Nella fragilità del Delirio: Jessica Pratt e Jacopo Sipari

di Olga Chieffi

 

 

Delirio è il titolo del progetto che Jessica Pratt ha scelto per consacrare il debutto della sua casa discografica Tancredi e che verrà presentato a Salerno il 16 maggio con un concerto al teatro Verdi, promosso dal Conservatorio “G.Martucci”, quale aureo sigillo di un importante convegno internazionale legato a un Progetto di Ricerca di Interesse Nazionale, con la massima istituzione musicale cittadina in veste di capofila. Tema, dedicato all’intelligenza artificiale, in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Napoli e l’ISIA di Roma. Abbiamo raggiunto i due protagonisti del concerto, il soprano Jessica Pratt, attualmente a Parigi, al Théâtre des Champs-Élysées, in prova per  Die Entführung aus dem Serail di Wolfagang Amadeus Mozart e il direttore d’orchestra Jacopo Sipari di Pescasseroli, da pochissimo ri-tornato in forza al conservatorio salernitano, quale docente di esercitazioni orchestrali e immediatamente incastrato in un tour de force che lo saluterà sul podio della sua giovanissima orchestra presso il massimo cittadino.

Signora Pratt, un disco e un concerto per doti canore da vera fuoriclasse e carismatica personalità, in un tripudio di fuochi vocali fatto di pianissimi, filati, acuti, sovracuti e “superacuti”. Come ha scelto le arie in scaletta.

“La scelta delle arie nasce da un percorso maturato negli anni. Il progetto Delirio è nato inizialmente come concerto e si è trasformato poco a poco in un viaggio attraverso le diverse sfumature della follia romantica nel belcanto. In fase di progettazione abbiamo deciso di concentrarci soprattutto sulle eroine di Donizetti e Bellini, perché ciascuna racconta un diverso modo di vivere la fragilità mentale e il conflitto interiore. Mi interessava mostrare non soltanto il virtuosismo vocale, ma anche la forza e la vulnerabilità di queste donne: Lucia, Amina, Elvira, Linda, Emilia: ognuna possiede una propria identità psicologica e musicale”.

Ritrova sul palco salernitano, che ha calcato quale Gilda del Rigoletto solo lo scorso anno, il Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli, con il quale si è incontrato mirabilmente in Tirana sulle note di Lucia di Lammermoor, quali caratteristiche darà in questa lettura di tali celebri arie?

“Con Jacopo esiste una sintonia già sperimentata con Lucia di Lammermoor. È un direttore che possiede energia teatrale ma anche grande attenzione al respiro del canto e alla parola. In queste arie lavoreremo molto sul contrasto tra brillantezza virtuosistica e introspezione, cercando colori differenti per ogni personaggio. Sono pagine celebri, certo, ma devono sempre sembrare vissute per la prima volta”.

Come riesce a gestire il rapporto tra virtuosismo vocale e profondità interpretativa?

“Per me il virtuosismo non è mai un fine, ma solo il mezzo. La coloratura, i sovracuti, i pianissimi o i filati devono nascere dall’emozione del personaggio. Se la tecnica rimane soltanto esibizione atletica, perde significato. Bellini, per esempio, richiede un canto lunghissimo, sospeso, quasi malinconico; Donizetti invece spesso spinge verso un delirio più drammatico, più frantumato. Il lavoro interpretativo consiste proprio nel dare senso teatrale a ogni difficoltà tecnica”.

Si esibirà con l’Orchestra degli allievi del Conservatorio Martucci, lei oltre le performance che la vedono protagonista in ogni parte del mondo, insegna? Ha già sposato questa mission? Ha già individuato qualche talento che possa  raccogliere la sua eredità musicale e vocale?

“L’insegnamento è qualcosa che sento molto importante, anche se la mia attività internazionale rende difficile dedicarmici stabilmente. Però, amo lavorare con i giovani artisti e condividere ciò che ho imparato in questi anni, soprattutto sul rispetto della tecnica, della disciplina e dello stile. Ho avuto la fortuna di ricevere insegnamenti preziosi da grandi figure come Joan Sutherland, Renata Scotto, Lella Cuberli e Mariella Devia, che mi hanno trasmesso non solo conoscenza ma anche umiltà. Talenti straordinari esistono sempre; ciò che conta davvero è la pazienza di costruire una carriera con intelligenza e gradualità”.

Il duro disincanto del vestire una maschera, un personaggio, la crisi dell’identità dell’uomo contemporaneo, che non riesce a “consistere” se non fingendosi una “parte” e recitandola, pensiamo ai social, all’IA, la sofferenza di essere cantante e attrice, si lega al leitmotiv dell’ultima cena dei cavalieri del Parsifal con la sua linea spoglia che rappresenta la sfera del Graal, la coppa umile, simboleggiante l’eterna ricerca, che solo il “puro folle”, termine positivo del dolore stesso di esistere, del desiderio, del rimorso della “vocazione”, può trovare?

“Credo che il tema dell’identità sia profondamente presente nelle eroine che interpreto. Queste donne vengono spesso definite “pazze”, ma in realtà molte di loro sono semplicemente anime troppo sensibili o troppo indipendenti per il mondo che le circonda. La loro follia nasce dallo scontro tra desiderio interiore e realtà sociale. In questo senso il teatro d’opera parla moltissimo anche al presente: viviamo in un’epoca in cui spesso siamo costretti a rappresentare una versione di noi stessi. Il Parsifal e il simbolo del Graal evocano proprio una ricerca di autenticità e purezza che passa attraverso il dolore, la perdita e persino il delirio. È un tema profondamente umano”.

Ai giovanissimi, quale via consiglia loro di percorrere?

“Ai giovani consiglio soprattutto di avere pazienza. Oggi per i cantanti c’è la tentazione di bruciare le tappe, ma la voce ha bisogno di tempo per maturare. Bisogna studiare seriamente la tecnica, ascoltare molto, scegliere con attenzione il repertorio e non cercare scorciatoie. Una carriera lunga si costruisce con disciplina, curiosità e rispetto della propria natura vocale. Soprattutto bisogna ricordarsi che il canto non è solo perfezione tecnica: è comunicazione, emozione e verità.

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