di Rossella Taverni
Quando una donna viene uccisa dopo aver denunciato, la domanda arriva sempre dopo. Dove ha sbagliato lo Stato? Perché non è stata protetta? Quali segnali sono stati ignorati? Più raramente ci chiediamo cosa sia accaduto prima. Quanto tempo abbia impiegato quella violenza a costruirsi. Quanto sia difficile riconoscerla, denunciarla e soprattutto uscirne. La verità è che il femminicidio non comincia con un omicidio. Comincia molto prima. Comincia nel controllo scambiato per amore, nell’isolamento, nella dipendenza economica, nella paura, nelle giustificazioni che una società continua troppo spesso a concedere all’autore della violenza anziché alla vittima. Per comprendere cosa accade prima che la cronaca prenda il sopravvento, abbiamo raccolto le testimonianze e le riflessioni delle professioniste de La Crisalide in Rete A.P.S., attraverso la presidente Roberta Bolettieri, che ogni giorno accompagnano donne vittime di violenza nei percorsi di protezione, autonomia e rinascita. Ne emerge un racconto che va oltre i numeri e oltre le sentenze. Un racconto che parla di responsabilità, prevenzione e libertà. “Il primo passo è non restare sola. Rivolgersi immediatamente a un Centro Antiviolenza riconosciuto, come quelli gestiti da La Crisalide in Rete A.P.S., significa accedere a un luogo sicuro dove la donna viene ascoltata, creduta e accompagnata da professioniste specializzate. La legge italiana oggi offre strumenti importanti: l’allontanamento d’urgenza dell’autore di violenza, le misure cautelari, il Codice Rosso, l’ammonimento del Questore, l’accesso ai percorsi di protezione e alle Case Rifugio. Ma nessuna norma è efficace senza una rete territoriale capace di attivarsi in tempi rapidi. La tutela diventa reale quando la protezione prevista dalla legge riesce a tradursi in interventi concreti e tempestivi”, ha dichiarato la presidente Bolettieri. Ad analizzare le difficoltà giudiziarie è l’avvocato Giuseppina Caliendo, Avvocata Penalista A.P.S. La Crisalide in Rete. “Dimostrare la violenza psicologica è complesso perché si tratta di condotte pervasive, quotidiane, spesso normalizzate dalla vittima. Tuttavia, oggi la giurisprudenza riconosce pienamente il danno psicologico, soprattutto quando supportato da: testimonianze coerenti; documentazione sanitaria; messaggi, email, registrazioni; relazioni dei Centri Antiviolenza. Le donne che intraprendono un percorso di supporto specializzato arrivano spesso al procedimento con un corredo probatorio più solido, grazie all’accompagnamento di professioniste che conoscono i meccanismi della violenza e sanno come documentarli”, ha detto. La dottoressa Irene Caravano, sociologa de La Crisalide ha invece acceso i riflettori sui fattori che spingono le donne a non denunciare o a farlo solo anni dopo: “La violenza si insinua nella quotidianità, si traveste da normalità e, nel tempo, erode autostima, libertà e capacità di riconoscere il pericolo. È un processo graduale, fatto di svalutazione, isolamento e dipendenze emotive ed economiche, che altera profondamente la percezione di sé e del rapporto. In questo contesto, denunciare non è un gesto immediato: richiede consapevolezza, forza e soprattutto alternative concrete. Non è mancanza di volontà: è l’effetto di un sistema di controllo che si costruisce nel tempo. Tutto può cambiare quando una donna trova un luogo che la accoglie senza giudizio, che le restituisce dignità e strumenti concreti. In quel momento, la denuncia non appare più come un salto nel vuoto, ma come un atto individuale che attiva subito una rete di protezione”. L’avvocato Francesca Carpinelli, coordinatrice del Centro Antiviolenza “Febe” e “Donne Mai Sole” A.P.S. La Crisalide in Rete ha invece analizzato la relazione violenta e la difficoltà ad uscire da un rapporto malato: “La dipendenza economica è uno dei principali fattori che intrappolano le donne nella violenza. La paura delle ritorsioni, della perdita della casa, del futuro dei figli, paralizza. La violenza genera legami complessi, fatti di controllo, dipendenza emotiva ed economica. Per questo molte donne vivono la separazione in modi diversi: alcune come un atto liberatorio, altre come un passaggio carico di paura, altre ancora oscillano tra determinazione e timore. Ciò che possiamo affermare con certezza è che la separazione rappresenta un punto di svolta. Quando l’uomo percepisce di perdere il controllo, il rischio di escalation aumenta. Nelle nostre Case Rifugio lavoriamo proprio per aiutare le donne a costruire un percorso di autonomia, accompagnandole verso opportunità lavorative, formative e abitative e supportandole nell’accesso alle misure di sostegno economico e ai servizi previsti per la loro condizione. Per questo è fondamentale che ogni donna possa affrontare questa fase con un piano di sicurezza personalizzato, un accompagnamento costante e una rete di protezione attiva. La libertà non è solo uscire dalla violenza: è poter restare fuori, con strumenti concreti, diritti attivati e un progetto di vita sostenibile”. Il codice rosso. “Il Codice Rosso ha rappresentato un passaggio importante perché ha accelerato l’intervento dell’autorità giudiziaria e rafforzato la tutela delle vittime. Tuttavia, la qualità di una legge si misura nella sua applicazione concreta. Permangono differenze territoriali, carenze di organico e difficoltà operative che possono rallentare la risposta istituzionale. La normativa ha certamente migliorato il sistema, ma esiste ancora una distanza tra gli strumenti previsti sulla carta e la loro effettiva capacità di garantire una protezione immediata e uniforme. La tempestività è essenziale nei procedimenti per violenza di genere e ogni ritardo può incidere sulla sicurezza della persona offesa. Accanto alla risposta giudiziaria, occorre garantire un accompagnamento costante attraverso professionisti specializzati, servizi sociali e centri antiviolenza. La rapidità processuale è fondamentale, ma da sola non basta”, ha dichiarato l’avvocato penalista Giuseppina Caliendo. Le falle del sistema italiano. “Per rendere quel sistema davvero efficace, la formazione specialistica dovrebbe essere obbligatoria per tutti gli attori coinvolti: Forze dell’Ordine, magistratura, servizi sociali e sanitari. La violenza di genere è un fenomeno complesso e senza competenze specifiche il rischio di sottovalutazione è altissimo. Quando chi accoglie è formato, la differenza è immediata”, ha dichiarato Teresa Abate, Coordinatrice della Casa Rifugio “La Crisalide”. Sulla stessa linea anche la presidente Bolettieri: “L’Italia interviene ancora troppo tardi. La protezione reale nasce dalla prevenzione, dall’educazione, dalla formazione obbligatoria e dalla presenza capillare dei Centri Antiviolenza. La protezione non è un atto, è un sistema – La violenza non è un’emergenza, ma una struttura sociale radicata, che continua a riprodursi attraverso modelli culturali che legittimano controllo, disparità e svalutazione delle donne. Non parliamo di episodi isolati, ma di un sistema che attraversa generazioni, territori e contesti sociali. La verità è che la violenza si può prevenire, ma solo se il Paese sceglie di investire in modo serio e continuativo nei Centri Antiviolenza, nelle Case Rifugio, nell’educazione e nella formazione specialistica. È un lavoro che richiede competenze, presenza costante e una rete capace di intervenire prima che la violenza esploda. Perché il contrasto alla violenza non è un gesto simbolico: è un impegno strutturale che misura il livello di civiltà di un Paese”. C’è una domanda che attraversa tutte le risposte raccolte in questa intervista. Non perché una donna resta. Non perché una donna non denuncia. Ma perché continuiamo a costruire una società che rende entrambe queste scelte così difficili. La violenza di genere non si misura soltanto nel numero delle denunce o delle vittime. Si misura nella capacità di riconoscere i segnali, di intervenire in tempo e di costruire strumenti concreti che permettano alle donne di essere libere davvero. Perché ogni volta che una donna trova il coraggio di chiedere aiuto, la responsabilità non è più soltanto sua. Diventa responsabilità di tutti.
L'articolo Roberta Bolettieri: Femminicidio, la violenza che precede proviene da Le Cronache.
