paola Cortellesi, che aprirà anche la Festa del Cinema di Roma. Una storia di rivalsa femminile che segue una donna, vittima di un marito violento, in un’Italia devastata dalla Seconda guerra mondiale. Spera di rappresentare l’Italia agli Oscar anche L’ultima notte di Amore, film di Andrea di Stefano con protagonista Pierfrancesco Favino. La star del cinema nostrano interpreta un poliziotto che, il giorno prima del pensionamento, perde il suo amico e partner durante una rapina.

In corsa per diventare il candidato italiano agli Oscar 2024 anche Grazie ragazzi di Riccardo Milani e Il ritorno di Casanova di Gabriele Salvatores con Toni Servillo, Fabrizio Bentivoglio e Sara Serraiocco. In lizza anche La chimera di Alice Rohrwacher – nel cast la sorella Alba – presentato come Il sol dell’avvenire al Festival di Cannes, dove ha concorso per la Palma d’Oro. Nella lista dei 12 film anche Stranizza d’amuri di Giuseppe Fiorello, una storia di amicizia tra due ragazzi che si trasforma in un sentimento irrefrenabile, Noi anni luce di Tiziano Russo e La terra delle donne di Marina Vallone. Infine, potrebbe arrivare agli Oscar 2024 anche Mixed by Erry di Sydney Sibilia, disponibile su Netflix, che racconta la storia di Enrico Frattasio che negli Anni 80 creò un suo impero vendendo musicassette contraffatte.

Mathieu Kassovitz sull’incidente: «Facevo l’idiota per mia figlia»

A quasi una settimana dal terribile incidente in moto del 6 settembre, il regista e attore francese Mathieu Kassovitz è tornato a parlare ai suoi fan. Tramite un video sulla sua pagina Instagram, in cui ha rassicurato sulle sue condizioni di salute, ha descritto nel dettaglio l’accaduto. «Stavo facendo l’idiota», ha spiegato l’interprete 56enne. «Volevo emulare un supereroe per impressionare mia figlia (che si trovava nel mezzo alle sue spalle con un istruttore, ndr.)». All’incidente hanno assistito anche l’altro figlio e sua moglie, che gli sono stati accanto per tutta la durata della degenza. «Sono una testa di cazzo perché mi costringo a prendere le distanze dalla realtà», ha proseguito Kassovitz. «Sono vecchio, è ora che pensi alle persone che mi amano e dedichi loro il mio tempo». L’attore ha poi dedicato un pensiero alle vittime del terremoto in Marocco e ringraziato i suoi fan per i messaggi di augurio che gli hanno inviato online.

Mathieu Kassovitz: «Ringrazio i medici, sono un vanto per la Francia»

«Amo le moto, ne sono un grande appassionato», ha raccontato Kassovitz nel suo lungo video social. «Ho passato una splendida giornata alla guida, ma sono un idiota e un pessimo motociclista». L’attore ha infatti detto di aver sbagliato l’ingresso in una curva, perdendo il controllo del mezzo e rischiando di cadere. Negli attimi immediatamente successivi, mentre cercava di raddrizzarsi, è finito contro un guardrail, ferendosi in maniera grave alle gambe. «Sono stato molto fortunato», ha concluso Kassovitz, che ha poi ringraziato tutti i medici che lo hanno curato. «Sono pagati pochissimo per quello che fanno, ma sono un motivo d’orgoglio per tutta la Francia».

L'attore Mathieu Kassovitz ha pubblicato un video su Instagram. «Sono stato fortunato, devo iniziare a pensare alle persone che mi amano».
L’attore francese Mathieu Kassovitz nel 2022 (Getty Images).

Classe 1967, figlio di due cineasti, Mathieu Kassovitz è noto per aver diretto nel 1995 L’odio, che gli valse il premio per la miglior regia a Cannes e tre riconoscimenti ai Cesar su 11 nomination. Accanto alla carriera da regista, ha portato avanti anche quella davanti alla macchina da presa, apparendo in diversi film di successo tra cui Il favoloso mondo di Amelié di Jean-Pierre Jeunet e Munich di Steven Spielberg. nelle sale francesi c’è il suo ultimo lavoro, Visions, in cui appare al fianco di Diane Kruger. Presentato in anteprima al Festival del cinema francofono di Angouleme, racconta la tormentata storia d’amore di una donna, divisa tra il partner e una vecchia fiamma che ritorna dal passato.

Venezia 80, Leone d’oro a Povere creature: tutti i premiati

Il Leone d’oro dell’80esima Mostra del Cinema di Venezia è andato, come da pronostico, a Povere creature di Yorgos Lanthimos. A presiedere la cerimonia, come nel caso della serata inaugurale, la madrina 2023 Caterina Murino, che con voce commossa ha parlato di «giorni indimenticabili che hanno permesso a tutti di coltivare i propri sogni». Già prima della premiazione, sia la stampa estera sia quella italiana avevano riconosciuto il valore del film con Emma Stone, assegnandogli il voto più alto nella speciale classifica dei giornalisti. La storia racconta la fantastica trasformazione di Bella Baxter (Emma Stone), giovane donna riportata in vita da un brillante ma poco ortodosso scienziato, che entra in contatto con il mondo esterno per la prima volta. Ecco tutti i premi della Biennale.

Tutti i premi della Mostra del Cinema di Venezia.
Il regista Yorgos Lanthimos con il Leone d’oro per il film Povere creature (Getty Images).

Dalla Coppa Volpi al Leone d’argento, tutti i premi della Mostra

Leone d’argento per la miglior regia per Matteo Garrone e il suo Io, capitano. «Parte del film è girato in Marocco, siamo vicini a loro per la tragedia che li ha colpiti», ha spiegato il cineasta, prima di lasciare la parole a Mamadou Kouassi, il cui viaggio è stato raccontato nel film. «Dedico il premio a tutti quelli che non riescono a farcela o a raggiungere Lampedusa. Dobbiamo fermare il traffico di esseri umani». La Coppa Volpi dell’edizione 2023 a Venezia è andata a Peter Sarsgaard per Memory di Michel Franco e a Cailee Spaeny per Priscilla di Sofia Coppola. Il primo, ringraziando giuria e pubblico presente, ha espresso solidarietà per gli attori di Hollywood in sciopero: «L’intelligenza artificiale è un serio problema di oggi, non dobbiamo consegnare la nostra industria alle macchine». L’attrice invece ha raccontato di «un onore incredibile grazie alla fiducia di Priscilla (Presley, ndr), cui dedico il premio».

I premi della mostra del Cinema di Venezia.
Peter Sarsgaard, vincitore della Coppa Volpi a Venezia (Getty Images).

Miglior artista emergente e dunque vincitore del premio Marcello Mastroianni è stato invece Seydou Sarr per il film di Garrone. «Sono talmente felice da non avere parole», ha raccontato visibilmente commosso. «Soltanto, grazie mille a tutti». Il premio speciale della giuria invece è andato a The Green Border di Agnieszka Holland. «Dal 2014 sono morte 60 mila persone nel tentativo di raggiungere l’Europa», ha spiegato duramente la regista. «In tanti si nascondono ancora nelle foreste, privandosi dei loro diritti umani e della loro vita. Alcuni muoiono non perché non abbiamo le risorse, ma perché spesso non li vogliamo». La giuria, presieduta per questa edizione da Damien Chazelle, ha premiato come miglior sceneggiatura Guillermo Calderón e Pablo Larraín per il loro film El Conde. «Spero che attraverso i dialoghi, gli studios possano raggiungere un accordo con gli attori in sciopero», ha detto Larraín.. Il Gran Premio della giuria è andato invece a Evil Does Not Exist di Ryusuke Hamaguchi.

Venezia 80, i premi della sezione Orizzonti parallela alla Mostra

La giuria internazionale, presieduta da Jonas Carpignano, ha inoltre assegnato anche i premi per la sezione Orizzonti, punto di riferimento per le nuove tecnologie e tendenze nel cinema. Miglior film è stato Explanation for Everything di Gábor Reisz che racconta le contraddizioni dell’Ungheria di Orban, mentre il premio per la miglior regia è andato a Mika Gustafson e il suo Paradise is Burning. «Sono scioccata», ha spiegato la cineasta svedese. «C’è ancora molto da raccontare». Il riconoscimento per la miglior sceneggiatura è andato invece a Enrico Maria Artale per il suo El Paraiso. «Ringrazio produttori e la mia famiglia del cinema per il supporto», ha spiegato il regista. «Grazie anche a mia mamma, i momenti difficili non sono nulla in confronto a quanto ti amo».

I premi della mostra del Cinema di Venezia.
Enrico Maria Artale con il premio per la migliore sceneggiatura di Orizzonti (Getty Images).

Quanto alle performance attoriali, la giuria ha voluto premiare Tergel Bold-Erdene per la sua recitazione nel film Ser Ser Salhi (Città del vento). A ritirare il premio la produttrice: «Un riconoscimento storico per la Mongolia». Fra le donne ha invece trionfato Margarita Rosa De Francisco che si è particolarmente distinta in El Paraiso di Artale. «Quando si recita con amore, ogni momento diventa un miracolo», ha detto l’attrice sul palco. «Ringrazio Edoardo Pesce (nel cast, ndr.) e tutta la troupe per aver reso questo possibile». Il premio speciale è andato al film Una sterminata domenica di Alain Parroni, mentre fra i cortometraggi ha trionfato l’albanese Erenik Beqiri con il suo A Short Trip.

I premi collaterali assegnati alla Mostra del Cinema di Venezia

Per quanto riguarda i riconoscimenti collaterali alla Mostra, si è particolarmente distinto Matteo Garrone con il suo Io, capitano. La storia di due giovani ragazzi in viaggio da Dakar per raggiungere l’Europa tramite una lunga traversata del deserto e del Mediterraneo ha infatti vinto il Leoncino d’Oro, assegnato al Lido dai giovani studenti di tutta Italia. La motivazione racconta di una «magistrale trasposizione in immagini di eventi di cui troppo spesso non abbiamo consapevolezza». Il regista, assente però in Laguna, si è portato a casa anche il Premio Francesco Pasinetti del Sindacato Nazionale dei Giornalisti Cinematografici italiani e il Premio Civitas che privilegia opere che promuovono coesione sociale. Alle Giornate degli Autori ha vinto invece Vampire Humaniste Cherche Suicidant Consentant di Ariane Louis-Seize. Leone del Futuro per la miglior opera prima, consegnato da Claudia Gerini, invece per Lee Hong-Chi e il suo Love is a Gun.

Tutti i premi della Mostra del Cinema di Venezia.
Matteo Garrone sul red carpet della Mostra di Venezia (Getty Images).

Lo statunitense Matt Dillon ha invece vinto il premio Mimmo Rotella, dedicato alla relazione tra i linguaggi del cinema e dell’arte per aver «saputo coniugare il grande talento e l’estro di attore e regista con una sempre innata curiosità verso nuovi orizzonti da scoprire». Prima di lui avevano ottenuto il riconoscimento, fra gli altri, anche Mick Jagger, Toni Servillo e James Franco. A Simone Massi è andato invece il premio Carlo Lizzani per il suo Invelle, film di animazione capace di affrontare «con passione e sensibilità la storia d’Italia dall’avvento del fascismo agli anni di piombo». Nella sezione Venezia Classici, che premia il miglior film restaurato e il miglior documentario sul cinema, hanno trionfato rispettivamente Ohikkoshi di Shinji Sômai (1993) e Thank You Very Much di Alex Braverman. Premio degli spettatori invece a Micaela Ramazzotti per il suo Felicità.

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