Qui ci sarebbe anche un Mondiale in programma. Il calcio d’inizio della 23esima edizione della Coppa del Mondo di calcio è fissato per l’11 giugno, ma fra i Paesi ospitanti non pare esservi uguale attenzione. Per esempio, provate a farvi un giro per i siti delle principali testate canadesi. Le homepage sono dominate da tutt’altri temi, a partire dalla strategia che il governo del premier liberal Mark Carney intende adottare sul tema dell’intelligenza artificiale. Per trovare contenuti sul Mondiale “di casa” bisogna andare parecchio in giù o cercare nelle sezioni laterali.
Il ricordo fresco del disastro finanziario delle Olimpiadi 1976 a Montreal
Si scopre così che la massima kermesse globale del pallone non è in cima ai pensieri dei canadesi. E che anzi, se proprio li incrocia, trova quelli cattivi. Per esempio, quelli di chi si interroga sui costi in aumento, che ai contribuenti canadesi toccherà pagare. Un tema che risveglia una sensibilità particolare. Qui il disastro finanziario delle Olimpiadi estive 1976 a Montreal non è stato mai dimenticato. Ai contribuenti locali rimase l’eredità di un debito per la cui estinzione fu necessario un trentennio.
In Canada solo 13 partite su 104
Stavolta il rischio finanziario viene affrontato avendo come contropartita la possibilità di ospitare soltanto 13 partite. Che su un totale di 104 match previsti in calendario fa il 12,5 per cento della manifestazione. Inoltre, è anche una forzatura dire che il Canada sia un Paese ospitante; perché in realtà le sedi delle gare sono soltanto due: Toronto (stadio BMO Field) e Vancouver (stadio BC Place).

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Mondiale a tre, ma solo per modo di dire
L’elemento dello squilibrio organizzativo di questa manifestazione è uno dei meno dibattuti. Si parla di Canada-Messico-Usa 2026, ma in realtà sarebbe il caso di inventarsi un’altra formula. Per esempio: “Usa 2026 al 75 per cento”. Che è la quota di gare programmate in territorio statunitense. Infatti, detto della molto relativa incidenza del Canada in questa manifestazione, stessa valutazione va fatta nel caso del Messico. Anche sul versante Sud di questo Mondiale del continente nordamericano il numero di gare sarà 13. Dunque un altro risicato 12,5 per cento, con la differenza che le piazze interessate sono tre: Città del Messico (stadio Azteca, dove si giocherà la partita inaugurale tra la nazionale di casa e il Sudafrica), Guadalajara (stadio Akron) e Monterrey (stadio BBVA Bancomer).

A rafforzare l’idea della perifericità di Canada e Messico nel torneo provvede un altro dato: col turno degli ottavi di finale (una gara a testa) il Mondiale dei due Paesi si chiude. Dai quarti in poi si gioca soltanto negli Usa. Una sproporzione sconcertante. Ed è ancor più assurdo che Canada e Messico lo abbiano accettato.
Allargamento a 48 squadre, con la novità dei sedicesimi di finale
Fossero soltanto queste le stranezze, in un Mondiale bizzarro a partire dalla taglia: 48 squadre, in conseguenza del più spettacolare allargamento nella storia della manifestazione. Fin qui si era proceduto con aumenti da 8 nazionali per volta (da 16 a 24 in occasione di Spagna 1982, da 24 a 32 per Francia 1998). Stavolta sono state ammesse 16 nuove finaliste in un colpo solo. Con l’effetto che, per la prima volta nella storia, la fase a eliminazione diretta partirà coi sedicesimi di finale anziché gli ottavi di finale.

Una maratona ridicola, che avrà il solo effetto di abbassare drasticamente il livello tecnico e spettacolare. Ovvio che tutte queste considerazioni suonano ancora più urticanti se si pensa che la nazionale azzurra non è stata capace di qualificarsi nemmeno a un’edizione così larga (anche se le europee sono aumentate soltanto da 13 a 16, calando a livello percentuale sul numero dei partecipanti): ciò che è l’indicatore più spietato della povertà che segna il nostro movimento.
A Zurigo hanno pensato anche all’ipotesi di torneo biennale…
Ma al di là d’ogni italica miseria e malinconia, resta la realtà di una manifestazione ipertrofica. Che per di più potrebbe non aver terminato di espandersi. Di tanto in tanto fa capolino l’ipotesi di un’ulteriore dilatazione, così come era stata in ponte l’ipotesi del Mondiale biennale. Evidentemente a Zurigo, nelle stanze della Fifa, il rischio di “inflazione” della manifestazione non viene contemplato. Men che meno questo timore sfiora il presidente.

Una Fifa tutta sua (ma non dei tifosi)
Già, il presidente. Gianni Infantino, che nel 2016 si è trovato, in modo del tutto fortuito, la strada spianata verso la presidenza del calcio mondiale. E che da quel momento in poi ha ridisegnato l’organizzazione a misura della sua figura. Potremmo chiamarla Fifantino. Sotto la sua presidenza la Fifa è diventata una macchina da soldi, ciò che è il suo principale vanto. Peccato che, in ultima analisi, quei soldi vengano sborsati soprattutto dalla “gente”, gli appassionati di calcio: che remunera i main sponsor coi propri comportamenti di consumo, paga le pay tivù e, soprattutto, acquista i biglietti delle partite. Sempre che ciò sia possibile e che i prezzi siano alla portata.
E proprio qui sta uno degli aspetti più critici, ossia il costo dei ticket, andato fuori controllo a causa del meccanismo di vendita via web costruito per generare l’asta. I biglietti sono inaccessibili, ma altrettanto lo è il costo di ogni altro bene o servizio che i supporter dovranno comprare per seguire la propria nazionale: trasporti, sistemazione alberghiera, eventuale noleggio auto e parcheggi. Per non dire della novità di non poter portare cibo e acqua all’interno dello stadio: ogni cosa dovrà essere acquistata in loco, a costi esorbitanti. Un salasso. Ma Infantino sorride sempre.

La ridicola ipotesi di ripescaggio e la guerra sullo sfondo
Sorrideva anche quando, con sommo sprezzo del ridicolo, consegnava a Donald Trump un improbabile Premio Fifa per la Pace. L’atteggiamento scodinzolante era quello di sempre. Ha continuato a esserlo durante tutte queste settimane in cui c’è stata da gestire la grana della nazionale iraniana, di cui per lungo tempo si è ipotizzato il ritiro. Ci si è dovuti pure sorbire il Paolo Zampolli di turno che faceva pressioni per un impossibile ripescaggio dell’Italia.

Alla fine è stata trovata la soluzione di compromesso: l’Iran giocherà negli Usa le gare del girone eliminatorio, ma farà base in Messico. Tutto ciò lascia scivolare sullo sfondo una verità che nessuno vuol dire: il Mondiale si gioca sul suolo di un Paese in guerra. Secondo Infantino il calcio unisce il mondo. Di sicuro trova il favore degli autocrati. Come lui.

















