No, non è finita. Il 7 luglio l’editore Alfredo Romeo ha sospeso le pubblicazioni de l’Unità, motivando la decisione con il fallimento della trattativa per riportare il quotidiano sotto il controllo del Partito Democratico. In realtà, a quanto filtra dal Nazareno, potrebbe trattarsi solo di una tappa intermedia di una trattativa che, in effetti, facilissima non è. Ma nemmeno naufragata.
Dalla prima crisi ai progetti di rilancio
Il nodo è tutto nella compagine societaria che dovrà gestire il rilancio del giornale fondato nel 1924 da Antonio Gramsci. Romeo vuole un riconoscimento per averlo salvato dalla morte definitiva nel 2023, acquistandolo all’asta per 910 mila euro e quindi impedendo che il suo centenario si trasformasse in un mesto ricordo del caro estinto. I problemi de l’Unità sono di antica data. Nel 1997 sono entrati a far parte della compagine gli imprenditori Alfio Marchini e Giampaolo Angelucci, quest’ultimo oggi editore di Libero, il Giornale e Il Tempo. La débâcle dei giornali, non solo di partito, era già ben avviata e nel 2000 c’è stata la prima sospensione delle pubblicazioni. Fu un vero e proprio trauma per l’intellighenzia progressista, che si mobilitò attraverso una cordata guidata dall’editore Alessandro Dalai: nel 2001 il giornale è tornato in edicola, affidato alla direzione di Furio Colombo.

Da Soru a Romeo
Nel 2008 lo ha acquistato Renato Soru, patron di Tiscali e poi presidente della Regione Sardegna ed europarlamentare. Su consiglio di Walter Veltroni, Soru ha affidato la direzione a Concita De Gregorio. I conti continuavano però a essere più rossi della testata e la non condivisione del piano di risanamento ha portato a una nuova sospensione nell’agosto 2014. L’anno successivo, sotto la segreteria di Matteo Renzi, l’ennesimo tentativo di rilancio è stato affidato a una compagine della quale la fondazione Eyu, legata al Pd, controllava il 20 per cento, mentre l’80 per cento era nelle mani della Piesse, società editoriale nata in seno alla Pessina Costruzioni di Massimo Pessina, proprio per acquisire il controllo dello storico foglio d’informazione. Non a caso, Piesse apparteneva per il 40 per cento allo stesso Pessina e per il restante 60 per cento a Guido Stefanelli, ad della società di costruzioni con una specializzazione nel risanamento di aziende in difficoltà. Nel caso specifico, l’operazione non è riuscita alla perfezione: nel giugno 2017 l’Unità è sparita per l’ennesima volta dalle edicole, avviando una procedura fallimentare terminata solo nel 2023 con l’avvento di Romeo, imprenditore attivo nei settori Real Estate, Property Management, hotellerie di lusso e servizi urbani infrastrutturali. Operazione peraltro non esente da polemiche, vista l’esclusione di un’ampia parte dei giornalisti che facevano parte della redazione. Fin da allora, però, Romeo prospettava il ritorno della testata nell’alveo del Pd come traguardo naturale della sua iniziativa imprenditoriale.

La trattativa in corso
Nel progetto di Romeo, però, c’è la permanenza nella cabina di comando del giornale, seppure con un ruolo minoritario. L’imprenditore è pronto a cedere il 90 per cento de l’Unità al Pd a «un prezzo meramente simbolico», mantenendo però nelle proprie mani il residuo 10 per cento. L’idea non convince affatto i vertici dem, che vorrebbero segnare una netta discontinuità rispetto alla soluzione adottata in epoca renziana. Per un partito politico che ambisce a conquistare il governo del Paese, entrare in affari con un imprenditore privato non è considerata una buonissima idea e questo a prescindere da Romeo e dai suoi coinvolgimenti professionali con il settore pubblico: varrebbe per chiunque. Per convincerlo a cambiare idea, il Pd ha messo sul tavolo un’offerta importante: circa un milione di euro, ben più sostanziosa di quanto speso per l’acquisto all’asta e ancora più rilevante se consideriamo lo stato di salute del mercato editoriale. Romeo per ora non cede e lo stop delle pubblicazioni è un netto segnale della sua determinazione in tal senso. Vedremo se sarà anche un ultimatum.

La svolta progettata da Elly Schlein
A quanto Lettera43 può rivelare, il Pd sta pensando a un piano-B molto diffuso in editoria (e non solo): la formula del rent-to-buy, ovvero l’acquisto finalizzato al successivo passaggio di proprietà. Questo consentirebbe a Romeo di ottenere il suo riconoscimento come proprietario effettivo della rinata Unità, ma col controllo operativo interamente in mano alla struttura che il Pd intende formare ad hoc, mettendosi al riparo da qualunque interpretazione maliziosa. Dopo un periodo di transizione di alcuni anni (circa otto, si mormora), ci sarebbe il passaggio di proprietà definitivo, con il ritorno della testata nella sua casa naturale, il Nazareno.

Il Pd vuole fare l’editore, ma puro
Il dossier è nelle mani di Michele Fina, giovane senatore e tesoriere dei dem. È lui a descrivere la situazione come «il mondo alla rovescia», perché ormai da 30 anni i giornali cercano imprenditori disposti a sostenerli – e faticano a trovarli – mentre nel caso specifico il partito vuole andare avanti con le proprie gambe, configurandosi come editore «puro» in un mercato dove la quasi totalità dei player ha invece altri core-business. L’obiettivo del Pd non è certo realizzare margini economici. L’investimento iniziale è importante, ma la gestione sarà necessariamente affidata ai pochi dipendenti rimasti in redazione (circa sei), rafforzati da molti collaboratori. Sono previsti anche successivi interventi di sostegno al ritorno in auge della testata, nel contesto di un piano economico che punta al pareggio.

Si punta a chiudere l’operazione prima delle Politiche
Il vero scopo dell’operazione è, ovviamente, identitario. Le vicissitudini del proprio giornale di riferimento hanno rappresentato una ferita per l’elettorato storico del partito, che in questo periodo dell’anno si raduna nelle varie feste che ancora si chiamano dell’Unità, nonostante tutto. Il progetto editoriale non è ancora definito e quindi è molto presto per capire chi erediterà la direzione oggi affidata a Piero Sansonetti. Ma da qui alle elezioni politiche del 2027, salvo che non vengano anticipate, si punta a chiudere l’operazione sul piano formale, così da affrontare la difficile sfida a Giorgia Meloni con l’ausilio della storica testata. Fondata da Antonio Gramsci e (auspicabilmente) resuscitata da Elly Schlein. L’importanza politica di questa sfida è ben sottolineata dall’appello rivolto sia a Romeo che al Pd affinché la trattativa vada a buon fine, un’iniziativa firmata, tra gli altri, da Dacia Maraini, Gad Lerner, Nadia Urbinati, Anna Foa, Fausto Bertinotti, Moni Ovadia, Ivano Fossati ed Edith Bruck, scrittrice sopravvissuta ad Auschwitz. Un sogno collettivo di una sinistra orgogliosa delle proprie radici.

