Esiste ancora una maggioranza dopo il ko del governo sulla legge elettorale?

Sguardi sospetti, sorrisi stentati e calcolatrice alla mano. Dopo la bocciatura dell’emendamento sulle preferenze presentato da Fratelli d’Italia, ai meloniani in Transatlantico non resta che fare i conti con i fatti. Nonostante l’intesa di massima raggiunta sulla legge elettorale, nell’oscurità del voto segreto tra le fila di Lega e Forza Italia (ma nel gruppo potrebbe esserci pure qualche meloniano o meloniana), una trentina di parlamentari – 20 o al massimo 25, ha insistito il ministro Luca Ciriani – ha votato contro. I deputati vannacciani, che si sono filmati al momento del voto per fugare ogni dubbio, hanno invece votato a favore. La convergenza tra Fratelli d’Italia e Futuro Nazionale ha trovato riscontro anche giovedì, nella seconda giornata di votazioni alla Camera, con il partito della premier che si è espresso a favore dell’emendamento sulle preferenze presentato dalle truppe del generale, contro cui si sono schierati azzurri e leghisti. A partire da giovedì mattina l’Aula procederà con le votazioni finali sul testo. L’impressione prevalente è che tra i banchi di governo ci sia una maggioranza spaccata come mai prima d’ora, che fatica a ritrovare quell’unità da sempre ostentata e che invece ora lascia spazio a un’insenatura dentro la quale i futuristi potrebbero essere pronti a infilarsi. Ma è davvero così? 

Esiste ancora una maggioranza dopo il ko del governo sulla legge elettorale?
L’esito del voto alla Camera e l’esultanza delle opposizioni (Ansa).

Vannacci non chiude all’alleanza ma vuole dettare la linea

A lanciare l’appello alla premier Meloni affinché invitasse i suoi a votare l’emendamento a prima firma Edoardo Ziello è stato lo stesso Roberto Vannacci. Dal palco allestito a Civitanova Marche, tappa del suo tour di comizi, il generale si è dapprima scagliato contro i cosiddetti «badogliani di centrodestra» che «hanno sparato alle spalle del proprio schieramento con le munizioni fornite dal Partito democratico», per poi tuonare: «Meloni tiri fuori gli attributi e faccia approvare il nostro emendamento con le preferenze senza il capolista bloccato». Sebbene la modifica proposta non sia passata, i voti hanno detto molto sulle spaccature della maggioranza. I deputati di Lega e Forza Italia si sono opposti, contribuendo a far lievitare i voti contrari arrivati a quota 233. A dire sì sono stati 139 parlamentari, tra cui anche esponenti di Fratelli d’Italia e Noi Moderati, con il segretario Maurizio Lupi che però ha precisato: «Resta l’incompatibilità assoluta con Vannacci, ma stavolta si è trattato di una questione di merito». Più cauti dal partito della premier, dove a fare sintesi ha pensato Giovanni Donzelli: «FdI da quando siamo in Parlamento vota qualsiasi cosa riteniamo utile per gli italiani».

Esiste ancora una maggioranza dopo il ko del governo sulla legge elettorale?
Giovanni Donzelli (Imagoeconomica).

Nessuna chiusura diretta, quindi, nei confronti del generale che a sua volta non esclude un’alleanza con le altre forze di maggioranza a patto che si rispettino «i nostri principi, i nostri valori e le nostre linee rosse». Insomma, se entrasse in coalizione, Futuro Nazionale non rinuncerebbe al suo programma – ancora non messo per iscritto – ma punterebbe piuttosto a dettare la linea. Attenzione, infatti, a pensare che il voto sulle preferenze sia stata una concessione o un favoritismo per entrare nelle grazie di Meloni. Su questo il borbottio dei futuristi, intercettato di straforo da Lettera43, è unanime: «Mano tesa? No, vuol dire che la pensiamo allo stesso modo, solo che noi siamo stati più determinati». Più che tendere la mano al governo, allora, pare che i vannacciani vogliano indicargli la rotta che «la vera destra» dovrebbe seguire. In questo senso, l’attacco sferrato da Laura Ravetto è stato esemplificativo: «Futuro Nazionale, anche oggi, vota insieme a FdI. Lega e Forza Italia no. Chi è la vera stampella della sinistra?». 

Il campo largo spinge (a parole) per elezioni anticipate 

I problemi del centrodestra sulla legge elettorale hanno in effetti ringalluzzito gli animi delle opposizioni che, dopo le contestazioni nella piazza di Napoli l’8 luglio e poi l’annullamento dell’appuntamento di Padova, sono tornate alla carica invocando a voce alta le dimissioni del governo. Per la segretaria del Pd Elly Schlein «si è aperta una crisi di governo» dettata da «una sfiducia vera nei confronti di Giorgia Meloni» che «si dovrebbe fermare su questa legge elettorale e si dovrebbe fermare andando a casa e consentendo agli elettori di esprimersi per tornare finalmente ad avere un governo che si occupa dei problemi delle persone». Dello stesso avviso il presidente del M5s Giuseppe Conte per il quale Meloni è «imbullonata a Palazzo Chigi», mentre le opposizioni sono pronte ad accelerare sul programma «anche dalla prossima settimana». Insomma, il campo largo, nonostante non abbia ancora una leadership e nemmeno un programma, si dice pronto ad andare a elezioni anticipate e vuole dimostrarlo: nelle piazze, con le immagini del 14 luglio sera con i leader riuniti per ‘la notte della democrazia’ organizzata da +Europa, ma anche nei palazzi. Mercoledì in un vertice durato mezz’ora tra Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni nel salone Corea di Montecitorio si è trovata l’intesa sull’emendamento per il voto fuorisede, passato all’unanimità e rivendicato come una battaglia del centrosinistra. 

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Elly Schlein (Ansa).

Portare a casa la legge elettorale si complica

Nonostante le insistenze delle opposizioni, la linea della presidente del Consiglio appare chiara: non si va al Quirinale. A dirlo chiaramente è stato Ciriani che ha assicurato: «Non intendiamo concludere la nostra esperienza di governo». Una riflessione, però, si sta facendo. E su più fronti. Anzitutto, l’ipotesi avanzata dal presidente del Senato Ignazio La Russa di poter correggere il voto della Camera sulle preferenze è tutta in fase di valutazione. Il regolamento di Palazzo Madama non prevede voto segreto, motivo per cui, spiega un fedele meloniano a Lettera43, sarebbe da escludere categoricamente il ripetersi di quanto accaduto a Montecitorio, dove invece «col voto segreto c’è chi fa il proprio interesse e non quello di partito». Prima di rimettere sul tavolo il tema delle preferenze e riaprire il dialogo – o sarebbe meglio dire a questo punto lo scontro – con gli alleati, «bisogna capire cosa succede alla Camera e con quale legge si arriva al Senato». Anche perché la caccia ai franchi tiratori (o «vigliacchetti», come li ha definiti Francesco Lollobrigida) nei gruppi di Forza Italia e Lega non è affatto terminata. Dal partito di Salvini, però, non sembrano preoccuparsi troppo. Il deputato Stefano Candiani la prende con ironia: «Franchi tiratori? Se li conoscete presentatemeli».

Esiste ancora una maggioranza dopo il ko del governo sulla legge elettorale?
Giorgia Meloni (Ansa).