Nicola Russomando
All’Angelus del 31 maggio scorso, solennità della SS. Trinità, papa Leone ha commentato un passo famosissimo del capitolo terzo del Vangelo di Giovanni, il colloquio notturno tra Gesù e Nicodemo. Al centro del confronto il tema della salvezza. Il versetto 16 letteralmente dice: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna». Poi il papa ha voluto evidenziare il successivo versetto 17: «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui». Non ha però commentato il successivo versetto 18, pur presente nella liturgia del giorno, che afferma, perentoriamente,: «Chi crede in me si salva, chi non crede in me è stato già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell’Unigenito Figlio di Dio». E’ da notare che nel testo greco ricorre la forma del perfetto, tempo verbale che rimarca l’idea della compiutezza e della definitività del giudizio. A prima vista potrebbe sembrare un’omissione poco significativa, se non fosse che su questa questione si dibatte da tempo nella Chiesa cattolica, almeno dal concilio Vaticano II: la salvezza opera esclusivamente attraverso la fede in Gesù Cristo o esistono altre vie per conseguire lo stesso risultato? Del resto, anche la teologia tradizionale ha sempre riconosciuto elementi di salvezza al di fuori del cattolicesimo, ispirati dai “semina Verbi” per i quali anche in religioni diverse si possono trovare elementi naturali utili alla salvezza. Una posizione questa concepita tuttavia come eccezione, non come regola. Che lo scivolamento verso la regola sia presente nella teologia contemporanea è dimostrato da una presa di posizione dello stesso Vaticano risalente al 2000 con la dichiarazione della Congregazione per la dottrina della fede “Dominus Jesus”. Il documento che porta la firma di Joseph Ratzinger “ex Audientia SS.mi”, cioè con l’approvazione diretta del Papa, fu oggetto di aspre contestazioni al punto da richiedere un intervento di Giovanni Paolo II in sua difesa e in un pubblico Angelus. La Dominus Jesus «circa l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa» affermava solennemente quanto evidenziato dai versetti di Giovanni: la salvezza attraverso la fede in Gesù Cristo. Ha rappresentato una tappa fondamentale di quella battaglia contro il relativismo, specie teologico, condotta da Ratzinger prima da prefetto della Dottrina della fede, poi da papa. È stata la riaffermazione del principio classico “extra ecclesiam nulla salus”, pur mitigato dal dialogo interreligioso introdotto dal concilio. Tuttavia, come sottolinea Dominus Jesus, «La parità, che è presupposto del dialogo, si riferisce alla pari dignità personale delle parti, non ai contenuti dottrinali né tanto meno a Gesù Cristo». Si è replicato che questa sia una posizione ispirata ad assolutezza, così contraria allo spirito della società contemporanea che fa del dialogo lo strumento principe delle relazioni anche tra fedi diverse in vista del superamento delle contrapposizioni. Di fatto, a voler considerare tutte le fedi religiose su un piano paritario, semmai in nome di “un unico Dio”, si finisce per svuotare la propria fede del carattere di assoluto che ne deve giustificare la professione.L’Angelus di papa Leone non ha certo inteso indebolire questa posizione, sposando tesi relativistiche. Tuttavia, l’omissione del versetto 18, che allude esplicitamente al giudizio di condanna per chi non crede in Gesù, è tipica di chi privilegia la misericordia sulla giustizia e sul giudizio. Eppure, il giudizio resta necessario nella storia per stabilire l’entità delle azioni umane. Il giudizio avviene sotto il principio della responsabilità per cui non si oppone ad un desiderio universale di salvezza. Integra piuttosto un concetto di riequilibrio in nome del quale la giustizia e la grazia «devono essere viste nel loro giusto collegamento interiore. La grazia non esclude la giustizia. Non cambia il torto in diritto. Non è una spugna che cancella tutto così che quanto s’è fatto sulla terra finisca per avere sempre lo stesso valore». Lo ha scritto Benedetto XVI nell’enciclica “Spe salvi” nell’ultimo capitolo titolato, non a caso, «Il Giudizio come luogo di apprendimento e di esercizio della speranza».
L'articolo Leone XIV e quel giudizio necessario della storia proviene da Le Cronache.
