“Sirat”, nella cultura islamica, significa ponte, passaggio, transito da esperire nel giorno del giudizio, per attraversare l’inferno, e seguire poi il cammino verso il paradiso. Ironia vuole che il titolo del film ora nelle sale, Sirat, “cammino”, richiami quello di Checco Zalone e Gennaro Nunziante, Buen Camino, come a dire che gli artisti fiutino certo l’aria del tempo, e assumano nel concetto di “passaggio”, il senso di ciò che oggi riguarda tutti noi. In attesa dell’Odissea omerica di Christopher Nolan (uscita prevista il 16 luglio), qui si narra di un’ulteriore odissea, tra il deserto marocchino e le alture dell’Atlante, dove un drappello di diseredati si muove alla ricerca di una ragazza scomparsa, sulle orme dell’esperienza nomade dei rave party, con una guerra invisibile che incombe all’intorno.
L’inizio del film rimanda esplicitamente alla figura dell’odissea, quella di Kubrick, attraverso l’insistita mostra delle casse acustiche a diffondere i suoni del rave, un enorme parallelepipedo, chiara allusione al monolite nero di 2001: Odissea nello spazio, figura archetipica della soglia, passaggio e cammino della civiltà umana verso un futuro denso ed enigmatico.
Pulsazioni di un ossessivo battito cardiaco
Come infatti ha sottolineato Ariane Allard sulla rivista Positif, nel settembre del 2025, dalle casse si dipana la soglia acustica della tekno music che attraversa tutto il film. Grazie alla splendida fotografia di Mauro Herce, la musica si rende visibile all’occhio dello spettatore, tanto che le vibrazioni sonore paiono diffondersi lungo le tinte infuocate, centrifughe, del deserto e quelle rapprese, centripete, delle montagne: pulsazioni di un ossessivo battito cardiaco che sigla la spasmodica ricerca della ragazza scomparsa, lungo un sentiero, un cammino, un passaggio qualsiasi. Colonna sonora firmata da David Letelier, in arte Kangding Ray, dj e anche produttore francese del film.
È evidente che il film è di quelli che vale per ciò che mostra ed evoca, piuttosto che per quello che pronuncia e racconta. Il regista Oliver Laxe, di origini franco galiziane ma apolide per vocazione, infatti dichiara: «Non lavoro su una drammaturgia classica, sulla psicologia dei personaggi, ma in termini di energia. Amo infatti il cinema americano degli Anni 70, perché è un cinema strettamente connesso alla propria epoca». Sirat, così, vuole essere un piccolo grande film sulla propria epoca, un Apocalypse Now senza il Vietnam, la guerra delle guerre, e senza Kurtz, l’occidentale impazzito che regna terribile nella giungla.
Una dimensione di entropia universale
Se si scambia il rock con la musica tekno, allora l’energia non si concentra nel napalm, ma si diffonde lungo il deserto e le rocce senza alludere a nessun macro evento che faccia da catalizzatore, come potrebbe ancora accadere con l’irruzione apocalittica. Una dimensione di entropia universale, piuttosto, in cui l’energia si disperde, producendo qualche esplosione ogni tanto, perché la guerra c’è ma forse non c’è, oppure sembra che in qualche modo ci sia, pur in assenza di amari cuori di tenebra, lugubri nemici selvaggi, o raffinati europei preda della follia.

Sirat è un film sulla propria epoca, con un drappello di diseredati alla ricerca della ragazza scomparsa, quasi tutti attori non professionisti: né avanguardia, né retroguardia dell’umanità, sembra che Sirat abbia smarrito ogni unità di misura e ogni punto di riferimento storico epocale. Resta la musica, soglia di un perenne attraversamento dove tutti gli orizzonti sono uguali.
«Alcuni tornano a vedere il film una seconda volta, una terza…»
Dice, ancora, il regista: «Mi accusano di nichilismo, ma non è vero. Dovrei allora parlarvi del significato del foulard in determinate culture. Ci sono per esempio quelli che arrotolano intorno alla testa un foulard fatto del tessuto nel quale desiderano essere avvolti al momento di morire. È come se in questo modo meditassero per l’intera giornata sul tema della morte. Mi sono detto che il film, Sirat, avrebbe dovuto essere il mio foulard, per invitare lo spettatore a questo cerimoniale, o rituale, di morte, allo scopo però di mantenere attiva la connessione con la vita. È difficile questo, in un mondo come il nostro, integralmente secolarizzato. Dei miei amici psicanalisti, in Spagna, mi dicono che i loro pazienti non fanno che parlare di Sirat. Mi segnalano inoltre che alcuni tornano a vedere il film una seconda volta, una terza, per abbandonarsi integralmente all’esperienza visivo-sonora. Si tratta di un film-esperienza, e la gente ha davvero voglia di viaggiare».

Il vero bersaglio non sono gli occhi, e nemmeno le orecchie…
Dichiarazioni abbastanza esplicite. Nel cinema degli Anni 70, da 2001: Odissea nello spazio (ma anche il Satyricon di Federico Fellini) fino ad Apocalypse Now, la cultura post-sessantotto si diffonde su scala industriale, con il suo carico di energia finalizzata a far vibrare capillarmente lo spettatore. Il vero bersaglio non sono però gli occhi, e nemmeno le orecchie, ma la mente di ogni singolo componente della massa di pubblico. I film degli Anni 70 risultano così experience-movie, dispositivi di transito attraverso stati d’animo e mentali, subito codificati da Hollywood in un genere preciso, quello dei racconti legati agli eroi della favola, super o ordinari che siano, grazie alle spinte astute di George Lucas (Star Wars) e Steven Spielberg (Incontri ravvicinati del terzo tipo, E.T.).
Un film per tutti, che unisce cinema d’autore e cinema popolare
Sirat tenta di essere l’erede di questo cinema qui, assolutamente per tutti, come precisa ancora il regista: «Ho concepito il film con l’intenzione di avvicinare un pubblico trasversale, abbattendo così la distinzione fra cinema d’autore e cinema popolare. Un film di avventure che siano avventure nel senso fisico del termine, ma al tempo stesso avventure metafisiche e interiori». Esattamente come farebbe Hollywood, e come effettivamente fa, d’altronde, l’ultimo erede del filone dell’experience-movie, ossia Christopher Nolan.

Solo 3 milioni e mezzo di euro di budget
A differenza dei grandi investimenti hollywoodiani, però, Oliver Laxe ci prova con 3 milioni e mezzo di euro di budget, che per lui sono tantissimi, mentre per Inception o Oppenheimer sarebbero quasi nulla. Soldi in parte spesi anche per la pellicola, perché Sirat è stato girato con la vecchia cara pellicola, nel formato agile e leggero del 16mm: «Questione di chimica», precisa il regista. «Il modo che ha l’immagine in pellicola di penetrare il corpo umano è più forte dell’immagine in digitale. Non amo i pixel. L’energia deve passare attraverso il nitrato d’argento della pellicola. Sirat è un film esoterico».
I personaggi in viaggio possono saltare in aria senza motivo
La colossalità hollywoodiana si disperde così in una sorta di Lawrence d’Arabia senza Lawrence. Viaggio sonoro dalle visioni folgoranti, Sirat si addentra in un paesaggio non-luogo, dove l’ambizione è realizzare l’allegoria compiuta del nostro tempo, ossia la guerra stile XXI secolo dei software e dei droni. Guerra invisibile, impalpabile, persino vuota. I personaggi in viaggio possono saltare in aria senza motivo e senza preavviso, in mancanza del nemico che incombe, allegoria del morire come si può morire oggi. La battaglia in corso, quindi, sarebbe l’energia buona – la musica tekno e il rave party – contro l’energia cattiva, la guerra senza esercito nemico in vista.

Non troppo diversamente il Paul Thomas Anderson di Una battaglia dopo l’altra, in cui la rivoluzione sembra davvero uno stato della mente, più che un progetto politico preciso. In Sirat si va oltre, verso una guerra che è anche non-guerra, integralmente immateriale, al di là di ogni ordigno o apparecchiatura, in modo che sia possibile saltare in aria e basta, senza quando o perché, quasi fosse l’aria stessa all’intorno a prender fuoco ed esplodere. L’inferno, appunto.
Il deserto di Sirat è l’antitesi del pianeta Pandora di Avatar
Apocalisse ora senza Apocalypse Now. Aria e terra che bruciano, e basta. Una guerra invisibile, forse tutta e soltanto mentale, che tuttavia spezza e dilania. Verrebbe da dire che il deserto di Sirat sia l’antitesi del pianeta Pandora di Avatar: quello il luogo dell’anima, questo il non-luogo della mente. Tuttavia simili, perché entrambi diffusori di energia, stazioni di passaggio delle vibrazioni, smistamento di cariche nervose, condensatori di realtà immateriali. Eredità della cultura psichedelica degli Anni 60/70, adesso ripensata non più in chiave di espansione illimitata della mente, ma di sua nomadica cocciuta ricomposizione.
Individui come anime eternamente vaganti
La mente, oggi, come nomadismo calibrato dell’energia, entropia apolide senza confini, al di là di tutto e tutti, siano gli immigrati, gli emigrati, o i mai migrati, distinzioni che ormai non distinguono più. Individui come anime eternamente vaganti, in perpetua vibrazione tekno, mentre il mondo all’intorno ogni tanto esplode, non si sa infine se per qualche conflitto locale, la fine del mondo nucleare, un vulcano riemerso, o meteoriti vaganti che improvvisamente precipitano. L’allegoria è potente, il film un’esperienza a tutti gli effetti, il regista un guru ispirato con la macchina da presa zeppa di pellicola. Fossero tornati, rivisitati e corretti, gli Anni 70? Checco Zalone incluso.
