I pediatri diventano Arcobaleno

di Peppe Rinaldi

Un medico che manifesti dubbi e perplessità su terapie o medicinali (e.g., i vaccini) rischia di essere censurato o addirittura radiato dall’Ordine, com’è in qualche caso successo. Giusto o sbagliato che sia o sia stato, così è. E al medico che avalli o promuova tic ideologici in spregio delle leggi di base della biologia umana, cosa andrebbe fatto, la tortura? Come stiamo per vedere, ne accadono delle belle in questo mondo, anzi, delle bellissime. Infatti, in ciò che un vituperato ex generale dei parà chiama (e non solo lui) «il mondo al contrario», succede che la prima ipotesi generi isolamento, ostracismo, dileggio; la seconda, invece, riceva gli applausi entusiasti di chi, per imperscrutabili ragioni che soltanto la Storia un giorno potrà, forse, chiarire, vive nella certezza che adeguarsi «ai tempi» o alla cosiddetta «modernità», in questo caso alla sedicente «cultura» Lgbt, significhi far progredire la società, farle fare balzi in avanti (cit.) sul cammino dei diritti, eccetera. E’ il Progresso con la «p» come si deve, assolutamente maiuscola: sempre la stessa storia, a occhio e croce dura da circa tre secoli, un «progresso» e duemila tragedie a seguire.

Non solo “alias”

Non bastava, dunque, la scuola della “Carriera alias”, che, per chi non lo sapesse, è una grande conquista della civiltà consistente nel fatto che lo studente maschio che “si sente” donna, o viceversa, ha il diritto di essere chiamato col nome che s’è scelto – e guai a chiamarlo come nei registri dell’Anagrafe, si rischiano denunce e processi – nonché quello di essere iscritto in un registro ad hoc negli istituti che la riconoscono, non pochi. Non bastavano neppure i programmi ministeriali con contenuti «fluidi» o le incursioni ideologiche nei testi scolastici, sorta di prontuari del borghese piccolo piccolo dei nostri tempi, dove già pure si abbonda di energie rinnovabili, raccolte differenziate, Grete Thundberg varie, bullismo o altre scemenze «inclusive», palestinismi e multi-culturalismi a gogò: e gli effetti sui nostri giovani sono già più che evidenti. L’ultimo e forse più insidioso fronte supera ora, nuovamente, la soglia degli ambulatori medici dopo aver contagiato già altre branche della medicina in un processo corrosivo graduale che ha reso definitiva giustizia alla bontà della legge di Overton. Perfino diocesi e parrocchie, evidentemente poco vigilate e popolate da sacerdoti mondani quasi sempre in jeans e maglietta, in molti casi si sono adeguate mandando in cavalleria i precetti del «libro» grazie al quale dicono di operare. Stavolta il batterio ha attecchito negli studi di pediatria, dove normalmente i genitori portano i figli cercando scienza, diciamo, cioè risposte cliniche e tutela della salute. Da qualche settimana rischiano invece di trovare l’ennesima centrale di indottrinamento. Semplicemente.

 

Si scrive Sap si legge Arcigay e Infotrans

Il caso è scoppiato con la pubblicazione di “Oltre lo sguardo” (nel catechismo progressista c’è sempre un «oltre» da evocare), la guida promossa nientemeno che dai vertici della “Società Italiana di Pediatria” (SIP) insieme alla “Associazione Culturale Pediatri”. Vabbè, penseranno i nostri cinque lettori, se l’hanno fatto i pediatri, che sono prima di tutto medici, la scelta sarà basata su accurati studi scientifici, clinici ed empirici, poi validati dagli organismi istituzionali di vigilanza, insomma dovrebbe essere una cosa seria. Invece? Invece, se gratti la scorza arcobaleno, piano piano viene fuori la solita polpa, peraltro rancida. I pediatri italiani hanno redatto “Oltre lo sguardo” contando su fonti autorevoli, attendibili, disinteressate e neutre come “Arcigay”, “Rete Lens”, “Infotrans” e altre sigle di associazioni di genitori delle cosiddette famiglie arcobaleno. Medici, insomma, che aprono la porta alla militanza sulla pelle dei bambini e, a cascata, di immaturi e sbandati genitori. Il progresso così va. “Oltre lo sguardo” è invece un documento che dietro lo schermo dell’immancabile «accoglienza» o dell’ossessiva «inclusività», introduce surrettiziamente nella pratica medica quotidiana i dogmi della permalosissima e potentissima Chiesa Lgbt. Dopo la scuola, lo spettacolo, i film, lo sport, il mondo della ricreazione in generale e perfino tra ciò che un tempo furono gli scout, è il turno degli ambulatori pediatrici. Per «includere», va da sé.

Bandiere arcobaleno in ambulatorio e bimbi «non binari»

Le linee guida raccomandano ai medici una serie di prescrizioni che poco c’entrano con la bronchiolite, le colichette o la varicella. Ad esempio: bisogna esporre simboli arcobaleno negli studi, eliminare dai moduli le parole naturali e giuridiche di padre e madre, definire i bambini come «agender» o «non binari», promuovere favole che normalizzano la transizione sessuale dei minori oppure il famigerato «utero in affitto», altrimenti detto «gestazione per altri» quando non «gestazione per altri» (per altri?), formule pseudoscientifiche per indicare un vero e proprio traffico di esseri umani attraverso la compravendita di neonati partoriti da donne povere e/o squilibrate, una condotta qualificata in Italia dal parlamento come “reato universale” (punibile, cioè, ovunque sia commesso, in Italia o all’estero), uno dei pochi, veri risultati significativi del corso politico italiano non di sinistra. E’ già qualcosa. Antesignano, promotore, apripista di questa barbarie è infatti stato il noto Nicola Vendola da Terlizzi, detto Niki, ideologo e fondatore di “Sinistra e Libertà” del comunista Fratoianni, un altro che vorrebbe andare al governo con Ella, cioè Elly, insomma con Schlein (cit.), magari in Tesla accompagnato dalla moglie parlamentare. Quindi, non bastavano le già molte «ansie» moderne, ora i «genitori A» e i «genitori B» italiani avranno nuove gatte da pelare quando si troveranno dinanzi alla complicata cura dei figli: nuove analisi da fare, nuove osservazioni, nuovi percorsi, nuovi colloqui, nuovi specialisti, nuovi consulenti, insomma nuovi guai indotti da un rimbambimento collettivo che non si arresta neppure dinanzi ai bambini. In poche parole, un orrore. La biologia e la medicina vengono piegate sull’altare di un’agenda ideologica che punta a neutralizzare l’identità stessa dei bambini fin dalla più tenera età, trasformando lo studio medico in un laboratorio di sperimentazione di ingegneria sociale. Una distopia.

La versione del presidente Rino Agostiniani

La reazione delle famiglie non si è fatta attendere: una petizione popolare promossa dall’associazione Pro Vita & Famiglia (una delle più discriminate, minacciate, perseguitate, maledette e boicottate d’Italia) ha raccolto in pochissimi giorni oltre 30mila adesioni, l’abbrivio di una rivolta di fronte al tentativo di far passare tutto questo nel silenzio. I pediatri arcobaleno millantavano la copertura dell’ISS (Istituto superiore di Sanità) che a dire della Sap avrebbe benedetto l’operazione in un convegno pubblico a settembre in cui lanciare “Oltre lo sguardo”: al momento l’ISS ha smentito e così i promotori della guida Lgbt per bambini hanno dovuto cancellare dal sito il blasonato annuncio. Non si è fatta attendere, come si dice, la replica dei vertici della pediatria italiana. Il presidente della SIP, Rino Agostiniani, di fronte all’indignazione di migliaia di persone, ha liquidato la protesta come “reazione sproporzionata”, difendendo l’opuscolo definito un mero strumento pratico per “accogliere e seguire al meglio i bambini”. Sostituire la verità scientifica ed anatomica con slogan da militanza politico-culturale non aiuta nessuno, se non chi lucra sulla fluidità globale (ne sono eloquente conferma le lamentazioni di questi giorni per le casse vuote delle società organizzatrici dei gay pride nel mondo, a segno di una prosperità finanziaria sinora goduta). Molti pediatri di base, ignari delle manovre dei loro vertici romani, iniziano a manifestare preoccupazioni perché continuano a sostenere una cosa normale e, perciò, irritante: la medicina non può abdicare al proprio ruolo. Punto. Vedremo come e se potranno risolverla internamente alle dinamiche della società dei medici pediatri, non tutti ci stanno. La battaglia si sposterà presto sui tavoli istituzionali, partendo con una prima richiesta di interrogazione parlamentare urgente al Ministro della Salute da parte di qualche deputato o senatore volenteroso: ne esistono ancora, anche se spesso non sembra. La difesa dell’infanzia comincia (anche) da un camice bianco che ha ancora il coraggio di chiamare un padre «padre» e una madre «madre».

 

 

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