Di Andrea Orza
Nella suggestiva cornice della Tenuta “La Valle delle Najadi”, a Vietri Marina, abbiamo partecipato a una sessione di Sound Escape guidata da Isabella Caliendo, musicoterapeuta specializzata, musicista, formatrice e coach. Attraverso suoni, strumenti, profumi e richiami alla natura, l’esperienza ha coinvolto corpo e mente in un percorso immersivo di rilassamento e ascolto interiore. Al termine dell’incontro, abbiamo chiesto a Isabella di raccontarci come nasce una sessione di questo tipo e quale valore possa avere per chi vi partecipa.
Durante una sessione di Sound Escape tutti ascoltano gli stessi suoni. Perché, allora, le sensazioni possono essere così differenti?
“La percezione del suono è sempre molto personale. In musicoterapia si studia proprio il fatto che ogni individuo possieda una propria identità sonora, legata alla sua storia, alle esperienze vissute e alla sua identità esistenziale. Alcuni suoni possono avere una dimensione universale, ma il modo in cui vengono recepiti dipende dalla vita personale di chi li ascolta. Lo stesso suono può quindi evocare tranquillità in una persona e far emergere immagini, ricordi o emozioni completamente diverse in un’altra.”
Quali strumenti sono stati utilizzati durante l’esperienza?
“C’erano la tastiera e la voce umana, ma anche l’ocean drum, il cosiddetto tamburo dell’oceano, capace di riprodurre la sensazione del mare, della sabbia, dei sassolini mossi dall’acqua e della freschezza del vento marino.
È stato utilizzato anche il bastone della pioggia, che richiama il suono delle gocce mentre cadono, insieme al tamburo armonico, uno strumento che lavora sulle armonie.
Erano presenti, inoltre, il tamburo sciamanico che utilizzo molto raramente, ma che ho scelto di inserire in questa occasione. Le campane tibetane, numerosi sonagli, timpani e altri strumenti capaci di evocare il vento, il soffio, il verso della rana e il canto degli uccelli.
È stato creato un vero e proprio intreccio sonoro, composto da strumenti differenti ma accomunati dal richiamo alla natura.”
Perché i suoni della natura hanno avuto un ruolo così importante?
“Il rapporto con la natura era uno degli elementi centrali dell’esperienza. I suoni del mare, della pioggia, del vento e degli animali possono facilitare una sensazione di contatto con qualcosa di originario e familiare. Non si trattava semplicemente di riprodurre dei rumori naturali, ma di creare un ambiente nel quale la persona potesse sentirsi immersa, protetta e libera di lasciarsi attraversare dalle sensazioni.”
Quanto ha influito il fatto che la sessione si svolgesse all’interno di una grotta?
“La grotta è stata un elemento fondamentale. Ci trovavamo in un ambiente caratterizzato da una risonanza acustica particolarmente intensa e da un naturale effetto di riverbero.
I suoni si propagavano nello spazio nella maniera che avevo previsto, arrivando in modo chiaro a tutti i partecipanti. La conformazione della grotta permetteva alle vibrazioni di avvolgere le persone, amplificando la dimensione immersiva dell’esperienza. Il luogo, quindi, non era semplicemente uno scenario, ma diventava parte integrante della sessione.”
Come è iniziato il percorso di rilassamento?
“All’inizio è stata utilizzata una musica di sottofondo che aveva la funzione di creare una sorta di tappeto sonoro. Serviva ad accompagnare gradualmente le persone verso il rilassamento.
Uno dei primi obiettivi era rilassare il corpo e alleggerire la mente. Abbiamo lavorato attraverso la respirazione profonda, l’ascolto e alcune tecniche finalizzate a lasciare andare, almeno temporaneamente, i pensieri legati alla quotidianità.
Le persone vengono guidate con gradualità, senza forzature, verso una maggiore consapevolezza del proprio corpo e delle proprie sensazioni.”
Durante la sessione non sono stati coinvolti soltanto l’udito e la musica. Perché?
“L’esperienza è stata volutamente multisensoriale. Verso la fine, per esempio, ho fatto passare sulle caviglie dei partecipanti un foulard dotato di piccoli sonagli. In quel momento lo strumento non produceva soltanto un suono nello spazio, ma diventava qualcosa che “suonava addosso” alle persone. Abbiamo coinvolto anche l’olfatto attraverso le candele e profumazioni come la citronella e la lavanda, scelte per accompagnare ulteriormente il rilassamento. Il suono, il contatto, il profumo e lo spazio circostante hanno lavorato insieme, creando un’esperienza che non riguardava soltanto l’ascolto, ma l’intero corpo.”
Il Sound Escape deve essere considerato soltanto un’esperienza di benessere?
“Non si tratta semplicemente di stare bene in quel momento, né di vivere un’esperienza rilassante paragonabile a un trattamento in una spa, anche se naturalmente possiede anche questa valenza.
Alla base esiste una precisa azione terapeutica. La persona viene accompagnata nell’ascolto e nella gestione dei propri sentimenti, nella consapevolezza del peso della quotidianità e nel tentativo di alleggerire i pensieri attraverso la respirazione profonda e le altre tecniche utilizzate.”
Anche chi partecipa una sola volta può portare con sé qualcosa dell’esperienza. Quello che accade durante la sessione non termina necessariamente nel momento in cui finiscono i suoni: può lasciare una traccia interiore, una sensazione o una nuova forma di consapevolezza.”
Quanto conta la preparazione professionale di chi conduce una sessione?
“Conta moltissimo. Nel mio caso, il lavoro nasce dall’incontro tra diverse competenze: sono una musicista professionista, una musicoterapeuta specializzata, una terapeuta, una formatrice e una coach.Questa preparazione mi permette di lavorare contemporaneamente su più livelli, da quello musicale e sensoriale a quello emotivo e terapeutico. Gli strumenti non vengono scelti soltanto perché producono un bel suono, ma in funzione del percorso che si desidera costruire e delle reazioni che possono favorire.”
Il suo lavoro comprende anche altre forme di arteterapia?
“Sì. Mi occupo anche delle cosiddette arti terapie sorelle della musicoterapia, come la danzamovimentoterapia, la teatro-drammaterapia e l’arteterapia plastico-pittorica.
Conduco inoltre laboratori basati sulle tecniche di fiabazione e sulla costruzione di storie. Lavoro sia con gli adulti sia con i bambini, con persone neurotipiche e con persone con disabilità.
Si tratta quindi di un campo d’azione molto ampio, nel quale le diverse forme artistiche diventano strumenti attraverso cui esprimersi, entrare in contatto con le emozioni e sviluppare una maggiore consapevolezza di sé.”
Che cosa rimane, alla fine, di un’esperienza come questa?
Rimane qualcosa di profondamente personale. Per qualcuno può essere una sensazione di leggerezza, per qualcun altro un’immagine, un ricordo, un’emozione o semplicemente un momento di silenzio interiore. Proprio perché ogni persona possiede una propria identità sonora ed esperienziale, non esiste una reazione corretta o uguale per tutti. Il valore dell’esperienza sta anche nella possibilità di ascoltare ciò che emerge, senza giudicarlo.
E raccontarlo agli altri significa continuare a farlo risuonare.”
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