Daines torna a Pechino: i preparativi del nuovo summit Trump-Xi

Si chiama Steve Daines e da qualche tempo è diventato uno dei grandi protagonisti nascosti delle relazioni tra Stati Uniti e Cina. Il fatto che torni a Pechino, come svelato dal South China Morning Post, significa che i preparativi del nuovo summit tra Donald Trump e Xi Jinping sono entrati nella fase decisiva. Il senatore repubblicano del Montana, tra i politici più vicini al presidente americano, è atteso nella capitale cinese per un nuovo ciclo di colloqui riservati destinati a definire agenda e possibili risultati dell’incontro previsto alla Casa Bianca nella seconda metà di settembre. Una missione che arriva mentre Washington e Pechino cercano di tenere aperto il dialogo, mentre allo stesso tempo continuano ad alzare il livello dello scontro tecnologico e commerciale.

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Steve Daines con il ministro degli Esteri cinese Wang Yi a Pechino (Ansa).

La missione del senatore trumpiano in Cina

Negli ultimi mesi, Daines si è ritagliato un ruolo insolito nella relazione tra le due potenze. Non è un negoziatore ufficiale né un membro dell’amministrazione. È però uno dei pochi esponenti del mondo trumpiano che la leadership cinese considera un interlocutore credibile. Conosce il Paese, dove ha lavorato negli Anni 90 per la multinazionale Procter & Gamble, gode della fiducia diretta del presidente e ha costruito un rapporto personale con diversi dirigenti cinesi. A maggio era stato lui ad anticipare la visita di Trump a Pechino, contribuendo a preparare un incontro che aveva consolidato la tregua commerciale. Ora gli viene affidato un passaggio ancora più delicato: verificare quanto delle intese raggiunte negli ultimi mesi possa tradursi in annunci concreti durante il summit di Washington.

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Il senatore repubblicano del Montana, Steve Daines (Ansa).

Il dossier economico per stabilizzare la tregua tariffaria

Il calendario negoziale è fitto. Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent e il vicepremier cinese He Lifeng continuano a gestire il confronto economico: nei giorni scorsi si sono parlati di nuovo per stabilizzare la tregua tariffaria. Sul tavolo c’è anche un pacchetto di scambi da circa 30 miliardi di dollari, concentrato sui comparti più sensibili: terre rare, minerali critici, chip e componenti avanzati. Parallelamente prende forma un confronto sull’intelligenza artificiale, che potrebbe sfociare in un dialogo bilaterale dedicato alla sicurezza e alla governance delle nuove tecnologie. Il dossier economico resta il cuore del negoziato, ma difficilmente il summit potrà evitare i grandi temi strategici: Taiwan, la guerra in Ucraina, il Medio Oriente e la competizione nell’Indo-Pacifico.

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Il segretario del Tesoro, Scott Bessent (Ansa).

Trump e l’idea di un G2 con la Cina

L’avvicinamento all’incontro tra i due leader procede però lungo una traiettoria che, almeno in apparenza, appare contraddittoria. Trump continua a descrivere Xi come un interlocutore indispensabile. Dietro i toni spesso imprevedibili del presidente americano emerge una convinzione costante: le grandi crisi internazionali possono essere affrontate solo attraverso un’intesa tra Washington e Pechino. È una visione che richiama, almeno nella sostanza, l’idea di un direttorio informale tra le due maggiori potenze mondiali. Quasi un G2, come lo ha definito più volte lo stesso tycoon. Xi risponde con un lessico diverso. Da mesi insiste sulla necessità di costruire una «relazione di stabilità strategica costruttiva». Per Pechino significa evitare che la competizione sfugga di mano, mantenere aperti i canali politici e impedire che le divergenze economiche si trasformino in una crisi sistemica.

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L’incontro tra Xi e Trump a Pechino (Ansa).

Le armi negoziali (per ora congelate) di Xi

Le mosse concrete raccontano però un’altra storia. Mentre si prepara il summit, l’amministrazione Trump continua ad ampliare il contenimento tecnologico della Cina. Negli ultimi giorni sono arrivate nuove restrizioni che colpiscono il settore dei robot umanoidi e altri comparti avanzati, in continuità con una strategia che punta a rallentare l’ascesa industriale cinese attraverso controlli alle esportazioni, limitazioni agli investimenti e inserimenti nelle liste nere commerciali. Pechino ha reagito come ormai avviene da mesi. Ha denunciato le nuove misure come una violazione del consenso raggiunto dai due presidenti e ha ribadito la disponibilità a rispondere con nuove ritorsioni qualora Washington continui a utilizzare la tecnologia come strumento di pressione. Sullo sfondo resta la leva più efficace di cui dispone la Cina: il controllo di ampie quote della filiera mondiale delle terre rare e di altri materiali critici indispensabili per l’industria occidentale. La tregua commerciale non ha cancellato questa arma negoziale. L’ha semplicemente congelata.

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Xi Jinping (Ansa).

La nuova grammatica diplomatica di Washington e Pechino

Insomma, la preparazione del summit non coincide con una fase di distensione. Più si avvicina l’incontro tra Xi e Trump, più entrambe le parti cercano di rafforzare la propria posizione negoziale. Washington aumenta la pressione tecnologica per arrivare al tavolo con nuove leve. Pechino preserva la capacità di incidere sulle catene di approvvigionamento globali e continua a calibrare con attenzione le proprie contromisure. Il dialogo serve a evitare una rottura. La competizione serve a negoziare da una posizione di forza. È probabilmente questa la vera novità della relazione tra le due potenze. Per diversi decenni, dialogo e confronto si sono alternati. Oggi procedono insieme. Il summit di Washington sarà costruito proprio su questo equilibrio instabile: cooperare dove conviene, competere ovunque sia possibile. Daines è diventato interprete ed emissario di questa nuova grammatica diplomatica.