Pino Bicchielli*
Ci sono vicende giudiziarie che, quando si concludono, non lasciano vincitori. Quella di Giovanni Toti è certamente una di queste. L’archiviazione delle accuse più gravi formulate contro l’ex presidente della Liguria restituisce oggi una realtà profondamente diversa da quella rappresentata due anni fa. Ma nessun provvedimento potrà restituirgli il tempo sottratto, la sofferenza degli arresti domiciliari, l’onore ferito e una brillante carriera politica spezzata. Durante quei mesi di arresti domiciliari, nella mia veste di parlamentare della Repubblica, volli andare a trovarlo nella sua casa di Ameglia. Non fu soltanto una visita di solidarietà politica. Sentivo il dovere umano e istituzionale di incontrare un amico, un uomo che, prima ancora di essere un esponente di partito, era il presidente della regione Liguria scelto dai cittadini e si trovava improvvisamente privato della libertà e della possibilità di esercitare il proprio mandato. Conservo un ricordo nitido di quell’incontro. Trovai Giovanni determinato, lucido, pienamente consapevole della gravità di ciò che stava vivendo. Affermava con fermezza la propria innocenza, ma non cercava scorciatoie né si sottraeva al confronto con le accuse. Era lì a studiare le carte, a leggere ogni contestazione, a ricostruire ogni passaggio. Voleva comprendere e difendersi attraverso gli strumenti dello Stato di diritto. Ma ciò che più mi colpì fu l’assenza di qualsiasi parola di odio o di rancore verso i magistrati che lo accusavano. Nessun attacco alle istituzioni, nessun desiderio di vendetta. Persino nel momento più duro seppe conservare rispetto per lo Stato e una misura che oggi conferisce ancora maggiore dignità al suo comportamento. La sua preoccupazione più grande, inoltre, non riguardava se stesso. Mi parlava delle opere in corso in Liguria, dei cantieri che rischiavano di fermarsi, degli investimenti, delle imprese e dei lavoratori. Soffriva pensando a una Regione costretta a rallentare proprio mentre provava a rilanciarsi. Anche agli arresti domiciliari continuava a ragionare da presidente, anteponendo il destino della propria comunità al dramma personale che stava attraversando. Oggi l’impianto accusatorio che aveva descritto la Liguria come una Regione ostaggio del malaffare risulta crollato nelle sue contestazioni più pesanti. Toti non era il capo di un sistema criminale. Era un presidente che governava, assumeva decisioni, cercava investimenti e lavorava per il proprio territorio. E allora una domanda non può essere evitata: chi risponderà di quanto è accaduto? L’autonomia e l’indipendenza della magistratura sono pilastri irrinunciabili della democrazia e costituiscono una garanzia fondamentale per tutti i cittadini. Proprio per questo una funzione tanto delicata deve essere esercitata con equilibrio, rigore, prudenza e responsabilità. Il principio di non colpevolezza fino alla condanna definitiva è scolpito nella nostra Costituzione e non può essere svuotato da processi mediatici, verdetti anticipati o misure cautelari capaci di produrre conseguenze politiche e umane irreversibili. Un’indagine non può diventare una condanna pronunciata davanti all’opinione pubblica. Una misura cautelare non può trasformarsi in una sentenza politica senza appello. Perché quando un’inchiesta determina le dimissioni di un presidente eletto, interrompe un’esperienza amministrativa e modifica il corso democratico di una Regione, non siamo più soltanto di fronte a una vicenda individuale. Siamo di fronte a una ferita istituzionale. Si può archiviare un fascicolo, ma non si possono archiviare oltre ottanta giorni trascorsi agli arresti domiciliari. Non si possono cancellare le dimissioni imposte dalle circostanze, il rapporto interrotto con gli elettori, le opere rallentate e una reputazione esposta per mesi al pubblico disprezzo. Si può riconoscere che una ricostruzione accusatoria non regge, ma non si può riavvolgere la storia. Giovanni Toti merita oggi che gli venga restituita pienamente la sua dignità politica. Non per compassione, ma per giustizia. Ripenso all’uomo che incontrai ad Ameglia: provato, ma non piegato; amareggiato, ma privo di rancore; privato della libertà, ma ancora preoccupato per la sua Liguria. La giustizia deve cercare la verità, non produrre martiri. Perché le accuse possono cadere e i fascicoli possono essere chiusi. Ma il tempo perduto, la fiducia spezzata e la volontà degli elettori cancellata non possono essere restituiti da nessun tribunale.
*Deputato della Repubblica
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