Rilancia, strappa, ricuce. Riparte daccapo: rilancia, strappa, ricuce. È americano? È forse il presidente degli Stati Uniti? Ma no, è Giuseppe Conte, che dopo le sue improvvide parole sull’Ucraina, con le quali ha rischiato e rischia tuttora di spaccare il campo largo, è andato a pranzo con Elly Schlein.

Al Pd e al M5s manca una visione del mondo condivisa
Il copione lo conosciamo: attacca, attacca, attacca, secondo le regole di The Apprentice, poi rallenta prima di cadere nel dirupo. C’è però un problema sostanziale: la politica estera per una coalizione non è negoziabile. O si è d’accordo o non si può andare d’accordo. È una precondizione per poter sviluppare un progetto, un programma, persino per poter fare delle primarie e duellare. Perché ci si sfida a partire da una visione del mondo condivisa. Dunque fra sostenere l’Ucraina e non sostenere l’Ucraina c’è tutto un mondo di differenza; una coalizione può esistere e può non esistere. Poi possono arrivare tutti i Dario Franceschini – già teorico della “casa comune” con i cinque stelle – di questo mondo a riportare ordine e disciplina democristiana.

Il problema resta, perché Conte fa del no al sostegno militare all’Ucraina un valore non negoziabile. È la sua operazione politica speciale sul Pd in vista delle future primarie. Magari Kyiv è solo un pretesto per la sfida finale sul campo largo e tornare così a Palazzo Chigi da capo del sinistra-centro. Conte sa di avere un vantaggio rispetto alla settaria Schlein, che è la sua trasversalità. Il leader del M5s sa come modulare il proprio messaggio, d’altronde è uno che ha governato con la Lega e poi con il Pd senza soluzione di continuità. Sa rendersi riconoscibile insomma. Sulla sicurezza dice cose che agitano il Pd, sulla politica estera uguale. Non basterà l’accordo sul salario minimo o sulle liste d’attesa nella sanità per creare le precondizioni di un’alleanza politica alle elezioni del 2027.

Il pranzo di Conte e Schlein ha solo contenuto i danni
Dunque c’è da immaginarsi che il pranzo Conte-Schlein avrà provvisoriamente contenuto i danni ma non sarà stato risolutivo. Conte continuerà a sostenere sull’Ucraina quello che ha detto fin qui, nella consapevolezza di poter spingere l’asticella più in alto senza preoccuparsi troppo delle conseguenze. Il Pd in questi anni d’altronde gli ha concesso quasi tutto. L’ex presidente del Consiglio si muove già da leader della coalizione, anche quando rinfresca i suoi dubbi – che per qualcuno come Chiara Appendino sono certezze – sull’eventualità di una presenza di Matteo Renzi nella coalizione del campo largo. Anche quando distribuisce patenti di pacifismo agli alleati. Anche quando stabilisce le regole del gioco in vista delle primarie: viene prima il programma o la scelta del capo? E via così.

Il progetto viene prima del programma e pure prima delle primarie
Il campo largo in questi anni ha giustamente sottolineato le linee di frattura del destra-centro, l’incompatibilità fra Lega e Forza Italia (sempre su Russia e Ucraina peraltro), ma la coalizione guidata da Giorgia Meloni si è fatta trovare tutto sommato pronta in Parlamento per quattro anni. Solo l’eventuale ingresso di Roberto Vannacci – tutt’altro che scontato – trasformerebbe il destra-centro in una compagine più litigiosa di ora, pronta a dividersi sui valori non negoziabili. Il centrosinistra, per ora all’opposizione, non ha l’onere del governo – che appiana molte incomprensioni – ma potrebbe anche scoprire di non avere un progetto condiviso. Il progetto viene prima del programma, prima anche delle primarie. Insomma, in che cosa crede il centrosinistra, posto che creda in qualcosa?
