Nelle giornate lente della vacanza, quando il tempo distende i suoi ritmi, una passeggiata tra i vicoli arrampicati sul monte Bonadies ci porta a calpestare pietre che grondano memoria. Salerno trasuda storia a ogni angolo, custodendo tra le sue ombre antiche le tracce di donne straordinarie che ne scossero il destino. Raccontarle tutte insieme sarebbe un’impresa impossibile, ma possiamo provare a dissetarne il ricordo una alla volta, come si innaffia un fiore raro. Iniziamo questo cammino con una figura immensa e complessa: la Dux, o come la volle la calunnia dei suoi nemici, l’avvelenatrice. In realtà, Sichelgaita fu semplicemente una donna che aveva compreso prima degli altri i tempi e gli uomini: non una spettatrice inerte nell’ombra, ma la nocchiera del proprio destino, capace di guidare l’ambizione del suo Ulisse e la sorte di un intero principato. Se oggi si entra nel salone di rappresentanza del Palazzo della Provincia di Salerno (Palazzo Sant’Agostino), la si può scorgere evocata nel dipinto dell’artista Giovanni De Mattia: un’immagine fiera che la ritrae mentre siede sul trono, a testimoniare come la memoria collettiva non l’abbia mai dimenticata e continui a celebrarla nei luoghi simbolo delle istituzioni cittadine. Nacque a Salerno intorno al 1036, figlia del principe longobardo Guaimario IV, in un secolo destinato a essere travolto dal cambiamento. I Normanni scendevano dal nord come un fiume in piena e Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo — l’Astuto — cercava non solo terre da conquistare, ma un sangue nobile e una legittimità che nessuna spada avrebbe mai potuto comprare. La trovò in lei. Ripudiata la prima moglie Alberada, madre del piccolo Boemondo, il Guiscardo sposò a Melfi nel 1058 la principessa salernitana. Sichelgaita non fu solo la sposa di quell’unione, ma una delle grandi registe dell’architettura politica dell’epoca: la sua influenza fu determinante anche nell’organizzazione e nel successo dei storici Concili di Melfi, dove la diplomazia normanna intrecciò legami indissolubili con il Papato di Niccolò II. Non fu un’unione d’amore, almeno non all’inizio: fu un patto politico tra un mondo antico che tramontava e un ordine nuovo che sorgeva, suggellato nel corpo di una donna che avrebbe saputo trasformare quella trattativa nel proprio regno. Sichelgaita non restò mai a guardare la storia dalle grate di un palazzo. La ritroviamo a cavallo lungo le strade polverose di Calabria, di Puglia e di Sicilia, al fianco del marito nella conquista di Palermo, strappata agli Arabi in un gennaio di luce del 1072. E poi oltre il mare, in Oriente, contro le insegne di Bisanzio. Quando nel 1081, sotto le mura di Durazzo, le schiere normanne cominciarono a cedere e a voltare le spalle al nemico, fu lei — come testimoniano le cronache e soprattutto la principessa bizantina Anna Comnena nell’Alessiade — a fermare la ritirata. Impugnata la lancia e sguainata una determinazione feroce, rincorse i fuggiaschi e li rimandò in battaglia con un grido che rimase nella leggenda. Da quell’istante nacque il mito dell’amazzone, la donna-guerriera che i Greci, abituati a vedere negli occidentali soltanto rozzi soldati, non seppero raccontare se non come un prodigio o un’anomalia. Eppure, la vera battaglia di Sichelgaita non si combatté sui campi di sangue, ma nella sua Salerno. Quando suo fratello Gisulfo II, ostinato nel non cedere la città al Guiscardo, si trovò stretto d’assedio, Sichelgaita non fu né semplice moglie né soltanto sorella: fu un ponte vivente, una tregua incarnata tra due sangui che si contendevano lo stesso trono, ma con il pensiero perennemente rivolto alla continuità della propria stirpe. Portò cibo e soccorso ai suoi concittadini stremati, cercò fino all’ultimo di addolcire l’orgoglio del fratello e, quando la resa arrivò, si fece garante personale di un accordo che salvasse almeno la dignità dello sconfitto. Alla morte del Guiscardo, avvenuta nel 1085 in Puglia mentre si preparava a una nuova spedizione contro Costantinopoli, la principessa affrontò il suo momento più delicato. Le cronache la descrivono disperata al capezzale del marito, ma il dolore non ottenebrò la sua lucidità politica. Il suo pensiero più freddo e necessario fu garantire che il ducato passasse a suo figlio Ruggero Borsa e non a Boemondo, il primogenito nato da un altro letto. Fu proprio attorno alla rivalità con il figliastro che nacque il secondo mito, speculare e cupo: non più l’amazzone, ma l’avvelenatrice. Una tradizione cronistica ostile la volle accusatrice e mente del lento avvelenamento di Boemondo, la cui vita fu salvata solo dall’accorato intervento del Guiscardo che, appresa la malattia del figlio, che chiede alla moglie di salvargli la vita e porgere il rimedio. Era il prezzo riservato a chi governava con fermezza senza sedersi apertamente sul trono: essere ricordata come un miracolo o come una minaccia, mai semplicemente per ciò che fu — una tessitrice di alleanze, un’architetta di successioni e una protettrice delle arti e della Scuola Medica Salernitana, firmataria di atti ufficiali col titolo, eccezionale per una donna, di Dux. Quando morì nel 1090, si trovava a Montecassino, il venerato monastero a cui era sempre stata legata da profonda devozione, e fu sepolta davanti alla basilica di San Pietro. Aveva scelto lei anche quell’ultimo riposo, così come aveva guidato quasi ogni passo della propria esistenza. Camminando oggi per i vicoli che salgono verso il castello, tra i panni stesi e le pietre consumate dal tempo, è dolce pensare che sotto i nostri piedi c’è l’impronta di una donna che fu, insieme, Penelope e Ulisse: custodia di una casa e di un nome, ma anche timoniera che quel viaggio lo scelse, lo pilotò e lo condusse a riva. Non ci fu bisogno che qualcuno tornasse a salvarla: fu lei, semmai, a salvare la rotta di chi le stava accanto.
MdL Cav. Giovanni Terranova
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